42 (parte terza)

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23 aprile 2014 di thesurvivaldiaries

“Non c’è motivo di allarmarsi”,
Disse il ladro gentilmente.
“Ci sono molti qui tra di noi
Che pensano che la vita sia solo uno scherzo.
Ma io e te ci siamo già passati
E non è questo il nostro destino,
Perciò non raccontiamoci bugie ora:
Si sta facendo tardi.”
Da “All along the watchtower”, Bob Dylan

 

Credo che questo sarà l’ultimo post che scriverò.
Mi sono già preso delle pause parecchio lunghe, dopotutto se Venezia ti frana a qualche metro dal culo o ti trasformi in un hulk drogato, credo che qualche giorno di feriete lo puoi prendere. Il fatto è che ogni volta che smettevo di scrivere, speravo che tornando in Survival Diaries avrei trovato i post dei miei amici. La speranza si è sempre avverata, in qualche modo. A volte si sono fatti attendere, ma li ho sempre ritrovati. A volte neppure li leggevo (soprattutto nell’ultimo periodo) talmente annegato dalle mie parole da non considerare quelle degli altri. Però leggevo i nomi nei tag e questo mi confortava sempre.
Non posso chiamare i miei amici d’apocalisse famiglia. Non ci siamo mai visti molto, ma ci siamo scritti, questo sì. Abbiamo condiviso il dolore più grande del mondo, lo shock della realtà perduta. Siamo stati un gruppo di ascolto, una terapia l’uno per l’altro, un sollievo psicologico e forse anche morale.
Tutti noi abbiamo fatto cose brutte per sopravvivere. Siamo cambiati (mutati?) per non morire e non è stato mai un cambiamento facile.
Ecco. Io so che se smettessi oggi di scrivere, non avrei più la speranza di ritrovare nei tag un nome noto, uno dei miei.
Elisa, Pekka, Andrea e Zamma sono morti alla Centrale Palladio. Hanno ucciso e sono morti.
Di Coma non ho notizie, non l’ho trovato fra i corpi, alla fine della battaglia. So per certo, rileggendo con più attenzione i suoi post, che aveva lasciato due figlie. Spero che sia tornato da loro e che adesso si aggiri per Tonezza ammazzando Zulu con quell’aria da profeta hippy e un kalashnikov in spalla.
Il piano dei ragazzi era molto chiaro. Sarebbe stato ancora più chiaro se l’avessi letto. Probabilmente però, neppure se l’avessi letto l’avrei capito, durante il lungo periodo di follia e D20 che ha seguito la morte di Chloe.
Il loro era il piano più vecchio di questo mondo del cazzo: ultracollaudato, meccanico, semplice. Il cavallo di Troia. Ti porto un bel cavallo di legno e dentro ci metto un esercito. Oppure: ti porto un bel Ford Transit con dentro i tuoi nemici ben impacchettati e dentro ci metto sì i tuoi nemici ben impacchettati, ma imbottiti di D20.
E ne avevano preso tanto. Forse di più di quanto ne avessi preso io la prima volta (pardon: la seconda volta). Come l’eroina, la prima volta che prendi il D20 è la migliore. Poi il tuo corpo si abitua e oltre a chiederne di più, si rifiuta di darti quella superforza che ho visto scatenarsi nel parcheggio della centrale Palladio, appena il portellone del furgone di Coma si è aperto.

Erano veloci, questo sì. Ma non era solo una faccenda di velocità. Era tutto il resto lento. Io rimanevo fermo, immobile ed era come essere circondato da un nugolo di mosche. Solo che le mosche erano solo quattro e avevano le dimensioni di esseri umani.
Esplosione di violenza. Adesso posso dire di capire il significato di queste parole. I Magna Tuto attorno a me non venivano solo fatti a pezzi: venivano triturati senza neppure il tempo di prendere la mira. Coma è riuscito a venirmi a prendere nell’occhio del ciclone. Mi ha afferrato un braccio e mi ha trascinato dietro il furgone.
“Stai buono qui e magari te la cavi” mi ha detto.
“Io ho una bomba” devo avergli risposto, balbettando.
“Nella testa ce l’hai la bomba!”
Ha preso un machete assicurato sotto al furgone con del nastro isolante e poi ha estratto dal taschino della giubba militare una fialetta di D20.
“Salute” mi ha detto, mentre se la ingollava.
“Dallo anche a me, vi posso aiutare” gli ho proposto.
“Tu fai solo casini, Alien. Io non ti ho mai conosciuto, ma si vede che sei uno che pianta casini. Se vuoi aiutarci, scrivi quello che hai visto oggi e non tornare più qui. Finisci questa cazzo di storia.”
Per un attimo è rimasto fermo, guardandomi. Un Gesù Cristo cattivo, sceso sulla terra per spaccare culi nel nome di suo padre dopo essersi bevuto 10 cc di Spirito Santo concentrato. Garantito al limone.
Poi Coma si è unito agli altri e le grida si sono moltiplicate.
Sono rimasto dietro al furgone a sentire le urla e gli spari. Avevo ancora la bottiglia di birra in mano. Ne ho bevuto, ma mi è andata di traverso. Ho cercato di raggiungere il pacchetto di sigarette, nella tasca dei jeans, ma la mia mano tremava talmente che sarebbe stata utile solo per spararmi una sega.
Dopo un tempo indefinibile scandito dalle grida di agonia dei Magna Tuto, si fece silenzio. Non proprio silenzio. C’era un suono. Un rumore strano, una vibrazione. Era come sentir sfrecciare dei bolidi in un autostrada a qualche chilometro di distanza.
Mi sono fatto forza e ho spiato  la situazione rimanendo dietro al Transit.
La battaglia si era spostata di circa duecento metri. Se di battaglia si può parlare, ovviamente. Per come la vedevo io, seppur pieno di D20 fino agli occhi, sembrava solo uno di quei video astratti che mandavano una volta su Mtv, o magari una video-plugin di Winamp.
C’era un nucleo giallo e rosso, vibrante, oscillante dentro e fuori dallo spazio. La riconobbi per quello che era: Area. Area D20ata. Attorno a lei c’erano cinque entità nere che le orbitavano attorno come elettroni attorno al nucleo. A volte uno dei corpi neri incrociava il nucleo giallo e uno schizzo di sangue fuoriusciva dallo scontro. Non riuscivo a capire di chi fosse quel sangue: di Area? Di uno degli altri?
Ad un certo punto uno dei corpi neri è schizzato fuori dall’orbita, probabilmente colpito dall’ultima untrice di questa storia. È rimbalzato sull’asfalto, come uno di quei sassi che rimbalzano sull’acqua e si è fermato a pochi metri dalla mia posizione.
Ho corso per prestargli soccorso, ma della persona che un tempo chiamavo amico (ancora oggi non so di quale dei cinque fosse quel corpo) non rimaneva che un indistinguibile ammasso sanguinolento.
Non era morto. Era più che morto, se possibile.
Solo allora ho notato che i duecento metri che mi separavano dall’assurda battaglia di d20ati erano costellati di cadaveri di Magna Tuto. Dalla centrale e dal perimetro ne stavano arrivando degli altri.
“Attenti,” ho urlato, quasi certo che non sarei stato udito.
Dopo le mie parole, due corpi neri si sono staccati di comune accordo dal nucleo della battaglia e si sono diretti verso i due squadroni.
Proprio allora, un gigantesco tuono ha riempito l’aria e il cuore mi è balzato in gola.  Non sono svenuto, no. Ho continuato a vedere anche quando è arrivata la pioggia.
Ed ero lì quando la pioggia ha smesso e alla Centrale Palladio ero rimasto l’unico essere vivente, sopravvissuto per l’ennesima fottuta volta.
La mia unica ferita era una piccola abrasione all’indice sinistro che mi sono procurato da solo cercando di aprire la birra con l’accendino.

Poi ho cercato, mentre arrivava la sera. Ho cercato di riconoscere i corpi dei miei amici ma ho riconosciuto solo quattro cadaveri di D20ati e nessuno aveva l’aspetto di Coma. Aspetto è una parola grossa, ovviamente.
In realtà ho riconosciuto un quinto corpo. Era accovacciato in mezzo alla carneficina. Non era morto, no, ma non ci voleva un dottore per dedurre che non sarebbe rimasto in vita per molto. Ogni suo respiro era un rantolo. Aveva qualche ciocca di capelli biondi che le copriva il visto. Si, le copriva il visto. Perché l’altra sopravvissuta, oltre a me, era l’autrice di tutta questa storia. Area.
Le era rimasto solo un occhio e con quello mi fissava.
Ho estratto la pistola e gliel’ho puntata alla tempia.
Ho cercato di trovare qualche ultima parola da dirle, ma non l’ho trovata. Dentro non mi era rimasto più niente.
Poi ho udito il greatest hit di quest’epoca: la canzone dello zombo.
Aaah. Iiiih. Eeeeh. Oooooh.
Stavano entrando. Dai varchi nella recinzione della Palladio causati dallo scontro.
Gli Zulu. Non molti come sul Ponte della Libertà, ma comunque tanti. Sembrava non aspettassero altro. Si muovevano lenti, verso di noi.
Ho abbassato la pistola.
Area ha detto qualcosa di indistinguibile. “Uccidimi” forse.
Io le ho gettato la pistola in grembo.
“Serviti pure” le ho detto, “io sono a posto così per oggi”.
Mi sono diretto al Transit e arrivata la notte, ero già lontano.

E questo è tutto quello che dovevo dirvi, più o meno. Radio Libera Albemuth racconta altre storie, probabilmente racconterà anche questa, ma non ho nessuna voglia di risentirla. La gente ha riconosciuto altri untori, anche se non li chiama “untori”. Quello è un nome nostro. A volte li chiama persino “eroi” o “supereroi”, altre volte “mostri”. Non tutti sono come Area. Altri sono più simili a Guile o Honda. Alcuni uccidono, altri salvano.
Da poco è passata la Pasqua. Mi rendo conto che è la loro festa, la festa degli zombi. Il giorno dedicato alla resurrezione dei morti. Be’, tanti auguri.
Li posso vedere, da dove sono ora. Ah: giusto, non ve l’ho ancora detto dove sono ora.
Ho trovato l’ospedale da campo di cui vi avevo parlato nell’ultimo post. È una specie di zona libera nelle Marche che si sviluppa attorno al paese di Urbisaglia. L’esercito ha protetto la zona con grossi container multicolori e il posto sembra essere piuttosto organizzato. Abbiamo viveri, acqua, medicinali e c’è una rete di scambio attiva con altre zone libere.
Qualcuno già parla di nuovo governo, ma qualcun altro ci racconta di nuovi focolai dell’epidemia. In periodi come questo la parola sperare significa una cosa sola: riuscire a vivere un altro giorno. E magari, già che ci siamo, trovare pure le ragioni per vivere un altro giorno.
Io ho la mia ernia. Ho trovato un chirurgo disposto ad operarmi: lo farà proprio domani mattina. Ora dovrei stare a riposo, anche se non credo proprio di essermelo meritato.
Rileggo tutti i post di Survival Diaries. Uno dopo l’altro. Rido, piango. Fumo.
Cerco le parole che possano descrivere quello che ho dentro. Un magma nero di sensi di colpa, rimorsi e dolore.
Da un container della recinzione, accanto ad una cecchina di Martina Franca, guardo arrivare gli Zulu. Un gruppetto sparuto, ma tanto basta a ricordare a tutti che la guerra continua.
La cecchina ammazza tutti gli zulu in qualche secondo. Ogni volta che ne uccide uno tira una riga sulla pagina di una moleskine.
“Ho una cassa piena di moleskine vicino alla mia branda. Tutte finite, tutte piene di righe” mi dice con un sorriso beffardo.
“Certo che c’è da dire una cosa” continua.
“Cosa?”
“Quest’apocalisse zombi adesso ha proprio rotto i coglioni.”
Ridiamo per un poco, mentre le mie dita, finalmente, trovano il coraggio di scrivere la parola fine.

 

Carlo “Alienone” Vanin
Zona Libera di Urbisaglia
23 Aprile 2014

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