Dead space

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9 dicembre 2013 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Laura Mussolin]

Da quando ho scoperto questo blog, mi rendo conto di non poterne più fare a meno. Siete diventati la mia droga. Mi ero abituata a stare da sola, a parlare solo con me stessa e con i Vaganti in giro per le strade. Poi siete arrivati voi, a scombinarmi le convinzioni e a darmi un po’ di speranza, quel “piccolo qualcosa” che ti aiuta ad andare avanti, ad aggrapparti al tuo domani. Con l’arrivo di Dicembre è arrivato il freddo intenso, quello che ti congela le ossa. Ho recuperato qualche coperta e vecchi maglioni pesanti nell’appartamento qui sotto. Prima del “Grande Macello” ci abitava una famiglia con una bambina, l’ho capito dalle foto nelle cornici che penzolavano dai muri. Se c’è una cosa che mi impressiona della fine del mondo, sono proprio le fotografie: lì sono impressi i migliori momenti della nostra vita, e ora mi sembrano così lontani, come se fossi sempre vissuta con gli zombie addosso. Dormo di notte e mi muovo già all’alba, cercando di sfruttare la luce del giorno che continua a sorgere inesorabilmente, come se non avesse finito con noi. Mi muovo da sola alla ricerca di cose utili, cercando di essere il più obiettiva possibile e sfruttare il tempo che ho come meglio riesco. In questi giorni ho controllato tutte le altre abitazioni, e non sono stata così fortunata come avrei voluto. Ho recuperato alcune medicine, qualche vestito e delle provviste, pressoché soltanto cibo in scatola. Il resto è marcito nel frigo. Devo viaggiare leggera, non posso permettermi di avere uno zaino pesante, non ho nessuno che lo porti per me, questo è il mio fardello. Così  sono entrata nell’abitazione, la porta era già stata scardinata chissà quanto tempo prima. La casa era sottosopra, in soggiorno erano stati buttati dei materassi, segno del passaggio di qualcuno. I vetri delle finestre erano in frantumi, a terra, e l’aria gelida di dicembre soffiava forte, muovendo le tende. C’è qualcosa di spettrale nelle case abbandonate, tra quelle fredde mura senza vita mi sento osservata, come se la morte vi dimorasse rimanendo in agguato. Recuperai qualche coperta e un paio di maglioni pesanti che potrebbero tornarmi utili insieme ad altro abbigliamento pesante per superare l’inverno. Sentii dei gorgoglii provenire da una stanza e mi avvicinai impugnando, davanti al viso, la mannaia. Aprii la porta socchiusa e quello che vidi fu uno spettacolo angosciante: dentro una culla, quella che una volta era una bambina allungava le sue esili mani verso di me. Di fianco alla culla, riversa sul fianco giaceva un donna: una macchia di sangue rappreso e scuro formava una pozza sul pavimento, la testa era spappolata. Stretta nella mano teneva una pistola macchiata di rosso. Avvicinandomi, vidi gli occhi della donna sbarrati che fissavano il vuoto immobili ed allucinati. Aveva nello sguardo la morte della bambina. Madre e figlia. Due colpi di pistola. Uno per liberare la figlia da un futuro senza speranza, e un altro per liberare una madre dalla pazzia del gesto che aveva appena compiuto. Che tristezza, non era riuscita ad ucciderla del tutto. La bambina batteva i dentini affamata, ma priva di qualsiasi forza non risultava essere una minaccia, e non sarebbe riuscita ad afferrarmi. Mi avvicinai, e lessi sul muro una frase scritta con un pennarello nero: “Marco, perdonaci. Non siamo riuscite ad aspettarti.”  Sentii le mani sudare sotto ai guanti neri in pelle. Mi avvicinai alla bambina, e tenendo il coltello dritto davanti a me glielo impiantai nella tempia, e la adagiai sulla culla, come se stesse dormendo. Mi avvicinai alla madre, e vidi la pistola tra le sue mani, ed esitai per qualche secondo, fermata dalla mia inesperienza piuttosto che dalla moralità. Tuttavia, prima di raccoglierla mi assicurai che fosse morta, e che non giocasse scherzi strani. L’odore fetido dei loro corpi rischiava di annebbiarmi la vista, così decisi di richiudere la porta, e lasciarle riposare. Mi ritrovai a fissare la pistola che avevo tra le mani, ma non avevo idea di come si usasse: non sapevo capirne il modello, aprire il caricatore, controllare il numero di proiettili. La sentii pesare tra le mie mani e sulla coscienza, dopodiché procedetti con l’esplorazione. Me ne tornai al mio appartamento con pochi viveri e una pistola in più, per ora completamente inutile.

Ho rivisto ancora quelle persone armate oggi, nei pressi della farmacia. Si muovono sopra delle auto e fanno un cazzo di baccano che mi viene voglia di sparargli. Se sapessi come si fa. Hanno attirato più zombie loro in questa zona, che io in due mesi. Stupidi idioti, ma chi si credono di essere? Portano delle divise da militari, ma io so che non sono soldati. Il negozio di articoli militari all’angolo ovviamente è stato saccheggiato. Le armi sono diventate importanti quanto il cibo e i medicinali, senza di esse si fa ben poco. Io preferisco fare le cose di nascosto, in silenzio, e usare i coltelli. Quelli non mi tradiscono mai. Quando sei da sola sono poche le cose che ti tradiscono. Li ho spiati in questi giorni. Stanno cercando qualcosa, forse cercano me. Sanno che ho sentito qualcosa. Forse sto solo diventando paranoica. Alcuni di loro hanno un tatuaggio strano dietro la nuca, non sono riuscita a vedere cos’è, ma la loro macchia nera dietro al collo l’ho notata. Io noto le cose: è l’ultima cosa che resta da fare, quando hai troppo tempo e nessuno con cui condividerlo.

Che senso ha tutto questo? Me lo sono chiesto inizialmente, quando è iniziato il “Grande Macello”, ma ora non ha più importanza. Ora ci siamo dentro fino al collo, e ho paura di perdere di vista il vero valore delle cose e delle persone. Cercherò di risparmiare un po’ di batteria per il computer. Ho il cellulare fuori uso, ancora. Non ce la faccio più a stare da sola. Qualcuno venga a prendermi.

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