42 (parte prima)

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5 marzo 2014 di thesurvivaldiaries

Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!

Jack Kerouac, Sulla Strada

Non saprei dire quanto tempo è passato. Una settimana, forse due.

Sopravvissuto.
A quante cose si può sopravvivere?
Alla morte dei propri parenti?
Alla morte dei propri amici?
A Venezia che sprofonda nella laguna?
A un’orda di bambini pazzi?
A un’attacco di cannibali fuori di testa?
A una dipendenza da D20?
All’apocalisse zombie?
Eppure la cosa più pericolosa a cui sono sopravvissuto sono io.

Ho cominciato quarantuno volte questo post, sapendo che sarebbe stato l’ultimo. Davvero, le ho contate. Quarantuno. Questa è la quarantaduesima. Pensateci: dover fare il punto della situazione e poi togliere la spina: ogni parola dev’essere quella giusta, necessaria, come se queste mie quattro righe in croce dovessero dare la risposta alla domanda fondamentale sulla morte, l’universo e tutto quanto.
Come al solito, mi sto dando troppa importanza.

Mi son messo a viaggiare. La sera, quando mangio attorno al fuoco assieme agli ennesimi sconosciuti, non ho mai voglia di parlare, di raccontare la ‘nostra’ fine.
Ho le mie storie di guerra, certo. Qualcuna è anche divertente o emozionante.
Il cinema porno a Venezia, Tinto Brass zombie, la barricata e la sua caduta. A volte parlo persino di Jesolo e del mio asilo raffazzonato.
Ma quello che è successo alla centrale Palladio non lo racconto mai.
Dico solo che ho perso di vista il mio gruppo, dopo Venezia e che un gruppo di sciacalli di merda chiamati MagnaTuto ha distrutto la comunità di Zànon.
In parte, è la verità.
Già tre gruppi di sopravvissuti mi hanno chiesto di restare, da quando ho lasciato Marghera. Io dico di sì, che mi piacerebbe, poi, la mattina dopo, mi ritrovo a correre lungo l’autostrada con una Prius che ho trovato da qualche parte.
Bevo ancora e a quanto pare scrivo. Fa tanto Brian dei Griffin, no?
Uno di quei personaggi che l’autore non ucciderebbe mai… se non per farlo ricomparire qualche puntata dopo. Ah! Immaginatevelo. Una puntata dei Griffin in cui Brian muore. Fantascienza.

Non racconto del Vecchio sotto al lago di Garda, dell’EM0 e del D20.
Non racconto di Area e dell’ultima battaglia.
Ho letto solo di recente i post conclusivi delle ultime persone che ho voglia di chiamare amici. Avevano un piano anche loro. Estremamente migliore del mio. Migliore perché deciso in maniera concorde, davanti a un fuoco, immagino. Migliore perché ha funzionato.
Migliore perché loro, a differenza di me, non erano affatto dei pazzi.
O forse lo erano, ma hanno saputo usarla, quella pazzia.
E mi stavano avvertendo, attraverso i loro post. Mi stavano dicendo di lasciar perdere.
E mi ricordo che Zamma ha scritto e poi, chi ti dice che funzioni e gli “Ammeriggani” non ti abbiano preso per il culo?

Grazie per la sfiga che mi hai portato, vecchio. Michelle Wild, la testata tattica che mi ha gentilmente regalato il generale Pegg, era un pezzo di ferrovecchio. Perdonate la retorica melensa: Michelle è stata l’ultima donna che mi ha tradito. E quando penso a quel momento, al momento in cui non è successo niente ed ero in mezzo a tutti quei Magnatuto e c’era Area che mi guardava…
E sapete come mi guardava? Non con disprezzo, né con sadismo.
Con pietà. Neppure li aveva letti i miei post in cui le descrivevo per filo e per segno cosa stavo per fare. Non ha mai preso seriamente la minaccia nucleare che le stavo consegnando a domicilio.

Ricordo che quel giorno sono entrato dal cancello principale della centrale Palladio. Ero strafatto di D20, ma sapete una cosa? Più ne prendi, meno funziona. È l’assuefazione, baby. Mica viviamo in un mondo perfetto in cui le droghe funzionano sempre.
Ho detto alle guardie del cancello per filo e per segno cosa portavo nel cassone.
Quelli si sono fatti una gran risata e mi hanno subito aperto il cancello.
In dialetto hanno chiamato qualcuno per radio: “È quel tipo che scrive che sta portando una bomba atomica, sì, sì, lo faccio passare subito che ci facciamo quattro risate”.
Io tenevo Danny, il mio machete, a portata di mano, ma nulla. Nessuna resistenza.
“Entra, vecio” mi hanno detto ridendo e io ho fatto il mio ingresso. Mi ricordo di aver parcheggiato rispettando le righe e questa cosa mi è sembrata così strana che sono rimasto fermo un intero minuto.
Credo sia stata la prima volta da molto tempo in cui mi sono chiesto effettivamente che cazzo stessi facendo.

Adesso, fermo in una piazzola di sosta sull’A14, per la prima volta mi rendo conto che se vai a chiedere una bomba atomica in una caserma americana la cosa migliore che ti può succedere è che si rifiutino di dartela, quella peggiore è che ti diano una specie di cilindro di metallo vuoto con un tastierino numerico appiccicato col silicone.
Come diceva mia mamma: sarebbe da ridere se non fosse da piangere.

Niente da dire su quella troia di Area. Un’ospite premurosa e a modo. È venuta di persona col suo drappello di guardie personali a guardarmi mentre scaricavo Michelle Wild. Pensavo fosse leggera perché il D20 mi stava dando la superforza delle prime volte, ma in realtà era solo vuota. Forse dentro c’era solo qualche mattone. Già: degli americani, per di più militari, che fanno la truffa del mattone su un italiano.
Di nuovo: ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

Ad un certo punto uno dei MagnaTuto di Area mi ha persino portato una bottiglia di Moretti. Io ho guardato Area, la bomba, la birra e indovinate cosa ho fatto? Ho chiesto se avevano qualcosa per aprirla. Ora, non mi giudicate: ero convintissimo che tra poco sarei stato al centro esatto di un’esplosione nucleare, l’ultima birra non si nega neppure al peggiore assassino.
Mi hanno dato un accendino per aprirla e cazzo, io sono sempre stato una pippa ad aprire i tappi a corona con l’accendino. Immaginatevi la scena, veramente. Io con un cilindro di metallo pieno di mattoni a cui avevo dato il nome della mia attrice porno preferita, con un accendino in mano che zic, zic, zic, tentavo di aprire una bottiglia di birra.
E cercavo di mantenere pure un’espressione minacciosa.
Che razza di sfigato della malora.

È stato allora che ho visto il Ford Transit, dall’altra parte del parcheggio della Centrale Palladio. C’era un tizio appoggiato al furgone. Una specie di Gesù Cristo con capelli sale e pepe. Non visto dal gruppo di Area, stava mimando delle parole, aiutandosi con il classico gesto delle mani che indica il darsela a gambe.
“VAI VIA” mi diceva, silenziosamente. Anzi: “VAI VIA MONA”.
Era la prima volta che incontravo Thomas, detto anche Coma.

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