Runaway

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13 gennaio 2014 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Laura Mussolin]

Quest’anno non ci sarà il Natale. Passerà lontano da me, insieme a tutte le luci colorate che addobbavano la città. La gente era sempre impazzita nei giorni di Natale, forse per la festa, per le luci e la magia. Ora invece impazzisce per trovare qualcosa da mangiare, un rifugio e delle armi che possano proteggerti da quelle bestie che popolano la strada. E non parlo solo dei Vaganti, parlo degli uomini. È di loro che bisogna diffidare. Ormai i vaganti sono diventati un problema secondario, e l’ho provato sulla mia pelle. I corpi putrefatti si muovono così lentamente da non avere neppure la forza di afferrarti, inibiti dal freddo e dalla mancanza di cibo, trascinano i propri lembi di pelle lungo la strada. Poi ci sono gli uomini. Li ho osservati, spiati e studiati per molto tempo, cercando di non attirare troppo l’attenzione. Teste rasate, tatuati dietro la nuca e armati fino ai denti, non temono niente e nessuno: entrano nelle case spavaldi per saccheggiare e riaffermare il proprio potere sul quartiere, e immagino anche sulla città. Sono irruenti, presuntuosi, e irascibili e soprattutto, sprecano pallottole come se disponessero di un armamento personale e di una scorta inesauribile. Le loro auto si sentono arrivare da lontano, il rombo del motore ormai si è fatto alieno all’udito e risuona sconosciuto, in un mondo dove le auto se le può permettere chi ha la benzina. Benzina vuol dire potere; era così prima, ed è uguale adesso, forse peggio visto che chi non ce l’ha, spesso finisce male. Un po’ come quel farmacista.
Li ho sentiti arrivare un giorno di pioggia, e mi sono affacciata alla finestra che dà sulla strada, nascosta dalle tende a lamelle in alluminio, appena spostate. Li ho visti scendere dalla loro jeep e dirigersi verso la casa a fianco. “Merda!” pensai. Uscirono dalla mia visuale per pochi secondi, quando un grido di donna mi fece trasalire.  La vidi uscire trascinata per i capelli, e all’uomo fu riservato il medesimo trattamento: portati fuori dalle proprie case saccheggiate, costretti a inginocchiarsi per terra con un fucile piantato sulla nuca. Avrei voluto smettere di guardare per timore di quello che avrei visto, ma l’odio e la curiosità mi tennero incollata al vetro come una calamita.

«Sai cosa ti farei? Hai un proprio un bel visino… peccato che non sei quella che stavamo cercando, con lei mi divertirei di più. Sei fortunata sai?»

Uno di loro passò il coltello lungo il viso della donna. Aveva i capelli lunghi, castani e un po’ arruffati. Era magra, il viso era sporco e il fisico presentava i chiari segni della denutrizione. Chissà da quanto non infilava in bocca un po’ di cibo, chissà da quanto tempo non di sporcava le mani di sangue. La società era cambiata, si era capovolta ed era tornata a regnare la legge del più forte: ormai, solo chi era disposto a uccidere poteva sopravvivere. Poi le loro urla si fecero più intense, facili da udire, sia a me che ai vaganti, purtroppo. Echeggiavano per tutta la strada, attirando l’attenzione di qualche Zombie indolenzito che girò la testa verso di loro.

«Zitto coglione! O ci farai ammazzare tutti. Non voglio avere quelle larve morenti tra i piedi per causa tua.» L’altro sembrava non curarsene.  Aveva una divisa militare, i capelli rasati lateralmente e una piccola coda a formare un ciuffetto di capelli rossi dietro al capo. Non potevo vederne bene i lineamenti, ma ero sicura che mi sarei ricordata di loro, in un modo o nell’altro, quanto meno delle loro voci. Fu in quel momento che la situazione cominciò ad andare male. Il rosso, afferrò la donna per i capelli, portò il coltello a minacciarne la gola, ed urlò, guardandosi attorno, tra le finestre, come se cercasse qualcuno, come se sapesse di trovarmi li, pronta a spiarli.

«Ragazza! So che ci senti e che sei da queste parti. Ti abbiamo vista sai? Te ne stai qui intorno, a guardare la gente morire attorno a te convinta di avere salvo il culo. Ci stai guardando adesso? Le vedi queste due persone? Non vorrai mica che questo bel faccino venga rovinato vero? … Forza, cara, esci allo scoperto, qui comandiamo noi. Non è un posto per te questo.»

Aspettai. Non sapevo cosa fare, rimasi alla finestra e per un istante mi si gelò il sangue nelle vene, e mi venne la pelle d’oca quando, per un istante, il mio sguardo sembrò incrociare il suo. Scostai troppo velocemente la mano dalla tendina, rischiando di tradire il mio nascondiglio. Aspettai qualche secondo, e l’arrivo di tre Vaganti mi concesse un po’ di tempo: si distrassero a guardarli. Non ero sicura che cercassero me, ma rimanevo comunque esposta al loro fare da branco disumano che minacciava non solo la mia persona, ma anche i pochi sopravvissuti rimasti in zona, di cui prima ignoravo la presenza. Chissà quanta gente c’è ancora, attorno a me, nella mia stessa situazione. Avevo forse sentito qualcosa di scottante? Non potevo concedermi il beneficio del dubbio, e sentivo il cuore pulsarmi in gola. La paura fa parte delle nostre vite da così tanto tempo che ormai ci siamo abituati ad essa, ma assume una sfumatura diversa quando nasce a causa di uomini vivi. Di uomini in carne e ossa. C’era qualcosa nella mia testa, una sottospecie di vocina che mi urlava di uscire, di provare a salvare quelle persone in qualche modo, ma non l’ascoltai. Gli spari mi fecero riprendere un po’ di lucidità.

«Ne volete ancora sacchi di merda? Al diavolo questi cosi, mi danno sui nervi… capito dolcezza? Sui nervi. Come te ragazzina! Sai cosa ti dico? Che prima facciamo un buco in testa a questi due, così capisci che con noi non si gioca a nascondino, e poi ti veniamo a prendere. Capito? Ti veniamo a prendere.»

Fu in quel momento che il dubbio mi assalì il cervello come un virus, veloce, instabile e pericoloso. Aveva detto “Ti veniamo a prendere.” Aveva detto proprio queste parole o me le ero immaginato? È possibile che avesse usato le stesse parole che avevo scritto in questo blog? Mi stavano spiando come io ho fatto con loro per tutto questo tempo? C’è una spia tra di voi? Non posso fidarmi più di nessuno, neppure di voi.

Quello che seguì mi diede una scossa, come se mi avessero impiantato due piastre elettrificate a voltaggio elevato sul petto, mi riportò al mondo e a ciò che si stava compiendo davanti ai miei occhi. L’uomo tirò indietro la testa della donna, afferrandola per i capelli, esponendo la gola al suo coltello che lo recise in un taglio netto. La lama affondò nella carne e il corpo si afflosciò a terra, mentre un lago di sangue scuro si allargava sulla strada a formare una pozza invitante per i Vaganti. L’altro, inerme e implorante, morì con un colpo di pistola che ridusse il cranio in poltiglia, e uno dei due uomini calciò il corpo che rotolò rovinosamente a terra. Sentii lo stomaco aggrovigliarsi, voltai la testa e socchiusi gli occhi per qualche secondo, tremando di rabbia che vomitai fuori poco dopo, sul pavimento della cucina. Sentii l’auto allontanarsi, ma sapevo che sarebbero tornati. Anche se non  avevo la certezza che fossi io la ragazza che stavano cercando, dovevo andarmene. Allontanarmi da quei pazzi, lasciare il mio luogo sicuro e tutto ciò che mi legava alla mia vita precedente, che ormai si stava disintegrando tra le mani, e ricominciare da capo. Sono preparata a tutto, in questi mesi ho imparato che l’imprevedibilità di questo mondo ti costringe a essere pronta ad abbandonare ciò che hai costruito, e per questo tengo sempre uno zaino pieno di viveri per l’evenienza, con l’occorrente indispensabile  per sopravvivere almeno una settimana. Devo viaggiare leggera, il resto lo troverò per strada. Non ci sono lussi in questo mondo, solo la morte che rimane in agguato dall’alba al tramonto, non ti concede tempo né tregua, e si insinua sotto la tua pelle giorno dopo giorno, portandoti via anche la ragione. Non voglio finire così.

Quella notte sono riuscita a malapena a chiudere gli occhi per qualche ora, con i coltelli sotto il cuscino, sussultavo per qualsiasi rumore e avevo in testa troppi pensieri che combattevano la stanchezza. Quando li sentii arrivare erano le sei del mattino, mentre il sole albeggiava e faceva risplendere la brina notturna, gli uomini tatuati salivano le scale. Saltai giù dal letto e afferrai i miei coltelli, mi assicurai lo zaino alla schiena e li spiai dallo spioncino della porta. Forse credevano che il terrazzo fosse l’unica via d’uscita oltre alla principale e commisero l’errore di partire dalle porte già scardinate dei piani superiori, facendo irruzione senza troppa discrezione negli appartamenti. Colsi l’occasione per scappare dalle cantine, e corsi giù il più veloce che potei, lasciandomi dietro la casa che mi aveva ospitato da bambina, e in questi mesi, con il calore e la familiarità di sempre. Scesi nelle cantine, e con i coltelli in mano e la pistola nello zaino uscii in giardino, aprendo il garage. Il rumore richiamò sia alcuni zombie che dai giardini vicini voltarono pigri la testa verso di me, sia gli uomini che si resero conto dell’errore e cominciarono ad urlare qualcosa alle mie spalle. Avevo guadagnato qualche minuto di vantaggio che mi avrebbe salvato la vita, e permesso di allontanarmi quanto basta da far perdere le tracce. Attraversai tutto il giardino, e aprii la porticina che collega la casa a Parco Querini. Sapevo di rischiare ma non avevo scelta: scavalcai la recinzione mentre sentii qualche sparo alle mie spalle. Maledii la loro poca delicatezza perché gli zombie furono richiamati dal rumore, e alcuni di loro già avanzavano verso di me.  Mi concessi solo qualche secondo per fare il punto della situazione: ombre nere vagavano tra gli alberi e i vialetti, alcuni di loro si erano ammassati sul piccolo ponte. Proseguii verso le mura, ma non fu così facile: gli zombie erano ovunque, e rischiavano di accerchiarmi. Mi feci spazio sferrando qualche colpo alla cieca, mirando alla testa, calciando via quelli più vicini, e ignorando quelli più lontani. Non potevo permettermi di perdere tempo ed energie. Sapevo dove dovevo andare e mi diressi verso le mura, dove un piccolo cancello che dava sulla strada era stato chiuso per “contenere” i vaganti, una sorta di quarantena disperata. Avevo già scavalcato quelle mura quando ero giovane e innamorata in un mondo sereno ormai distante, ed ero a conoscenza di una pietra più bassa dove poter facilmente trovare un appiglio, arrampicarsi, e superare così il muretto. Feci un salto e mi arrampicai senza esitazione. Sentii la roccia fredda sotto le dita secche e rovinate dall’inverno, la strinsi e feci leva sul braccio libero, mentre l’altro era occupato a recidere corpi che si accumulavano sotto i miei piedi; sarebbe bastato che una di quelle cose mi afferrasse il piede per tirarmi giù e sarebbe stata la fine. La fortuna tuttavia, sembrava essere dalla mia parte. Riuscii a scavalcare il muretto e con un balzo mi ritrovai in strada. Non avevo tempo di pensare a dove sarei andata, era mattina e avrei trovato un riparo lontano da San Marco, lontano dai vivi e dai morti. Ripresi quindi a correre verso il centro storico, lasciandomi alle spalle le mura del parco, imboccai una stradina secondaria che mi avrebbe portato verso Ponte degli Angeli. Sapevo di rischiare addentrandomi in un’area così esposta, e potenzialmente piena di vaganti, ma l’aria fredda che gelava il viso e tagliava la pelle, era dalla mia parte, e sembrava rendere poco reattivi anche i Vaganti. Quando fui sicura di aver coperto abbastanza terreno e di aver seminato i miei inseguitori, mi presi una pausa per riprendere fiato, e controllare di non avere tagli o parti esposte. Avevo una giacca pesante, una sciarpa che mi copriva il viso fin sopra il naso e mi sistemai il cappuccio sulla testa. Ripresi fiato guardandomi attorno: la piazza e il ponte erano sgombri, una pila di corpi era stata ammucchiata a lato della strada, nessuno aveva più voglia di seppellire la gente. Mi portai  il braccio al naso per contenere l’odore di morte e decomposizione che risucchiava l’ossigeno. Proseguii sopra il ponte, e mi affacciai. Il Bacchiglione scorreva tranquillo e sporco, portando con se detriti e corpi gonfi e galleggianti, trasportando la morte altrove, verso altre città. Ripresi a camminare velocemente, per evitare che la nausea prendesse il sopravvento e mi rendesse più debole di quanto non fossi già. Stavo andando verso Corso Palladio, quando fui costretta a fermarmi. Rallentai il passo e provai a mettere a fuoco la massa scura che si muoveva verso di me. Saranno stati un qualche centinaio di corpi, si muovevano piano, ma erano in piedi, e provenivano dal centro. Si erano accumulati, forse per il freddo, o per la mancanza di cibo, e si muovevano come una grossa e pericolosa macchia di morte pronta a espandersi, e travolgermi. Alcuni strisciavano a terra, privati di gambe venivano calpestati dai loro stessi simili, che gorgogliavano versi gutturali e intorpiditi. Avevo i piedi inchiodati al terreno, era la prima volta che ne vedevo così tanti tutti assieme, e mi sentii assalita dallo sconforto, dall’angoscia, e per qualche secondo, dalla disperazione. Il cuore mi balzò in petto, e per un attimo persi la concezione e il controllo del mio corpo. Rimasi a fissare quella massa informe di persone, che con corpi ossuti e brandelli di pelle, oscillavano mugugnando versi ben lontani dall’essere umani. Sapevo che avrebbero sentito il mio odore di lì a poco, quindi recuperai la lucidità che mi servì per cambiare piano, e insieme ad esso direzione; così assicurai le armi al cinturone, e afferrai una bicicletta abbandonata a terra, le cui ruote fortunatamente erano ancora gonfie e intatte. Niente auto, troppo rumore, avrei attirato altri vaganti e con quella orda alle mie spalle, non sarebbe stata una buona idea. Dovevo pedalare, e il più velocemente possibile. Mi lasciai alle spalle il centro, che considerai ormai zona persa, e svoltai verso lo stadio.  Pedalai così veloce che persi la sensibilità del viso per qualche secondo. Coprii chilometri più velocemente rispetto alla corsa, e mi fece riprendere fiato ma non riuscivo a organizzare i pensieri in modo da trovare un posto sicuro; la città mi risultava ormai così estranea e pericolosa, che non sapevo se avrei avuto la fortuna e la forza di resistere per un altro giorno. Trovai la strada sgombra a metà, bloccata solo dalle auto abbandonate, ma riuscii facilmente a farmi spazio tra di esse e a riprendere coscienza di quella freddezza che mi ha aiutato a sopravvivere fino ad adesso. Avevo una meta, ed ero abbastanza sicura che fosse un punto tattico per tenere d’occhio la città dall’alto, ma prima che potessi salire per Monte Berico, fui costretta ad abbandonare la bicicletta a causa di un gruppetto di zombie che mi bloccavano la via. Erano in quattro, e due di loro stavano banchettando con le budella di un uomo, dall’aspetto doveva essere morto da poco. Scavavano dentro il suo intestino con le mani, spappolando carne che si portavano alle labbra con avidità. Frenai, e le pastiglie consumate fischiarono sulle gomme attirando l’attenzione degli altri due, che presero ad avvicinarsi. Smontai con un salto, e senza pensarci sollevai la bicicletta quanto basta per spingerla in avanti. Era un gesto azzardato, che mi fece guadagnare tempo, travolgendo uno dei due zombie il quale si afflosciò a terra, come se fosse privo di spina dorsale. Il secondo, privo di un occhio che penzolava fuori dall’orbita in modo disgustoso, allungò le mani verso di me gorgogliando, così serrai la presa sui coltelli e incrociandoli davanti al viso, indietreggiai aspettando che fosse abbastanza vicino per piantargli il coltello sotto al mento. Gli schizzi di sangue mi sporcarono gli occhiali, mentre sfilai il coltello dal suo mento, dal quale colarono pelle e grumi di sangue. Con un gesto rapido allontanai il corpo da me, e mi accorsi che gli altri due avevano finito il loro pasto, o forse erano stati attirati dal rumore.  Decisi che era meglio conservare le energie e  aggirandoli, me li lasciai presto alle spalle, troppo lenti per inseguirmi in salita. Impugnai nuovamente le armi e cominciai a salire gli scalini tenendomi sotto ai portici, lontana dalla strada in modo da attirare meno attenzione possibile. Sentivo le mani grondare sudore e temevo che l’impugnatura dei coltelli potesse scivolarmi da un momento all’altro. Dovevo sbrigarmi a trovare un rifugio, perché l’adrenalina che avevo in circolo sarebbe finita da un momento all’altro, e il mio corpo sarebbe stato presto vulnerabile. Finii di salire gli scalini, e il fiato si condensava nell’aria fredda del mattino. Non avevo idea di che ore fossero, e mi resi conto di quanto il tempo avesse perso valore, in un mondo in cui l’unica cosa che ti corre dietro sono corpi putrefatti che camminano. Trovai con sorpresa la piazza sgombra, mi guardai le spalle un paio di volte, prima di avanzare con cautela per assicurarmi di non trovare qualche brutta sorpresa. C’erano auto abbandonate, alcune delle quali ancora con le porte aperte, forse saccheggiate; trovai qualche cadavere in decomposizione, con il cranio spappolato e una coppia, che probabilmente aveva deciso di concludere la vita insieme, dove una volta forse si erano conosciuti. I loro corpi erano ancora abbracciati, anche se parte del loro cervello era sparso un po’ in giro, sulle mattonelle scure chiazzate di sangue annerito. Una volta resa sicura la zona, mi avvicinai al muretto, sopra di me svolazzava la bandiera italiana, e poggiai le mani sulla pietra dove una volta c’erano scritte frasi romantiche di innamorati o vecchi insulti di studenti, ora regnavano messaggi d’aiuto, comunicazioni intrise di speranza macchiate di vernice e mani insanguinate. Alcune comunicazioni dicevano:

Marianna T. se passi di qua, vieni al ristorante Sette Santi, abbiamo un piccolo campo li.

Alienone, sei un fottuto testa di minchia.

Il centro è zona rossa, vaganti ovunque, irraggiungibile.

Che Dio ci aiuti, continueremo a pregare e respingere la morte in chiesa.

Alzai lo sguardo e vidi la città per ciò che era diventata: la Basilica Palladiana regnava su una Vicenza fatta di treni deragliati, case abbandonate, edifici in fiamme, auto abbandonate e corpi vaganti. Fumo nero si disperdeva nel cielo in più punti. La morte aveva steso un velo di desolazione così fitto che sentii lo stomaco raggrinzirsi su se stesso, le gambe cedere e il fiato mancare. Mi lasciai andare in un pianto liberatorio e singhiozzante, come non facevo da tanto tempo, e mi sentii sola, terribilmente sola. Poi, ripresi a respirare.

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