Outlast

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22 gennaio 2014 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Laura Mussolin]

Era circa mezzogiorno, quando arrivai a Monte Berico tre giorni fa. Da quel giorno mi sono mossa parecchio: ho controllato il ristorante Sette Santi, dove doveva esserci un accampamento, ma le vetrate erano sbarrate con travi di legno e sulla porta principale regnava un grosso avviso in vernice blu: “Non entrate. Tutti morti!”. Così sono rimasta all’esterno e ho perlustrato l’area del parcheggio. Ho trovato solo qualche morto accasciato a terra tra un auto e l’altra, erano così raggrinziti dal freddo che era facile impiantargli un coltello in testa senza rischiare troppo la pelle. Delle roulotte erano accampate in modo disordinato sul lato sud, alcune di esse avevano le ruote bucate. Nessuna traccia di sopravvissuti. Cercavo delle provviste ma trovai solo sportelli aperti, e materassi sporchi di sangue.
La stanchezza mi assalì all’improvviso, e fui costretta a trovare rifugio in una delle roulotte. C’erano coperte a sufficienza, e mi preparai psicologicamente per dormire in un letto sconosciuto, dopo aver sigillato l’ingresso con cura. Nel ricontrollare con fare maniacale lo zaino, mi resi conto di aver perso il telefono e sbattei un pugno sul muro per la rabbia, maledicendomi due secondi dopo per la mia stupidità. Del tonno in scatola recuperato dal camper fu la mia cena. Bevvi un sorso d’acqua prima di crollare in un sonno profondo.
Mi svegliai a sera inoltrata, con la testa pesante tanto da non sentire il corpo rilassato. Fui pervasa da un senso di smarrimento, mi guardai attorno per fare mente locale. Dopo aver sistemato gli occhiali sul naso, mi alzai con calma. Quando mi resi conto che fuori c’erano due uomini, strinsi tra le mani i manici dei coltelli, e mi nascosi spostandomi dalla visuale del finestrino. Uno di loro calciò una lattina che rotolò creando un eco rumoroso.

“Che diavolo, neppure una scatoletta di tonno abbiamo trovato. Ormai io mi faccio solo di D20, amico, è una bomba questa roba. Altro che LSD, o metanfetamine. Guarda qua: questa è roba potente! Me l’ha passata di nascosto un tizio che sta con i Magna Tuto. Quei figli di puttana qualcosa di buono per la gente lo fanno, li drogano! E te la dico io una cosa amico, la EM0 è ancora meglio, solo che se la tengono per loro, altroché. A noi ci rifilano le cose di seconda mano.”

Risero, ma non potevo vederli. Potevo sentire cosa dicevano perché si erano avvicinati parecchio, e a dividerci c’era solo il finestrino del camper. Temevo che sarebbero potuti entrare, e mi preparai psicologicamente al peggio. Con il cuore in gola strinsi forte i due coltelli che tenevo all’altezza del petto, e calcolai il tempo che avrei avuto nel caso avessi sentito sforzare l’ingresso.

“Sei fatto come una merda, Johnny. Anzi, dovresti passami una di quelle due dosi e poi vedi come ribaltiamo questi camion con un braccio solo! Questa roba pompa di brutto, amico. Muscoli, cervello e via, un trip allucinante. Ieri sera ho fatto una strage di zombi, ce ne erano una decina e io non ricordo molto, ma li ho fatti fuori da solo. Io e dieci zombi… A me i Magna Tuto me lo possono anche…Merda! Aspetta, mi è caduta la roba sotto questo camper del cazzo.”

Trattenni il fiato quanto basta e poco dopo sentii una serie di bestemmie e degli urli. Partì qualche colpo di pistola impugnata dalle mani inesperte di uno dei due. Uno dei proiettili colpì il vetro del camper e mi esplose accanto. Soffocai un urlo, e chiusi gli occhi per qualche secondo, coprendomi il volto dietro alle braccia. Poco dopo riconobbi il mormorio dei vaganti e il rumore delle loro mandibole che azzannavano ed estraevano le interiora dal ventre umano. Con un gesto rapido gettai un’occhiata e vidi i due drogati senza vita, sotto i corpi di tre vaganti spuntati probabilmente da sotto al camper. Senza volontà ne anima, quei vaganti mi avevano appena salvato involontariamente la vita. Decisi che dovevo cogliere il momento per andarmene: il sole aveva abbandonato da un pezzo il cielo, e i vaganti presto avrebbero finito il loro lauto pasto, ma due corpi sono sufficienti per coprirmi la fuga. Uscii con calma, sperando di non attirare l’attenzione su di me nel tentativo di liberare l’ingresso; ma di notte anche il rumore più piccolo ha le ali e si propaga indisturbato nell’aria. Così mi lanciai in una corsa dalla parte opposta al camion, e mi lasciai alle spalle il ristorante cercando di tenere la testa sgombra dai pensieri il più a lungo possibile. Presi la bandana che avevo trovato in una delle roulotte e la fissai davanti la bocca e al naso, come un bandito, in modo da porre un filtro maggiore tra me e gli odori. Con un gesto della mano sollevai il cappuccio sulla testa. Dovevo trovare un rifugio alla svelta e controllai il Santuario di Monte Berico che non mi parve mai così immenso.Non mi ritengo più una ragazza né cattolica né credente: la mia fede vacillava ancora prima di tutto questo, e l’apocalisse ha cancellato la mia coscienza quanto la mia fede. Non ritengo colpevole nessun Dio di questa situazione. Le chiese però mi piacciono, sono grandi, spaziose e silenziose.

Aprii con calma il grande portone, le ante scivolarono scricchiolando sotto le mie dita, e il rumore si disperse nella grande entrata. Tirai un sospiro di sollievo, breve ma intenso, quanto basta per recuperare fiato e assicurarmi di avere tutto l’occorrente, pc compreso. Cos’era la EM0? Chi erano i Magna Tuto? Le domande rimasero pulsanti nel cervello come un interruttore attivo che lampeggia senza fine. Ora sapevo, però, che la D20 era una droga in grado di esaltare le capacità fisiche e motorie: ma fino a che livello? C’era la possibilità che fosse coinvolto l’esercito? Da chi era gestito il traffico? Avevo troppi pensieri e poche risposte. Quando alzai lo sguardo e mi resi conto che avevo abbassato le difese, tornai in allerta e scoprii che la chiesa era stata adibita ad un centro di raccolta: le panche della navata erano state spostate per far spazio a lettini e brandine. Coperte e cuscini erano sparsi ovunque. Dov’era finita tutta quella gente?

Estrassi la mannaia più per sicurezza che per altro, e mi mossi con discrezione tra i lettini, alcuni dei quali erano macchiati di sangue raffermo. Nessuno era morto di recente, almeno così sembrava. “Forse ci guarivano la gente” pensai mentre mi dirigevo verso l’abside, dove l’altare era imbandito di pentole e cibarie ammuffite. Alcuni piatti erano ancora sporchi, ammucchiati l’uno sull’altro in disordine, dove alcune mosche ronzavano attorno. Le mosche sono le uniche che riescono ad apprezzare tutta questa merda, loro di merda ci vivono. I miei passi echeggiavano nella chiesa, e il loro rumore mi rendeva inquieta. In un silenzio profano, gli affreschi sembravano prendere vita, e giudicare il mio passaggio. Non trovai niente di commestibile dietro l’altare, e alcuna traccia nè di vivi nè di morti. Proseguii verso la navata laterale sinistra, e mi fermai allarmata per qualche secondo, sorpresa dalla presenza di una scia di sangue che si snodava lungo le colonne formando manate insanguinate e chiari segni di colluttazione che macchiavano il pavimento di spruzzate scure; strinsi la mannaia con presa più salda, e seguii la scia rossa che si snodava lungo il marmoreo pavimento, fino ad una cripta il cui ingresso era sigillato dall’esterno con travi inchiodate e panche accatastate una sull’altra. Mi fermai e capii. Mi mossi con rapidità lungo l’altra navata laterale, dove sangue raffermo indicava lo stesso scenario. Entrambe le entrate delle cripte erano sigillate, e capii che i corpi dovevano essere stati portati sotto quando la situazione era chiaramente sfuggita di mano. Cercai di restringere il campo e riformulare ciò che poteva essere successo, ma mi accontentai della sicurezza del posto. Dopo aver controllato la resistenza delle travi che sigillavano le cripte, mi assicurai che l’ingresso potesse essere bloccato, almeno per la notte. La luce che filtrava nell’occhio del Santuario, si spense lentamente, portando con sé il freddo della notte. Mi sistemai in uno dei lettini, sotto una coperta, e cercai di dormire come meglio potei, con la mannaia e il trinciante a portata di mano. Non riuscii a prendere sonno come avevo immaginato: la chiesa mi risultò dannatamente grande e macabra, le ombre delle arcate assumevano forme minacciose e scure, e scoprii che i versi dei morti riecheggiavano nelle cripte con intensità, causandomi una lieve pelle d’oca. Il vento fischiava attraverso le fessure delle travi, i muri sembravano instabili sotto al peso del mondo, e ad ogni scricchiolio balzavo in piedi accendendo la torcia. Provai ad avviare il pc, ma aveva poca batteria, e ci rinunciai. Gettai una occhiata nello zaino, per controllare lo stato dei viveri: avevo ancora una bottiglietta d’acqua da 0,50 ml, tre scatolette di tonno in scatola, una di fagioli, e tre scatolette di carne in scatola. Non male.
Decisi di aprire una scatoletta di carne, e mentre assaporavo la mia cena, mi ricordai della pistola. Poggiata a terra la scatoletta vuota, afferrai la pistola e la impugnai per la prima volta. Estraendola, uscì anche una fotografia che mi vedeva ritratta sorridente e felice, abbracciata a mio fratello che mi faceva il solletico. La sentii incredibilmente pesante tra le mani, e la ruotai cercando di capirne il funzionamento. Come diavolo si apre una pistola? Nei film sembra tutto così semplice. Mi fermai per un attimo: avevo in una mano la fotografia e nell’altra la pistola; tutto ciò che rappresentava il mio passato, il mio presente, e il mio futuro. Il volto di mio fratello, in quella fotografia, era tutto quello che rimaneva dei miei ricordi, che mi spingeva ad affrontare il mondo, e temevo che si sarebbe sbiadito; come il sentimento che ancora ardeva dentro di me, e mi spingeva a sopravvivere. E se fosse morto? Per cosa mi sarei risvegliata? Per cosa avrei continuato a vivere in un mondo che per me era già morto e mi aveva tolto tutto? La paranoia cominciava ad assalirmi, e sentii il bisogno di allontanare i brutti pensieri. Rimisi la fotografia nello zaino e cominciai ad armeggiare goffamente con la pistola. Mi ritrovai il caricatore in mano senza sapere come lo avessi tolto. Ci infilai grossolanamente i proiettili, e richiusi. Sapevo dell’esistenza di una sicura, ma non mi azzardai a toccare niente. La impugnai, e guardai oltre al mirino, scoprendo il peso del ferro tra le mie mani. Quando il dito indice sfiorò il grilletto lievemente, mi scoprii in ansia. Mi resi conto in quel momento che era più forte la paura dell’attrezzo che avevo in mano rispetto al senso di sicurezza che avrebbe dovuto darmi; così la rimisi dentro allo zaino e preferii non pensarci più. Presi sonno cullata dalla voce dei vaganti che sotto di me mi cantavano la ninna nanna. Che carini, quei bastardi.

Il giorno dopo mi svegliai alle sei di mattina, la luce dell’alba filtrava nella chiesa, che mi parve ancora più amplia. La solennità di quel posto fu così intensa da farmi girare la testa. Presi la mia roba e decisi di andarmene. La nebbia delle sei di mattina era bassa, e copriva la brina luccicante che aveva ghiacciato corpi, macchine e strade rendendo quest’ultima più scivolosa. Il mio respiro si condensava davanti alle labbra, e sapevo che dovevo muovermi per scaldarmi. Il freddo può ucciderti se non hai un posto dove stare. Azzardai e mi incamminai lungo la strada che porta ad Arcugnano: cosa mai mi aspettavo di trovare in piccole realtà tra i colli Berici? Forse la campagna ha risentito meno dei saccheggi e dello sterminio di massa. Cominciai a camminare velocemente, riscaldandomi le gambe con una corsetta sostenuta. Percorsi circa settecento metri, prima di dover rallentare: un concatenamento di auto bloccava la strada, e tra di esse un centinaio di corpi si snodava urtando le braccia penzolanti contro gli specchietti, gorgogliando versi acuti che prima non avevo mai sentito. Temevo le orde quanto gli uomini che mi avevano rincorso, e mi trovai per la seconda volta la strada sbarrata. I corpi instabili oscillavano tra di loro, sbattendo addosso ad altri corpi e agli specchietti delle auto distribuite sulla carreggiata. Formavano un mucchio nero di grugniti gutturali e intraducibili. Sentii le mani sudare e serrai la presa sui manici dei coltelli mentre iniziai ad elaborare un piano B velocemente: decisi di voltare rapidamente a destra, prima che potessero vedermi, accostando il marciapiede, per poi rannicchiarmi quanto più potevo sfruttando le auto come nascondiglio. Alzavo la testa di tanto in tanto per controllare di non essere seguita. I Vaganti sono come le pecore: se parte uno, partono tutti. Ho cominciato a dividerli in due categorie: i Vaganti e gli Appostati. Gli appostati se ne stanno fermi, immobili a terra, e si alzano solo se qualcuno passa nelle loro vicinanze. Non fanno distinzioni tra uomini e zombie; semplicemente si alzano richiamati dai passi altrui, rischiando così la formazione di veri e propri greggi. Proprio come quello che avevo davanti.

Mi resi conto di essere a pochi passi dal Museo del Risorgimento, e superai il piazzale principale che portava al grande cancello che trovai aperto. Non era un buon segnale. Poteva esserci chiunque al suo interno, ma almeno mi lasciai l’orda alle spalle, chiudendo il cancello con una sbarra di ferro che trovai poco distante in un gruppo di detriti. La nebbia si addensava tra gli alberi del Parco storico che fiancheggia il museo, filtrava tra gli zombi che formavano sagome nere poco distinte, che ondeggiavano lente e affondavano i piedi sull’erba cristallizzata e scricchiolante di brina. Addentrandomi di soppiatto, mi nascosi dietro ai grossi cannoni neri che precedono l’entrata stringendo la mannaia in una mano e il trinciante nell’altra. Uno zombi allungò le mani, che recisi con un taglio netto di mannaia, facendo colare sangue scuro e grumoso al suolo. Gli impiantai il secondo coltello nella fronte, e con una breve spinta lo allontanai ritraendo l’arma dal suo cervello rigonfio. Il mio respiro si condensava nell’aria, creando piccoli aloni d’ossigeno. “Inspira, ed espira”, continuavo a dirmi. Procedetti con calma e attenzione, raggiunsi l’ingresso e lo superai calpestando pezzi di vetro che crepitavano sotto le suole. Sigillai l’ingresso con un vecchio pezzo di marmo che trovai a terra, e lo spinsi con forza per bloccare la porta, almeno temporaneamente. Ripresi fiato, e mi guardai attorno: chissà perché nessuno pensa ai musei. Quando è esplosa l’epidemia i primi posti che sono stati saccheggiati sono stati i supermercati, poi le caserme, poi gli ospedali, e non ho notizie del carcere. Nessuno ha mai pensato di trovare niente di interessante e utile nei musei? Cazzo, sono una miniera d’oro! Evidentemente era passato qualcuno, visto che gran parte delle vetrine erano rotte, e gran parte delle armi e degli oggetti erano stati rubati. Rimanevano vecchi vestiti e utensili risalenti alla Seconda Guerra Mondiale. Passai oltre, nella stanza successiva, snodandomi in brevi corridoi, cercando di non perdermi. Trovai alcuni corpi smembrati, abbandonati e immobili immersi nelle proprie budella sgusciate fuori dalle casse toraciche. Entrai nell’altra stanza e rallentai, nel vedere quello che una volta dovrebbe essere stato il custode: aveva ancora addosso la divisa logora dal tempo, e il corpo marciva lentamente, reso ormai scheletrico ed infossato, giaceva per terra, strisciante e senza forze. Mi avvicinai, lo aggirai per non essere afferrata in alcun modo, e gli impiantai il coltello sulla nuca, bloccandolo per sempre. Quando rialzai gli occhi notai che le vetrine di quella stanza erano in gran parte intatte e capii che, inconsciamente, aveva protetto quelle reliquie fino alla morte e dalla morte stessa. Afferrai una reliquia di metallo per spaccare la vetrina che conteneva delle spade risalenti all’epoca napoleonica ancora in ottime condizioni. Afferrai la spada e la sentii leggera, la studiai e afferrai anche il fodero annesso, con la quale poterla assicurare alla cintura dei pantaloni o attorno alla vita. Come diavolo si indossa una spada?. Avevo bisogno di riposare e mettere qualcosa sotto ai denti. Avevo controllato e resa sicura la zona, così mi presi una pausa e svuotai lo zaino per consumare il pranzo. Mi accontentai di poco, e anche se la fame incideva nel cervello, il pensiero di razionare il cibo ebbe la meglio, e decisi di fare piccoli pasti in diversi momenti della giornata. Studiai la mia nuova arma: avevo trovato una spada! Mi sentii un po’ come Bilbo Baggins quando trova la spada elfica nel Lo Hobbit: importante. Cercai di affilarla come meglio potei con il coltellino svizzero, per vedere se era possibile recuperare la lama. Mi sentivo piuttosto sicura con il nuovo utensile, e mi scoprii fremente di provarla, e un po’ mi spaventai di me stessa e in ciò che questo mondo mi stava trasformando.

Ho una chiavetta internet con un’ora di credito autonomo rimanente, e quando si estinguerà sarò costretta a gettarla. Ora vi sto scrivendo nella speranza che la batteria del pc regga a sufficienza per mandare questo post. So che non dovrei rivelare la mia postazione per sicurezza, dopo quello che è successo, ma come faccio? Voi siete l’unica mia fonte di informazioni, e un ascoltatore silenzioso a cui confidare i miei pensieri. Non voglio impazzire. Devo parlare con qualcuno, devo credere che esista ancora qualcuno di sano e umano a questo mondo con cui condividere la mia solitudine. Ho avuto il tempo di ricercare informazioni tra le vostre testimonianze, ma per risparmiare batteria ho racimolato solo frasi sconnesse che avevano solo un unico punto in comune: i “Magna Tuto”. Si fanno chiamare così questo gruppo di esaltati teppisti? Sono loro che mi davano la caccia qualche giorno fa? Per che scopo ancora non lo capisco. Temo il loro potere, e il fatto che io abbia visto solo un terzo delle cose di cui parlate voi. Saccheggi, stupri, uccisioni per cosa? Avere il potere e cercare la supremazia in un mondo ormai alla deriva? O sei con loro o contro di loro. Questa è follia. Evidentemente hanno perso la testa per quella merda del D20. Ho così tante domande da farmi scoppiare la testa, e così poco tempo e poca energia per dare un senso a tutte le vostre storie, o quanto meno un ordine. Venezia è persa, gli MT hanno preso Mestre e Marghera, e probabilmente ora anche Vicenza. Di Padova e Verona non ho notizie da due mesi ormai. Mentre leggo le vostre storie, mi scopro invidiosa delle persone che avete al vostro fianco, della possibilità di parlare, abbracciare, anche solo fare il cambio della guardia con qualcuno; e mi rendo conto di affezionarmi a delle persone che neppure conosco. Che patetica che sto diventando. Le vostre storie parlano di vita ma anche di morte, e non so se riesco a sopportare di perdere anche voi. Voi dovete vivere, dovete farlo per voi stessi e anche un po’ per me, perché se no cosa mi rimane?

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