The last of us

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24 gennaio 2014 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Laura Mussolin]

Sono passati trenta giorni dall’ultima volta che sono riuscita a connettermi. Trenta fottutissimi giorni! Cazzo. È già metà Gennaio e io ho perso di vista la mia strada, e anche un po’ me stessa. Al diavolo le feste, gli addobbi e tutte quelle cagate che prima erano così importanti. L’apocalisse si è portata via la vita, e con essa anche tutte le cose che prima davamo per scontate o ritenevamo importanti. Se potessi tornare indietro rivaluterei tutti i miei errori, le litigate e le sfuriate contro la mia famiglia e gli amici. Mi manca abbracciare qualcuno, poter chiudere gli occhi e sentirmi al sicuro, senza dover svegliarmi di soprassalto per qualsiasi rumore. Ho passato questi giorni in continuo movimento, cercando un rifugio che mi permettesse di sopravvivere alla desolazione e al freddo che si è intensificato così tanto da far nevicare. La neve ha coperto la città di un velo bianco, cercando di dare purezza al putrido mondo in cui viviamo, nascondendo alla vista sia le comunicazioni dei vivi, sia i corpi dei morti che sotto di esso congelano ma non si fermano mai del tutto. Ho visto mani muoversi sotto il manto bianco, e sentito corpi scricchiolare sotto di essa. La nebbia e la neve hanno venduto il loro fascino al macabro, diventando ostacoli alla vista e alla sopravvivenza: nascondono e coprono corpi e odori come un lenzuolo soffice, sospinto dal vento. Ormai nulla ha più un senso, e io mi sto dilungando in chiacchiere inutili. Ho ricaricato la batteria del computer quanto basta per avere una autonomia di un’ora, e qui sembra prendere internet abbastanza stabilmente, ma non so quanto durerà. Alla fine è successo, mi hanno trovata.

Mi ero barricata bene dentro al museo del Rinascimento, uscendo solo per rifornirmi e rendere la zona sicura. Là dentro mi sentivo protetta, circondata dalle armi e dal silenzio. Dopo il passaggio dell’orda, le strade erano tornate silenziose e ricolme di detriti, così ho potuto saccheggiare qualche casa nelle vicinanze, ma il poco cibo che trovai mi costrinse a cambiare progetti presto. Avevo deciso che mi sarei spostata ancora, dovevo solo organizzarmi, e la mia esitazione mi è costata cara. Ero dentro la stanza principale, dove avevo creato un rifugio di fortuna, e stavo sistemando lo zaino per preparami a partire la mattina dopo, quando avvertii una presenza alle mie spalle. Gli zombi si sentono, sono goffi e fanno rumore, inciampano. Gli uomini no, hanno imparato a farsi furbi e silenziosi, che se ti arrivano alle spalle e non te ne accorgi, sei fregato. Non sapevo chi fosse, ho avuto a malapena il tempo di voltarmi, e cercare di afferrare la spada per difendermi, prima di perdere i sensi.

“Buon Natale” ha detto con un sorrisetto prima di darmi una botta in testa. Mi hanno dato una botta in testa e mi hanno rapito, cazzo.

Quando ho riaperto gli occhi ero legata a una sedia, sentivo la testa che girava e ci ho messo un po’ a mettere a fuoco la vista. Fortunatamente mi avevano lasciato gli occhiali, e presto mi resi conto che non potevo muovermi e che mi trovavo in una stanza d’ospedale. Era una stanza spoglia, con un lettino, una scrivania, uno scaffale. L’odore di disinfettante impregnava i muri, e stonava con la puzza da morto alla quale mi ero abituata in quest’anno. Davanti a me c’erano due uomini di spalle, riuscii a distinguere il tatuaggio nero che portavano sulla nuca, e capii che si trattava di due membri dei Magna Tuto. Stavano mormorando qualcosa, ma le loro parole mi arrivavano distorte, e quando ripresi conoscenza del tutto, cercai le mie cose con lo sguardo ma non trovai lo zaino, e non capivo con cosa stavano armeggiando fino a quando uno dei due non si voltò con una siringa in mano.

“Oh, ti sei svegliata finalmente” disse, dando due colpetti al liquido scuro che scorreva dentro la siringa. Portava un grembiule bianco, dove si era pulito le sue mani sporche di sangue, cercando forse di pulire anche un po’ la sua coscienza. Non ero imbavagliata, ma il terrore si era improvvisamente radicato nelle mie ossa, e mi aveva paralizzato momentaneamente il cervello.

“Hai fatto parecchia strada da San Marco, ragazza. Ti tenevamo d’occhio da un po’, ma tu non hai voluto darci ascolto quando avresti potuto. Poteva finire meglio di così, sai? Insomma, sei stata una grande scocciatura per noi. Però devo ammetterlo, ti sei nascosta bene. È stata solo una botta di culo se ti abbiamo beccata al Museo. Credevi di farci fessi? Ti sei fregata da sola. Vi continuate a fregare tutti, con questa storia del blog, che stronzata patetica.”

“La chiami stronzata patetica, ma vedo che le cose le leggete. È così che mi avete trovata? Che controllate la gente? Ho visto quello che fate alle persone” risposi, guardandolo negli occhi. Avrà avuto intorno ai quarant’anni, aveva il volto segnato dall’età ma non dalla stanchezza. Si direbbe che avessero le cose sotto controllo, ospedale compreso a quanto pare. Mi sorrise, e mi si avvicinò. L’altro si portò alle mie spalle, era armato di fucile e portava una divisa militare, erano ben organizzati, e probabilmente sapevano quello che facevano, o almeno così sembrava.

“Vedi, le cose ora stanno così. Tu sei una ragazza in gamba, a quanto pare il destino ha voluto che sopravvivessi per un anno interno, e non è una cosa così scontata. Hai trovato un sacco di cose, persino una spada. Mi stai quasi simpatica. Tuttavia, ora qui comandiamo noi. Voi ci chiamate… come… MT…”Magna tuto, che simpatico nomignolo, a volte vi trovo così esilaranti. Effettivamente un po’ ci avete azzeccato, come avrai capito ormai siamo numerosi, e ci siamo diffusi peggio di questa piaga nelle vostre case, e ci siamo guadagnati il rispetto dei vostri cari. Chi ha le armi? Noi. Chi ha le medicine? Noi. Chi ha la benzina? Noi. A voi non resta che pascolare solitari tra la morte, o scegliere di unirvi a noi, e vivere nell’agio. Tu saresti un ottimo elemento.” Sorrise, passandomi due dita sulla guancia, fino a sfiorarmi il mento. Sentivo i suoi occhi languidi su di me, indecifrabili pupille d’odio.

“E quelli che non vogliono unirsi a voi? Non avete rispetto della vita, anche quando ormai è così rara. Fingete di essere i nuovi paladini della terra, ma io so cosa fate voi, chi siete davvero. Stuprate, rapinate, e torturate la gente nella speranza che possa portarvi rispetto? E se arrivano ad odiarvi, se si ribellano li uccidete come se fossero carne da macello. Vi autocelebrate come dei superiori alla razza umana, quando in realtà avete la stessa dignità di un vagante la fuori” risposi senza pensare, lasciando fluire fuori dalle labbra i pensieri che poco prima mi bloccavano il cervello. Risposi a tono, e gli sputai addosso con rabbia e poca razionalità, e in risposta ricevetti uno schiaffo in pieno volto, che mi fece voltare il viso rosso verso destra. Respiravo velocemente, incapace di fermare il flusso di pensieri e domande che si agglomeravano dentro la mia testa. Leggono ciò che scriviamo. Sanno dove siamo. Sanno chi siamo e come trovarci. Forse credevo di aver perso qualsiasi possibilità di fuga, e quindi potevo giocarmi la carta della sfrontatezza che mi avrebbe portato verso una brutta fine.

Si pulì il viso con uno straccio e cominciò a insultarmi mentre sentii il tizio alle mie spalle iniziare ad agitarsi, sentii la canna del fucile puntare alla mia nuca, era fredda.

“Lurida sgualdrina, ti dovrebbero insegnare le buona maniere. Dovrei insegnartele io, magari. Se solo fossi autorizzato a farlo da Area. Sai chi è Area, stupida ragazzina? Credi che ci sia una fonte divina dietro a tutto questo “Grande Macello” come lo chiami te? Possibile che tu sia ancora alla ricerca di queste domande quando la risposta ce l’hai proprio davanti agli occhi? La causa siamo noi. Gli uomini, la scienza, il progresso hanno portato a tutto ciò. L’EM0 e il D20 sono la chiave di tutto. Noi siamo la chiave. Hai idea dei suoi effetti? Hai mai provato l’ebbrezza che dà? La forza che dona? Siamo noi a darvi la possibilità di essere migliori, più forti e di sopravvivere a quei mostri la fuori. Eppure qualche effetto collaterale doveva pur esserci, non credi? Deliri…cannibalismo…cosa vuoi che sia. Come siamo noi a darvi l’elettricità che vi serve per farvi sentire ancora uniti, ancora salvi. E ora sei qui tra di noi, e hai la possibilità di ragionare, di piegarti al nostro volere e fare ciò che ti chiediamo per evolverti e passare al livello successivo, oppure beh… c’è bisogno di dirlo? Allora, Laura, cosa hai intenzione di fare?”.

La testa cominciò a girare vertiginosamente, e la nausea iniziò a bloccarmi lo stomaco e a chiudermi la gola. Deglutii un po’ di saliva, e tornai a guardare l’uomo che avevo davanti mentre i pezzi del puzzle andavano ad incastrarsi come se lo schema fosse d’un tratto improvvisamente diventato semplice. Esperimenti, droga, qualcosa era dovuto andare storto e loro ne erano la fonte. Qualcuno sapeva. Da quanto? Mi sentii improvvisamente spogliata di qualsiasi forza, di qualsiasi convinzione che mi ero costruita in tutto l’anno trascorso.

“Che volete da me? Perché io sarei così importante per voi? Non davo fastidio a nessuno, se sono solo una pedina nello schema di questa Area, allora perché non mi ridate le mie cose, e mi lasciate andare?” Fremevo dalla voglia di sapere, di vederci chiaro una volta per tutte, anche se fosse stato prima di morire. Sarebbe stata una bella liberazione.

“Una cosa semplice. Vedi, Laura, ti abbiamo tenuta d’occhio da quando hai intercettato per caso uno dei nostri nella farmacia di San Marco… destino ha voluto che tu entrassi in contatto sia con noi, che con il mondo di Elisa e Pekka… cominci a capire, ora? Ci serviva un capro espiatorio, qualcuno che riuscisse a conoscerli, che fosse più vicina al loro mondo, che si guadagnasse la loro attenzione, per portarci da loro. E tu eri l’esca perfetta.” Si girò tra le mani la siringa, come se tenesse in mano una bacchetta magica. Se la teneva stretta.

“Cosa credi che io sia portata a farlo? Tradire altre persone per portarle da voi? Non sono lontanamente la persona che credete voi. Vi sentite minacciati, è così… vi fanno paura perché avete trovato qualcuno che vi tiene testa.” Avevo chiaramente superato il limite delle mie possibilità, quindi tanto valeva andare oltre, sfidarli, e metterli alla prova. Volevo sapere come stavano le cose, volevo sapere tutto. Lui mi guardò e sorrise. Aveva una sicurezza nello sguardo che per un istante mi fece vacillare.

“Non lo crediamo noi, ma lui. Fatelo entrare.”

Sentii la canna del fucile abbandonare la mia nuca, e il secondo uomo rientrò nel mio campo visivo quanto basta per seguirlo con lo sguardo fino alla porta. Corrugai la fronte, incapace di immaginare come si sarebbero messe le cose. Non potevo immaginare che loro potessero arrivare a tanto. Quando la porta si aprì, mi mancò il fiato. Mio fratello era li, davanti ai miei occhi, improvvisamente reale e vivo. Quando mi vide mi corse incontro per assicurarsi che stessi bene, ma fu fermato dal braccio dell’uomo che lo immobilizzò. Aveva l’aria un po’ trasandata, la barba più lunga ed era dimagrito, ma stava bene. Mi divincolai con tutte le forze che avevo in corpo, e sentii le mani addormentarsi per via delle corde legate troppo strette. Avevo aspettato così tanto questo momento che quando mi si presentò davanti fui sopraffatta da un ventaglio di emozioni che mi portarono sulla soglia dello sconforto. Gli occhi mi si riempirono di lacrime e cominciai a urlare. Volevo abbracciarlo, desideravo sentirmi il suo corpo addosso, e continuai a divincolarmi anche se le corde mi bruciavano la pelle. Bastardi, bastardi, bastardi.

“Ora credo che la questione abbia assunto sfumature differenti, vero? Vedi, se tu facessi quello che ti abbiamo chiesto, abbiamo promesso a tuo fratello di lasciarvi liberi di godervi la vita come meglio potete. Lui è qui da un anno sai? Si trova bene. Dorme, mangia, e gioca a carte. Non siamo così cattivi come credete voi, visto?” disse avvicinandosi, mi afferrò il volto con una mano in modo che io potessi guardare mio fratello negli occhi. Piangevo. Avevo paura ed ero felice.

“Immagina, potresti avere una stanza per te, libri, internet, cibo a volontà, medicine… tutto ciò che vuoi. Forse dovresti prenderti del tempo per pensarci su.” Restai a fissare mio fratello negli occhi. Continuava a chiedere se stavo bene, se mi avevano fatto qualcosa. Nessuno rispondeva, e io mi limitai a fissarlo, scuotendo appena il capo. I miei occhi riuscivano ad esprimere tutto ciò che la mia voce non poteva dire. Poi, le parole che avevo in gola si spensero quando l’uomo mi conficcò la siringa nel braccio, e la vista cominciò a farsi appannata, fino a quando non persi nuovamente conoscenza.

Mi risvegliai in una stanza che odorava di disinfettante, era una delle tante stanze adibite ai pazienti. Oltre al mio, c’erano altri cinque letti, tutti vuoti e senza lenzuola. Alcune macchie di sangue avevano penetrato il materasso. Mi venne la nausea, e mi portati una mano alla tempia. Avevo i polsi segnati ma erano liberi da qualsiasi corda, e il mio zaino era sparito. Trovai la porta chiusa a chiave, e mi rassegnai a uscire. Avevano pensato a tutto. Mi affacciai alla finestra e vidi la desolazione che circondava il giardino dell’ospedale. Alcune persone erano a guardia dei cancelli e delle barricate che i Magna Tuto avevano eretto attorno all’ospedale, protettori del loro territorio: erano state costruite delle recinzioni provviste di filo spinato ricordavano tanto i lager nazisti. Dall’alto della mia stanza, ipotizzai che fossi al quinto piano. Mi sentivo drammaticamente confusa, la testa mi girava. Tutto ciò in cui avevo creduto si era materializzato davanti ai miei occhi: mio fratello era vivo. Ma cosa ci faceva qui? Possibile che si fosse unito ai Magna Tuto? Non so come lavorano, come scelgono le loro cavie o i loro secondini. Non so niente di loro, e forse non so più niente neppure dell’ultimo membro della mia famiglia. Mi rosicchiai le unghie delle mani senza pensarci, nervosa e senza apparentemente via di uscita, quando la porta si aprì alle mie spalle ed entrò mio fratello. Era solo. Mi venne incontro e mi abbracciò così forte che per un attimo, rimasi ferma, immobile, incapace di alzare le braccia per stringerlo a me, come avevo sognato di fare tante volte. Mi irrigidii per qualche secondo, incapace di avere il controllo del mio corpo, sentii le sue mani accarezzarmi le guance mentre con lo sguardo cercava i miei occhi. Mi persi nei suoi occhi verdi per qualche secondo, prima di sentire chiaramente le sue parole prendere forma e abbandonare gli echi lontani della mia testa. Lo abbracciai senza dire niente. Non avevo voglia di sentire niente, solo di sentirmelo addosso, per un po’, e fare finta che tutto questo non fosse mai successo.

“Ehi, sono qui. Va tutto bene. Sto bene. Vieni con me, facciamo quattro passi. Non ti toccherà nessuno, te lo prometto” mi sussurrò conducendomi fuori dalla stanza. Iniziammo a muoverci lungo i corridoi dell’ospedale, e improvvisamente ripresi fiato e i pensieri cominciarono a prendere forma nella mia bocca, e a uscire con una spinta improvvisa.

“Cosa cazzo ci fai qui? Ti hanno rapito? Perché fanno tutto questo? Tu non hai idea, mi sono aggrappata al pensiero che fossi ancora vivo, che saresti tornato a prendermi, ti ho aspettato per giorni e tu dov’eri? Mi hai lasciato da sola, Ale. Per tutto questo tempo non ho fatto altro che muovermi nella speranza di trovarti, e ora? Ora ti trovo nell’ultimo posto dove vorrei essere” dissi senza prendere un respiro, e mi sentii la gola secca e il petto caldo di rabbia e forse anche di delusione. Poi mi fece segno di abbassare la voce, e mi prese per un braccio per spronarmi a continuare a camminare. Mi spiegò che la situazione era diventata complicata: era uscito di casa un anno fa, e si era imbattuto in un gruppo di ragazzi che voleva provare ad entrare in caserma, e si unì a loro. Scoprì che la caserma Chinotto era già occupata dalle stesse persone che controllavano i medicinali. Fu costretto a rimanere fedele al gruppo, il quale faceva riferimento ad una tizia chiamata Area e, messo alle strette, impossibilitato ad andare via, minacciarono di trovare me se avesse spifferato a qualcuno ciò che aveva visto. Forse il piano dei Magna Tuto era ancora in fase di creazione e non potevano permettersi spie o fuga di notizie prima del grande show. Ci perdemmo di vista e il resto lo sapete già. Mi crollò il mondo addosso nel sentire che, per tutto questo tempo, aveva il sedere al sicuro, chiuso tra quattro mura fra medicinali e arsenali, mentre io rischiavo la pelle ogni giorno. Sentii le gambe cedermi, ma non mi fermai, continuai a camminare lungo i corridoi che si snodavano nell’ospedale, cercando di memorizzare la formazione e le porte. C’era una parte di me che si aggrappò forte all’unica traccia di convinzione che l’avesse fatto per me, in un sincero pensiero e tentativo di proteggermi. Mi spiegò che questa gente ha orecchie e occhi dappertutto; che ha usato la loro influenza per tenermi d’occhio e riuscire ad incontrarci di nuovo; e che al di là di questa spiacevole situazione c’era un modo per uscirne.

“Continua a camminare, i corridoi sono più sicuri delle stanze. So dove tengono le tue cose, e ora che siamo di nuovo insieme non permetterò che ci dividano. Dobbiamo andarcene, ma non subito. Dai tempo al tempo, fingi che sei interessata al loro progetto, fatti un’idea della struttura dell’ospedale. Alcune zone sono state chiuse perché ancora infestate. Non ho il permesso di entrarci, ma voci dicono che ci facciano degli strani esperimenti. Ho visto gente entrarci e non uscirci più, quindi fai attenzione. Fai credere loro che sei disposta a vendere quelle persone, a spiarle, e poi ce ne andremo assieme, quando abbasseranno la guardia.”

Le cose sono andate così. La batteria del computer sta per abbandonarmi, avrò ancora qualche minuto di autonomia prima che il pc si spenga. Sono stata dentro quell’ospedale per un mese, ho recitato la mia parte, ho fatto qualsiasi cosa loro mi dicevano di fare e ho finto di conoscervi e di avere informazioni riguardo la vostra ubicazione. Mi sono guadagnata quella piccola fetta di fiducia e ho avuto indietro le mie cose. Mi hanno insegnato a sparare e nell’impugnare la pistola, mi sentii addosso il desiderio di usare quell’arma tanto pesante quanto il peso dei miei pensieri. Infine, con la scusa che dovevo spiarvi, ho potuto riavere il mio computer. Poi il 20 Gennaio sono scappata. Io e mio fratello avevamo il turno di guardia ai cancelli, e nel buio della notte, intorno alle tre, abbiamo lasciato le postazioni. Sapevamo di rischiare: qualcuno poteva vederci, intercettarci e probabilmente spararci contro. Bastò uno sguardo, avevamo programmato quel piano quanto basta da sentirci sicuri di farcela. Avevamo creato un foro nella recinzione, un piccolo pezzo ogni giorno, per indebolirla, come se fosse diventato importante far vacillare la sicurezza della loro tana. Mi misi lo zaino in spalla e mi assicurai la pistola e i coltelli alla cintura. Presi fiato e cominciai a correre, al fianco di mio fratello, verso la via che ci eravamo spianati i giorni precedenti: aprimmo il foro nella recinzione con le mani, allargandolo quanto basta per permetterci il passaggio. Il cuore mi balzò in petto, l’adrenalina mi annebbiò la testa, e separai la paura di morire da quella che mi legava a mio fratello, ora nuovamente il mio compagno. L’ombra della notte ci avrebbe aperto la strada, e gli zombi avrebbero fatto da ottimo diversivo. Guadagnammo terreno, e un po’ di vantaggio prima di sentire il rumore di qualche sparo e il rombo di un motore. Correvamo lasciandoci alle spalle l’ospedale e il Parco Querini, senza una reale meta, correvamo con il solo pensiero di allontanarci quanto basta per far perdere le nostre tracce. Girammo in un una stradina secondaria, ma tutte sembravano portare verso il centro, e l’orda che si snodava nel Centro Storico presto si sarebbe diretta verso l’ospedale, attratta dal rumore degli spari che si sarebbero propagati nel silenzio della notte. Esso era così intenso che il rumore dei nostri passi sembrava enfatizzarsi e rimbalzare sulle pareti fatiscenti delle case. Avevamo le auto alle spalle, il rumore delle auto era così forte da stonare con tutto il resto, e presto ci avrebbe raggiunto. Mi sentii afferrare il braccio e ci nascondemmo in una via laterale. Alcuni vaganti si mossero verso la strada, attratti dal rumore delle auto che pattugliavano le strade, ignorando la nostra presenza quanto basta per continuare la fuga. Riuscimmo a far perdere le nostre tracce, e trovammo una casa sicura dove passare il resto della notte, anche se nessuno dei due riuscì a dormire bene.

Ora sono qui a scrivere, in un posto che non posso comunicarvi, perché ho scelto di essere sincera rischiando così di vivere come una reietta rincorsa sia dai morti che dai vivi. Ho scelto di raccontarvi la verità, come io l’ho scoperta e come io l’ho vissuta, pur sapendo che gli scagnozzi di Area potranno leggere le mie parole e sapere la natura del tradimento mio e di mio fratello. Ho voluto urlare al mondo che abbiamo fatto la nostra scelta, per salvare persone come voi, Elisa e Pekka, e tutti i vivi che ancora vi leggono, per stringersi attorno ad un fuoco amico e aggrapparsi, come ho fatto anch’io, alla speranza che qualcosa di buono in questo mondo ci sia ancora. E sono disposta a rischiare pur di salvaguardarlo. Ora che ho ritrovato mio fratello, dovrei sentirmi più al sicuro, e invece mi sento addosso la paura di perderlo e non voglio chiudere gli occhi e rischiare di non trovarlo più al mio risveglio. Così provo a convincermi che nulla potrà più dividerci, e che insieme saremo forti, più della sensazione che ho e che temo avrò addosso per tanto tempo: è come se avessi la canna d’un fucile sempre puntata alla testa, un’arma che ha sparato molti colpi e che fin’ora non mi ha mai colpito, ma posso percepire il calore del metallo rovente contro la mia pelle. Lo sento propagarsi in ogni anfratto dell’anima, mentre sollevo lo sguardo e riflesso allo specchio vedo il mio corpo, immobile e bianco, stagliarsi nel buio di questa stanza gelida.

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