I am alive

Lascia un commento

25 novembre 2013 di thesurvivaldiaries

[Specialo guest: Laura Mussolin]

Non ci credo. Non so quanto la corrente reggerà, ma non credevo di essere così tanto fortunata da trovare questo blog. Un simile bagaglio di storie e informazioni. Sono stata assalita dalla fretta e dall’adrenalina di leggere parole vere, di persone vere seppur al di là di uno schermo, e non credo che farò in tempo a leggere tutto ciò che avete scritto. Non riesco a dare un senso a tutto questo, e non credo che ce la farò mai. Mi chiamo Laura, e sono di Vicenza. Cristo! Sembra una frase così scontata. Ero e sono di questa città, ormai abbandonata alla desolazione e alla morte, che cammina per strada e impregna le nostre vite. Sono da sola. Quanto tempo è passato? È già novembre e cerco di tenere conto dei giorni che passano, ma ora, un giorno mi sembra lungo una intera vita. Se c’è qualcuno che mi ascolta, e che riuscirà a leggere quello che sto scrivendo, mi dica dove devo andare e se c’è ancora un posto sicuro. Partiamo dall’inizio: prima del grande macello, volevo diventare un’insegnante. Laurearmi in tempo, insegnare ai bambini ad amare la vita e magari, iniziare ad amare anche la mia, mi sembrava un progetto più che soddisfacente. Ora è andato tutto in frantumi. Desideri, obiettivi, legami, si sono dissolti con la facilità con cui il vento porta via le cose. Quando le persone hanno iniziato a mostrare i primi sintomi di instabilità e ad ammassarsi per strada come cani rabbiosi, ero fuori casa insieme ad una amica, per uno dei tanti spritz presi in compagnia. Le prime voci di una presunta epidemia le avevamo sentite per televisione, poi ci arrivavano strani messaggi da amici padovani, e poi tutto cessò in un silenzio inquietante. Eravamo al bar quando abbiamo sentito uno schianto: una macchina si era smaltata contro il parabrezza di un’altra, schiacciando una donna sulle strisce pedonali. Poi ci furono le urla e la gente cominciò a riversarsi sulla strada, e a scappare in più direzioni. Le macchine venivano assalite da queste persone che avevano perso cuore e mente, oltre ai vari pezzi di pelle che lasciavano scie di sangue lungo il marciapiede. Il caos divampò con la stessa velocità di un incendio: le persone venivano estratte a forza dai finestrini rotti, e tra i cocci di vetro diventavano pasto. Non dimenticherò mai le prime urla, e quella signora dai capelli biondi che allungò la mano verso di me chiedendomi aiuto. Non sapevamo che fare, e scappammo dalla porta di servizio del locale. Non sapevo cosa fosse successo e non lo avrei saputo per un bel po’.

Ci dividemmo per tornare ognuno a casa propria, senza sapere che non avremmo avuto più notizie l’una dell’altra. Da lì a pochi giorni persi gran parte della mia famiglia, oltre che i contatti con il mondo esterno. Quelli che una volta erano tuoi vicini, diventavano creature da cui sfuggire, da temere, da uccidere. Gran parte delle persone scapparono, o cercarono di lasciare la città nella speranza di trovare un rifugio sicuro altrove. Quando l’elettricità mancò, la gente cominciò ad andare nel panico. La follia si fece spazio nella testa delle persone come una piaga, spingendoli verso il baratro del non ritorno. Sangue e ossessione accecava la vista e senza un barlume di lucidità, le persone si aggiravano come anime irrequiete braccati dalla paura. E la lucidità in questi casi può salvarti la vita, o costarti cara. Per qualche settimana io e la mia famiglia cercammo di rimanere in vita come meglio riuscivamo. Abitavamo al quinto piano e ci sentivamo più fortunati di altri, più al sicuro. Un giorno mio padre uscì per cercare provviste insieme a mio fratello maggiore, ma tornò solo Alessandro, con poco cibo e un’espressione che diceva quanto quelle scatolette gli erano costate. Mangiavamo poco, razionavamo il cibo e cercavamo di sopravvivere come meglio potevamo. L’elettricità era così debole che non offriva abbastanza autonomia al computer per avere qualche informazione in più. L’unico obiettivo che avevamo era raccogliere risorse, non farsi prendere, correre veloce, e sopravvivere. Il nostro cane ci seguiva spesso, forse per paura o come ultima struggente promessa di fiducia. Aveva iniziato ad abbaiare troppo, però. Attirava troppo l’attenzione. Piansi gran parte delle lacrime che avevo quando vidi una di quelle bestie prendersi mia madre e mangiare il mio cane in un vicolo, mentre cercavamo di raccogliere qualche risorsa da un supermercato vicino. Sapevo che la regola era correre, ma era come se mi avessero cementato i piedi a terra e non riuscivo a muovermi. Se non fosse stato per mio fratello, probabilmente ora non sarei qui a condividere questo con voi.

Quanto tempo è passato? Un anno? Forse anche di più. Da quel giorno, in quel vicolo, tutto si è fatto così offuscato, come se la normalità ritrovata mi abbia annebbiato i sensi. Che mi stia abituando all’idea della morte? La morte fa parte delle nostre vite più della vita stessa.
Ho visto quelle creature decimare gran parte della città, svuotarla dall’interno, e popolarla di viscere e sangue. I primi a sparire sono stati gli anziani, i deboli, i lenti. I bambini sono furbi, sanno correre veloce, sanno arrampicarsi. Sanno difendersi? Ho visto persone perdere il senno e mangiare i propri figli, spararsi per strada e saccheggiare le case. Il tempo si è portato via la carne, lasciando ai vivi gli avanzi che io chiamo Zombie, come nei vecchi film horror. Sono forse le stesse creature che voi chiamate Zulu? Ci sono troppe informazioni in questo blog, e troppo poco energia per leggere tutto. Dove sono ora? Mio fratello era troppo forte, improvvisamente sicuro di sé e di quello che voleva, mi ha messo due mani sulle spalle e mi ha spinto ad andarcene.

“Vicenza è una città di basi militari. Ci sono soldati USA anche dietro casa nostra. La caserma Ederle, la caserma Chinotto e la caserma Dal Molin. Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Ci servono armi, dobbiamo imparare a lottare se vogliamo sopravvivere” mi disse.

Ero terrorizzata all’idea di combattere. Sapevo a malapena maneggiare un telefono senza fare chissà che danno, figuriamoci far del male a qualcuno. Lui era  troppo forte, ma non mi avrebbe mai lasciato indietro. Mi voleva al sicuro. Voleva sentirsi utile, appropriarsi di qualche arma che la caserma aveva sicuramente in dotazione, unendosi ad un gruppo di suoi amici con cui fare irruzione. Non ebbi la forza di fermarlo.

“Tu rimani a casa, d’accordo? Dovrai sorvegliare la casa e tutto ciò che abbiamo. Tieni questo, e mira alla testa. Sempre.” Mi diede in mano un coltello, mi baciò la fronte e se ne andò. Ricordo che strinsi quel coltello per tutta la notte, aspettando il suo ritorno. Lo aspettai per tre giorni, ma non tornò.

In quei tre giorni piansi tutte le lacrime che avevo, persi la mia lucidità e improvvisamente quel coltello sembrava la via più semplice da prendere. “Col cazzo” mi dissi mentalmente, aggrappandomi al pensiero e alla speranza di rivedere mio fratello o qualche persona cara, lì, persa tra le strade di una città in declino. Presi così il minimo essenziale: viveri, alcuni vestiti e misi tutto in un grande zaino da montagna. Andai in cucina e aprii i cassetti. Non sapevo sparare, non avevo armi e non avevo modo di procurarmele. Così afferrai due coltelli da cucina, e osservai il mio riflesso sulla loro lama, prima di assicurarmeli ai pantaloni nel migliore dei modi. Abitare al quinto piano ti salva, ma può anche ucciderti. Non ci sono vie di fuga se quei mostri dovessero ammucchiarsi sulle scale. L’ascensore era fuori uso, e scesi le scale senza fare troppo rumore. Alcune porte del vicinato erano aperte, al primo piano c’erano segni di colluttazione, e una scia di sangue proseguiva dentro l’edificio. Abbandonai la mia casa, e per la prima volta mi sentii sola, abbandonata, e per niente sicura di quello che stavo facendo.

Oggi ho ventiquattro anni, e sono da sola. Mi sono sistemata nella casa di mia nonna, al primo piano, in una posizione tattica per uscire ed entrare: c’è una finestra che da sulla strada e una cantina con vecchie porte dove poter trovare riparo nel caso la situazione si metta male, con uscite secondarie in un cortile interno, verso parco Querini. Ricordo come se fosse ieri il primo zombie che ho abbattuto: dovevo assicurarmi che le cantine fossero sgombre di qualsiasi minaccia, così ho impugnato i due coltelli da cucina e sono scesa al piano inferiore. Sentivo la tensione salirmi dalla schiena e irrigidirmi tutti i muscoli. Mi guardavo attentamente alle spalle ogni due secondi. L’odore di muffa impregnava i muri, e l’umidità regnava sovrana insieme al silenzio. Non lo vidi arrivare perché da inesperta non controllai ogni angolo: mi spuntò alle spalle, uscendo dalla penombra e mi afferrò il braccio. Non mi aspettavo una stretta così forte da un morto che cammina. Non urlai, e serrai la mano attorno al coltello prima di impiantarglielo nel mento. Il sangue mi schizzò sul viso e sugli occhiali. Sentii il suo peso cadermi addosso, e riuscii a sfilare il coltello prima di ritrovarmelo completamente addosso. Non trovai lacrime da versare per quello che avevo fatto, ma il cuore mi esplodeva in testa e nel petto come se fosse una bomba ad orologeria. Mi guardai le mani sporche di sangue, ma non mollai la presa dei coltelli. Non li mollai per tanto tempo.

Nessun posto è sicuro. È passato un anno e il cibo è sempre meno, sia per noi che per loro. Ho imparato che quelle creature sono attirate dal rumore, e che se miri alla testa risparmi energie vitali. I coltelli non fanno rumore, ed eviti di attirare la loro attenzione più del dovuto. Ora la situazione è diversa: il freddo incombe e li rallenta, la carne manca e si muovono più lentamente e diventano un grosso pericolo solo se si trovano in gruppi numerosi. Il problema sono le persone, quelle vive. Privati di qualsiasi regola, hanno iniziato a crearne di nuove, rispondendo ai loro istinti più primitivi, che sfidano le leggi morali e sfiorano l’orrore non così diverso da quello creato dai mangia-carne.

Oggi ho ventiquattro anni, e sono sola.

Ho imparato ad uccidere, tagliare, recidere e macchiarmi il viso di sangue.

Ho imparato che quelle non sono più persone.

Ho imparato a smettere di piangere e a correre, arrampicarmi e scappare.

Avevo sentito di un posto sicuro a Venezia e avevo iniziato a muovermi, poi ho trovato questo sito e mi avete salvato da un destino ancora più triste. La città si sta rivelando troppo pericolosa, troppo esposta ai gruppi di Zombie e ai saccheggiatori. I supermercati sono vuoti di merce e pieni di morte. Dovrò iniziare a muovermi, lasciare la città, lasciare la mia tana fatta di sbarre e materassi. Se qualcuno di voi sta leggendo quello che sto scrivendo, vi prego, ditemi che esiste ancora un posto dove andare, dove poter parlare con qualcuno. Dove poter sentirmi di nuovo al sicuro. Senza dover recidere teste.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

eBook – Stagione 1

Promo

BlogItalia - La directory italiana dei blog
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: