DOJO DI SANGUE – PARTE 3

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18 novembre 2013 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Roberto Carrisi]

[…] Per il resto del viaggio rimanemmo quasi in totale silenzio. Mentre percorrevamo la tangenziale che costeggia la città, sembrava quasi di andare a fare una scampagnata infrasettimanale. La strada completamente sgombra, gli alberi gonfiati dal vento ai bordi della carreggiata ed il sole che illuminava le colline attorno. Anche se la strada non era ostruita, ogni tanto incontravamo qualche mezzo fermo in mezzo alla corsia, per cui Valentina e Chiara dovevano rallentare per scartarlo di lato. Mentre passavamo un’auto, una station-wagon, ricordo di aver intravisto la figura di un uomo riverso sul volante e non potei fare a meno di domandarmi se questi fosse ancora vivo o meno, se avesse bisogno di aiuto e noi lo stessimo oltrepassando incuranti. D’altro canto, fermarsi per verificare poteva essere pericoloso. Ormai l’istinto di sopravvivenza aveva preso il sopravvento sul senso civico e sulla carità cristiana, per cui non avremmo mai scoperto se quella sagoma apparteneva ad un uomo agonizzante, ad un cadavere in putrefazione o ad una possibile minaccia.

Dopo circa mezz’ora il motore dello scudo tossì, mentre Chiara svoltava all’interno del vialetto davanti al centro di arti marziali, ossia un vecchio capannone industriale riadattato a dojo. Quando la situazione era precipitata, avevamo abbandonato rapidamente la città e poiché la palestra si trovava praticamente a ridosso della strada che conduce alle montagne, avevamo optato per quella via, perché Alessandro conosceva questo posto dove si era allenato altre volte. Questo grosso capannone era abbastanza isolato e la nostra idea era quella di aspettare l’evolversi della situazione e gli eventuali soccorsi, speranza che lentamente era svanita man mano che cominciavano a mancare le notizie dalla città, fino alla sospensione totale delle trasmissioni televisive. Purtroppo, il vecchio PC all’interno dell’ufficio di amministrazione non aveva nemmeno il modem per cui non sapevamo neanche se la rete era ancora attiva o meno, né avevamo altri mezzi di comunicazione.

Piero comunque aveva preso in mano la situazione e facilmente riuscimmo ad organizzarci all’interno di questo rifugio che avevamo provveduto a mettere in “sicurezza”, sbarrando i cancelli e controllando la recinzione tutta intorno e rinforzandola dove necessario. Quel posto isolato sembrava quantomeno sicuro e da soluzione temporanea era diventato il nostro campo base in attesa che le cose cambiassero. Eravamo organizzati bene, con tanto di turni per fare la guardia, per cucinare e per lavare i vestiti. Ora che però erano passati mesi dall’inizio della fine, il malumore diventava sempre più tangibile. Ci domandavamo dove fossero le nostre famiglie, se i nostri genitori, fratelli, sorelle, fidanzate e fidanzati si fossero messi in salvo da qualche parte, se ci stessero cercando o meno e comunque, anche se si evitava di parlarne fra di noi, era difficile celare quella preoccupazione che ci divorava ogni giorno di più.

Mentre scaricavamo il cibo, le ragazze andarono in bagno. Dopo alcuni minuti, passando davanti alla porta del bagno, sentì che stavano parlando con tono abbastanza agitato e anche se non riuscì a distinguere le parole che si dicevano capii che c’era qualcosa che non andava quando Chiara uscì dal bagno sbattendo la porta e camminando con passo spedito si avviò verso la sua branda, o per meglio dire uno dei due enormi materassi da palestra che avevamo riadattato a giacigli, uno per le ragazze e uno per noi.

Quando finimmo di scaricare Piero prese il PC e lo accese:

–          Ho anche preso dei cavi per attaccarli alla linea telefonica, se abbiamo fortuna forse c’è una connessione, solo che l’altro scassone non aveva il modem.

Dopo un quarto d’ora che smanettava dietro alla tastiera lo sentì esclamare trionfante.

–          Ci siamo. C’è vita, almeno su internet!

–          Riesci a connetterti? – chiesi

–          Sì, la connessione c’è. Ora bisogna vedere che cosa troviamo utile. Questo sembra un forum, qua invece c’è un sito aperto apposta per l’emergenza, vediamo un pò.

Per quasi mezzora navigammo nella rete alla ricerca di informazioni utili, ma in realtà non trovammo nulla. Molte delle notizie erano ormai datate e sembrava che anche il popolo della rete fosse stato decimato. Su un forum si parlava di Verona e di un possibile centro di raccolta nei pressi del Lago di Garda, ma l’ultimo post risaliva ormai ad una settimana e mezzo prima. Fummo interrotti da Valentina che si avvicinò con delle tazze fumanti.

–          Avete trovato qualcosa, c’è connessione?

–          Ancora niente, per il momento non funziona!

rispose prontamente Piero. Capii che non voleva deluderla dicendole che la connessione c’era ma che mancavano le buone notizie.

–          Che cos’hai lì? – dissi io, indicando le tazze tanto per cambiare discorso.

–          Qui? Ah, ho preparato del tè, pensavo ne voleste una tazza.

–          Ah, grazie – risposi sorridendo, anche se avrei preferito di sicuro qualcosa di alcolico, come il rum.

Anche Piero prese la sua tazza, sorseggiandone un pò mentre fissava ancora lo schermo.

–          Ragazzi, qua devo starci ancora un pò dietro, se volete dopo vi chiamo quando riesco ad avviare la connessione.

–          Ok, dai. Andiamo a fare una pausa cicca? – Dissi rivolto a Valentina. Con “Pausa cicca” a Verona si intende andare a fumarsi una sigaretta.

–          Perché no? Te vai avanti, ti raggiungo subito.

Uno dei pochi lati positivi di un’apocalisse è che i soldi non hanno più l’importanza che avevano prima. Se ti serve qualcosa e la trovi, te la prendi e basta. Così, dopo alcuni giorni, al primo tabaccaio che incontrammo, mentre perlustravamo il paese vicino, mi presi un paio di stecche di sigarette. Scartai un nuovo pacchetto di Chesterfield rosse, le mie preferite, e mi avviai verso le scale di ferro che portavano al piano superiore, dove c’era un grosso lucernario. Io e Valentina eravamo gli unici due fumatori del gruppo e per non disturbare gli altri ce ne andavamo in quel posto per la sigaretta quando volevamo, era diventato una specie di spazio privilegiato per noi e spesso ci ritrovavamo lì per la famosa “pausa cicca”. Dopo un paio di minuti ricomparve anche Valentina, oltre che con la sua tazza anche con una bottiglia e due bicchieri nell’altra mano.

–          Ho trovato questa al supermercato oggi, non so se ti piace.

Lessi l’etichetta: fra tutte le bottiglie che potevano esserci, aveva beccato uno Zacapa invecchiato 30 anni? Al supermercato poi? Non c’è che dire, certe donne hanno proprio gusto oppure sanno come prendere i maschi per il verso giusto.

Dopo un paio di bicchieri ci ritrovammo a ridere ripensando a quanto era successo al centro commerciale

–          Avresti dovuto vedere la faccia di Piero quando ha visto quell’orda di zombie sulle scale! –

–          Mio Dio! quando non vi ho visti arrivare ho iniziato davvero a preoccuparmi. –

–          Ah si? – chiesi.

–          Certo, Piero ha dovuto cacciarmi a forza nella macchina che volevo venire su a cercarvi – disse lei ridendo

–          Davvero?

–          Sì certo, che hai? ti stupisci?

–          No, vabbè! è che…

–          Non volevo perdervi, io…

Così dicendo appoggiò la testa sulla mia spalla, i capelli neri ricaddero sul mio petto e a quel punto sentì che i battiti ricominciavano ad aumentare quasi come durante la fuga della mattina. Visibilmente imbarazzato allungai la mano sulla sua spalla, stringendola a me. Rimanemmo così in silenzio per un paio di minuti. Poi sentimmo la voce di Chiara che chiamava la sorella, si vedeva che il mio solito fattore sfiga aveva deciso che anche quel momento magico non poteva continuare.

–          Dai basta fumare, è quasi pronto da mangiare – disse da sotto.

Valentina si distaccò da me, col volto illuminato dai vetri del lucernario e gli occhi socchiusi dall’alcol assunto a stomaco vuoto. In quel momento sfoderò un sorriso che non scorderò mai più. Una cosa così bella in un periodo così nero, che mi pareva di aver visto un gioiello in mezzo al fango.

–          È meglio che ci sbrighiamo, oggi ce l’ha con me.

–          Che cosa è successo fra voi due?

Chiesi, cercando di trattenerla in qualche modo.

–          Niente, non preoccuparti.

Ci alzammo insieme ritrovandoci con i volti a pochi centimetri l’uno dall’altra. Sapevo che dovevo fare qualcosa in quel momento, ma poiché sono notoriamente un imbranato con le ragazze, non la feci.

–          Sicura? ho sentito che prima litigavate quasi. – insistetti.

–          Ma no, è lei che si è messa in testa idee strane – Bel lavoro Roberto. L’hai fatta a pensare ai guai con sua sorella. Adesso si che è a suo agio.

–          Che tipo di idee?

–          Vuole andare a casa!

–          A casa?

–          Si, per vedere se ci sono i nostri genitori ancora. Io le ho detto che è un’idea assurda.

–          Probabilmente sono in qualche punto di raccolta, si saranno messi in salvo anche loro.

Dissi, in un patetico tentativo di rassicurarla. In quel momento si allontanò verso le scale.

–          Andiamo Roberto, ci aspettano.

Fu quello l’istante in cui compresi di essere un idiota.

Il pranzo trascorse praticamente in un imbarazzato silenzio: le due sorelle, che di solito erano le più allegre del gruppo avevano deciso di non rivolgersi la parola, Piero aveva l’umore imbrunito a causa della mancanza di buone notizie mentre io ed Alessandro non avevamo più parlato dopo quanto accaduto al centro commerciale.

–          Beh, dai… – interruppe il silenzio Alessandro – anche oggi è andata bene.

–          Già, splendidamente – disse Chiara con tono sarcastico.

–          Siamo ancora vivi, no? – dissi io.

–          Questo è quello che conta – aggiunse Piero.

–          Ci sono altre cose che contano – rispose ancora Chiara.

–          Ad esempio?

–          La famiglia.

In quel momento Valentina alzò gli occhi al cielo.

–          Forse non per tutti – continuò ancora la sorella.

–          Bah… piantala Chiara.

–          Cosa?

–          Dacci un taglio.

–          Tu, dacci un taglio, io dico quello che voglio.

–          Certo, e anche io quando voglio ti consiglio di…

–          Buoni i tuoi consigli!

–          Ehi, ehi, dai ragazze! – intervenne Piero.

–          Dillo a lei.

Ci fu qualche secondo di imbarazzato silenzio, poi Chiara si alzò, lasciando il proprio piatto a metà. Io e Piero ed anche lo scimmione guardavamo Valentina, domandandoci perché non la seguisse per provare a parlarci

–          Le passerà, deve solo stare un po’ da sola, tutto là. – disse a un certo punto, quasi ci avesse letto nel pensiero

Terminammo il pranzo in quella strana atmosfera. Decisi di andare a riposarmi.

Più tardi fui svegliato da Valentina

– Roberto, alzati. – disse, visibilmente in preda al panico – Chiara non si trova!

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