Michelle Wild (parte terza)

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14 novembre 2013 di thesurvivaldiaries

Maggie si sta sbavando due scatolette di carne in scatola mentre finisco di scrivere queste parole. Adesso è talmente tardi che è diventato presto. La gamba ha ricominciato a farmi un po’ male e anche gli occhi. Però non tutto quello che dovevo dire l’ho scritto.
Alle scuole di scrittura creativa (alle quali, per orgoglio, mi sono sempre rifiutato di partecipare) so che insegnano che non bisogna mai scrivere tutto, che il lettore riempie i buchi da solo a volte. È così che nascono i cult. I lettori speculano, inventano fanfinction, riempiono i buchi da soli. Ma questo non è proprio un romanzo. È un diario e sì, anche una mezza confessione. L’ho già detto un’altra volta: queste pagine sono la nostra terapia. L’apocalisse ci ha fatto male in modi che nemmeno sapevamo potessero esistere. Nel corpo, nella testa. Non si guarisce da una cosa così.
Non si sopravvive, nemmeno.
Si cerca di usare le vecchie armi dell’ironia e del cinismo, ma quando vedi le persone che ami morire e ti rendi colpevole di una strage, be’, non è che puoi far molto. È come tappare la falla di una diga con un dito. Magari per un po’ tiene, ma dall’altra parte c’è un oceano immenso di merda che sta per travolgerti.
Credo che Gonzo l’avesse capito, quando mi dato le boccette di d20 che vedo ora sopra quel comodino laggiù, accanto alla foto impolverata di due sposini felici. E Gonzo lo sapeva quello che volevo fare, anzi: mi ha spianato la strada.
Chissà, forse lui e Guile mi stavano preparando per questo, per quello che sto per fare.
Eppure, anche se il dolore è sparito (ma tornerà, come tornano sempre le cose brutte) non ho ancora caricato tutto in macchina. Sono ancora qui, a letto, sobrio, ma fatto. Penso, scrivo. I miei due altri vizi.
Penso a Michelle, ad esempio, la bomba stavolta, non l’attrice. Penso alla cartina dell’emisfero che ho visto pochi giorni fa nell’ufficio del generale Pegg, comandante in capo pro-tempore della caserma Ederle. La cartina con le zone rosse. Tante zone rosse.
Mi scappa mezzo sorriso, a pensarci.
Ricordo che quando mi sono presentato al presidio i militari americani non mi volevano neppure far entrare, poi ho mostrato loro i miei regali: una tonnellata di riviste porno che mi ero procurato per strada.
Convincerli a farmi dare Michelle è stata un po’ più dura, ma il generale era un buon Cristo. Parlava anche molto bene l’italiano, così non ho dovuto sfoderare il mio inglese da serie-tv.
“Sai, è proprio come accade nei film, mi mancava un mese per il pensionamento,” mi ha confessato, “ho sempre voluto vedere l’Italia, era anche il sogno di Lorrane, prima che il cancro se la mangiasse via. Sembrava un incarico tranquillo qui alla Ederle. Devi solo tenere la disciplina. Gli uomini qui si sentono a casa propria e combinano disastri. Combinavano, voglio dire. C’è voluta una guerra vera per trasformarli in soldati. Una guerra che abbiamo perso.”
Mi ha indicato la cartina dietro alle sue spalle.
Metà del mondo era stato colorato di rosso con un evidenziatore. Il resto era giallo. Solo alcune zone erano verdi: l’Antartide, l’Alaska, l’Australia, il centro Africa.
“Hic sunt leones” ho detto.
“Magari fossero solo Leoni. In realtà è da un po’ che non riceviamo comunicazioni ufficiali dalla Casa Bianca. Oh, non guardarmi così, non è un segreto militare. Anche se lo fosse, cosa potresti fartene? Sei solo un pornografo, no? È quello che hai detto.”
Io ho alzato le spalle, fissavo ancora la cartina.
“Ho visto che stanno morendo… voglio dire, i morti. Non ce ne sono più come una volta.”
“Sì, ma lo stesso vale per i vivi. Là dove gli zulu sono stati tenuti a bada, si sono sviluppati dei governi provvisori. Solo che non sono governi. È gente fuori di testa che ha visto troppi film apocalittici. Siamo tornati all’età della pietra, soldato Alien.”
“Vorrà dire che si tromberà un po’ di più” ho commentato, senza verve.
“Così tu vieni qui e mi chiedi di darti una testata nucleare” mi ha chiesto, d’un tratto.
“Se possibile, la accetterei volentieri. Devo sistemare proprio una di quelle persone che ha visto troppi film.”
“E se quello che ha visto troppi film fossi tu? Lo sai che la tua amica Area gestisce una delle ultime centrali elettriche in attività? Sospettiamo che possa avere anche a che fare col fatto che internet funzioni ancora da queste parti. In poche parole, senza di lei non ci sarebbe il vostro blog.”
“Ah, è un lettore anche lei?”
“Certo. E’ pieno di dati tattici. A bizzeffe. Non so proprio cosa farmene, ma ho lavorato dieci anni a Langley e il vizio non si perde. So di quel Necro che c’è a Roma. So di Rosa. Quella è la nostra priorità per ora. Alcuni nostri uomini in ricognizione hanno visto una roba grande come un palazzo che si muoveva dalle parti di Malo.”
“Proprio adesso che arriva Godzilla me ne devo andare. Sfortunaccia.”
“Chi ti costringe? Puoi restare con noi. Qui la vita non è male, in più ai ragazzi sei stato simpatico.”
“Nessuno mi costringe, ma io sono come uno zulu, generale. Sto solo aspettando che la morte si ricordi che ci sono anch’io. In più devo regolare i conti con Area… e non mi dica che le serve la centrale di Venezia. I Magna Tuto sono un problema anche per voi, o sbaglio?”
“No, non sbagli. Abbiamo subito un attacco qualche giorno fa. Li abbiamo respinti, ma quella gente è pazza e strafatta di non so che cosa.”
“Allora mi dia Michelle.”
“Michelle?”
“L’ho chiamata così. La bomba.”
Il generale ha riso.

E sì, me l’ha consegnata. Alcuni soldati l’hanno caricata sul carrello appendice porta-cavalli. Non pensavo potesse essere così piccola. Un tizio con un camice bianco mi ha insegnato come attivarla. La procedura è piuttosto semplice, in realtà: inserisci il codice, giri le chiavi, premi il bottone. Non è fisica nucleare.
Mentre me ne stavo andando il generale mi ha rivelato una cosa che già supponevo.
“Sai che tu saresti già in cella se non fosse per il caporale Del Toro.”
“Non conosco nessun Del Toro.”
“Un tizio corpulento, veste all’hawaiana.”
“Gonzo?”
“Be’, suppongo che si faccia chiamare così. Era un collega.”
“Un suo collega?”
“CIA, servizi segreti, NSA, Mossad, quei pazzi dell’Ourobureau. Un po’ di tutto. Un battitore libero. Gli devo un favore. Mi ha chiesto lui di non legarti ad un letto in una stanza coi materassi alle pareti. Suppongo che si senta in colpa, da quello che ho letto è parte anche lui del gran casino comico.”
Ho taciuto, guardando la mia bomba.
“È una testata vecchia, poco potente. E’ stata giù in magazzino per anni. Non sarà proprio quell’esplosione che t’immagini” mi ha spiegato il generale.
“Io non la vedrò comunque.”
“Se vuoi hai tutto il tempo per attivarla e correre via.”
“Non voglio. Voglio farla finita.”
Non ero mai stato più serio di così. Nella mia testa c’era solo l’immagine di Chloe che dormiva accanto a me. Se vivessi mille anni, sono sicuro che una felicità del genere non potrebbe più tornare, non nel mondo delle macchie rosse.
“Allora buona fortuna soldato Alien.”
Il generale mi ha fatto il saluto militare e io ho ricambiato, sentendomi un po’ stupido.

***

E questo è tutto. Tutto quello che potevo dirvi. Sono le 7 e 17 di giovedì 14 novembre 2014. Ora schiaccerò un sonnellino. Ho rimesso i campanelli. Se arrivassero gli Zulu e i Magna Tuto saprei come accoglierli, ma spero che mi lascino dormire, ho tanto di quel sonno che non riesco neppure a vedere le parole che scrivo. Chissà se qualcuno le leggerà mai, poi. Magari ci sarà un tizio che raccoglierà, in un futuro lontano. Qualcuno che leggerà tutte le nostre storie e tenterà di trarci un senso.
La storia è finita, per me. Che riesca o fallisca, in ogni caso, se non ci sentiamo dipenderà da me questa volta.
Mi piacerebbe lasciarvi con una di quelle frasi storiche che dicono gli eroi, ma ho scritto talmente tanto che credo sarete contenti se la smetto di annoiarvi.
Ora do da mangiare ancora a Maggie, domani la lascerò senza che se ne accorga, spero che trovi qualcuno di buono che si prenda cura di lei. L’ho sempre sperato per me e così, ecco quali sono le mie ultime parole: cercate di volermi bene un po’, e vogliatevene anche tra di voi. È importante. Non stiamo qui per tanto tempo e non dobbiamo per forza farci sempre male, o tradirci, o abbandonarci.
Se ci sarà un mondo dopo di questo, se il verde sulla cartina del generale si espanderà e si mangerà tutto il rosso, ecco, sperò sia un mondo migliore.
Difficile, sì. Ma sperare non costa nulla e, per una volta, mi fa stare bene mentre guardo l’alba laggiù e gli uccelli posati sui cavi dell’alta tensione e magari, se m’impegno, vedo ancora oltre. Il cielo, lo spazio, le stelle, le galassie, tutto questo gigantesco universo. E sì, adesso che sento che la mia ora sta per arrivare, finalmente sento di aver trovato il mio posto qui, sento che la mia vita non andrà sprecata.
Se quello che sento ora si chiama felicità, non potrei dirlo. Ma certo ci si avvicina molto.

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