Michelle Wild (parte seconda)

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14 novembre 2013 di thesurvivaldiaries

È successo subito dopo che ho freddato Beggio. Sono rimasto fermo a guardarlo per un po’, senza riuscire a pensare a nulla di coerente. Poi l’ho preso e l’ho buttato in laguna. C’è voluto un po’ e se ci penso bene mi sa che la mia ernia mi è saltata fuori proprio per lo sforzo di buttare il ciccione in acqua. Sono rimasto spossato a riprendere fiato per qualche tempo, finché non ho visto un chiarore in mezzo alla laguna. Era un vaporetto. Probabilmente alcuni sopravvissuti ce l’avevano fatta, pensai. Sì, ce l’avevano fatta, ma non fino in fondo.
Mi sono sbracciato e ho gridato al vaporetto, che si dirigeva proprio contro il mio barchino. Arrivato a qualche metro, ho visto.
Dentro c’era l’inferno.
Probabilmente i fuggitivi si erano portati dietro un tizio che era stato morso e dentro l’imbarcazione si era scatenato il macello. Sangue dappertutto e grida. Un tizio ha cercato di saltare in acqua, ma gli Zulu l’hanno preso e smembrato davanti ai miei occhi. Un altro sopravvissuto mi ha visto e ha gridato: “Aiutame fioeo de na putana! Maedeto, iutame!”
Ma che cazzo potevo fare? Ho alzato la pistola, sparato qualche colpo, ma gli zombi sul vaporetto erano troppi e la mia mira al buio non è proprio quella di un Navy Seals.
Ho visto i pochi vivi morire mentre il vaporetto superava la mia imbarcazione. Ho fatto la prima cosa che mi è venuta in mente, ho cercato di azionare il motore del mio barchino e grazie a Dio ci sono riuscito. C’era terra laggiù. Una striscia nera ancora più nera della notte.
Sapevo che non era una buona idea tornare sulla terraferma, non ancora almeno, ma ragionare lucidamente non era un’opzione in quei momenti.
È così che sono arrivato a Sant’Erasmo.

L’isola era buia silenziosa. Ero arrivato ad un approdo che dava direttamente su uno degli spazi verdi dell’isola. Prima dell’apocalisse, l’avrò visitata solo due o tre volte per motivi, come dire, più eno che gastronomici, quindi non avevo la minima idea di dove fossi. Tremavo, avevo ancora la pistola in mano e non un singolo pensiero coerente in testa. Pensavo a Elisa e agli altri. Laggiù si potevano ancora vedere le fiamme che divampavano a Marghera, unica fonte d’illuminazione fatta eccezione per una luna gigante nel cielo. Ricordo che pensai che sembrava una di quelle lune sproporzionate che appaiono nei cartoni giapponesi.
Riuscii a calmarmi un po’ e raggiunsi un muricciolo. Nella tasca della mia giacca militare avevo tutto l’occorrente per tirarmi un po’ su, vale a dire un pacchetto di Marlboro morbide.
Nessun accendino ovviamente, sempre per confermare l’ipotesi che chi sta scrivendo questo romanzo sia un sadico del cazzo.
Cercai in tutte la tasche ma nulla. Eppure mi ricordavo di averne uno prima del terremoto e degli zulu-maiorca. Magari mi era caduto in barca, mentre spingevo il ciccione in laguna. Decisi di tornare alla barca, una sigaretta mi avrebbe fatto ragionare meglio, pensai.
Fu allora che una voce nota mi raggiunse.
“E tu che cazzo ci fai qui?”
Dietro di me c’era un’ombra nera, alta. Non l’avrei riconosciuto se non fosse stato per l’immancabile cappellino da baseball. Guile, l’untore che al tempo consideravo il mio peggior nemico e che adesso, mentre scrivo, sembra proprio essersene uscito da questa storia.
Ha un figlio, lui. Mi ha delegato il casino, lui. Bella nemesi del cazzo.
Non mi misi sulla difensiva. Il tizio mi aveva già spezzato un braccio con la facilità con cui io apro una lattina di birra. Puntai solamente la pistola e sparai. Semplice, veloce.
Ora, questo proprio non lo ricordo. Non so se sbagliai io mira a causa del buio o Guile fece uno di quei suoi giochetti alla Neo di Matrix.
“Fallo ancora e ti ammazzo” disse Guile.
“Mi ammazzi lo stesso, no?”
“Non ci siamo mica capiti io e te. E non abbiamo neppure tempo per capirci adesso. Posa quella roba e parliamo.”
“Manco per il cazzo. Ho risolto il tuo indovinello. Anche parecchio facile: sei un cazzo di untore. Sei tu che hai fatto gli zulu. Tu e chissà quali altri pazzi.”
Ovviamente, al tempo non conoscevo nulla dell’Ourobureau, del Vecchio che ha trovato Zamma e che mi è apparso in un allucinazione durante la mia seconda sessione da d20ato, a Jesolo.
“Magari sì, ma magari c’è gente peggiore al mondo. Stai zitto adesso!”
“Ma non sto zitto proprio per un…”
Guile si mosse velocemente. In un istante fu alle mie spalle. Con una mano mi torse un braccio sulla schiena e con l’altra mi tappò la bocca.
Mi parlò, ad un millimetro dall’orecchio. Il suo fiato puzzava di acetone. Più tardi scoprii che quello era un effetto collaterale del D20.
“Stai zitto e ascolta, pirla!” Disse. Non avevo mai notato che avesse un accento milanese.
Ascoltai. C’erano delle grida stridule che provenivano dal buio, laggiù. E c’erano… dei lumini?
Lumini funebri che si muovevano verso di noi.
No, non lumini. Non proprio.
“Questa è tutta roba di Rosa. Qui aveva una specie di laboratorio. Neppure noi lo sapevamo. Claude è riuscito a entrare nel suo archivio e… ma non serve che tu sappia il resto. Se tolgo la mano e gridi ti spezzo il collo, siamo d’accordo?”
Annuii e un secondo dopo ero libero. Guile aveva estratto dalla tasca del suo giubbotto due fialette molto simili a quella che mi aveva regalato a Venezia. Il D20. La roba che ti fa diventare Hulk e che ti lascia postumi da paura.
I lumini, laggiù erano sempre più vicini. Le grida erano stridule, tremende. Sembravano umane, ma anche meccaniche. Impossibile da spiegare. Era come se un rasoio stesse cercando di parlare.
“Che cazzo di roba è?” Sussurrai.
“È il motivo per cui sono venuto qui a Venezia. Cosa credi? Che volevo solo dare un’occhiata a quattro blogger sfigati?”
Qualcosa di veloce e violento uscì dall’oscurità e la luna lo illuminò.
Già, non erano lumini funebri. Erano occhi.
“Cristo di Dio, ma è un bambino!”
Un bambino di cui nessuna madre sarebbe stata contenta. Un mostricino. Zulu sì, ma non solo Zulu. Aveva delle lame che gli uscivano dalle braccia e ringhiava in quel modo metallico.
“Era un bambino, adesso è un giocattolo di quella puttana di Rosa. Quella è persino più fuori di testa di Area e Necro messi assieme. Prendi la barca, vai via, vai a Jesolo. Là terremo conciliabolo, se non schiatto qui.”
Altre forme apparirono. Altri bambini dagli occhi rossi luminescenti. Non aspettarono un attimo a gettarsi contro di noi.
Vidi Guile bersi la boccetta di D20 d’un sorso. Dopo pochi secondi, non era già più lui, era d20ato. Ancora più d20ato del solito, voglio dire.
“VAI A FARE IN CULO LONTANO DA QUI!” fece in tempo a dirmi, prima di perdere la ragione del tutto e scagliarsi contro i mostricini Non persi tempo, raccolsi la pistola e feci per raggiungere il barchino.
Alle mie spalle sentivo le grida metalliche, solo che in esse, ora, c’era una sfumatura di dolore. Guile li stava facendo a pezzi.
Poi mi resi conto che lo scrittore idiota che mi ha fatto venire l’ernia me ne aveva preparato un’altra delle sue. Tra me è la barca c’erano due di quei mostri. Ringhiavano. Uno portava una maglietta con spongebob e questo aumentò il mio orrore. Non riuscivo a fare altro che fissare il viso a spugna sorridente.
Sparai, quasi automaticamente, ma ancora la mia mira fece cilecca e il colpo si perse nella laguna. I bambini mostro non aspettarono per attaccarmi, indietreggiai, ma quei bastardi erano veloci.
Allora feci l’unica cosa che potevo, oltre a gridare. Presi la boccetta di d20 e ne ingollai il contenuto.
Dopo, solo un pugno di immagini frante.
E la morte.

Anche se ho recuperato la memoria di ciò che successe prima che prendessi il d20, di ciò che successe durante posso solo raccontare vaghi spezzoni di un film sperimentale diretto da un regista sotto psilocibina. Colori accesi, vividi. Non era neppure più notte nel mio primo trip. Era un giorno strano e il cielo era arancione.
Sentivo tutto, ma era come non sentire nulla. Ero in un flusso di azioni, in un incubo.
Corpi che si ammassavano. Bambini, bambini pazzi con lame al posto delle mani. Bambini che sbavavano bile, bambini dagli occhi luminescenti. Membra che si torcevano ed ero io ce le torcevo. Grida metalliche che si trasformavano in un orribile pianto a 77 giri.
Sangue nero, intestini.
Ed erano bambini cazzo. Stavo macellando dei bambini, aprendoli come vongole con le mani, fracassando i loro crani. Io e Guile, spalla a spalla, mostro a mostro.
Abbiamo portato la morte, quella sera a Sant’erasmo. E non importa nulla che quei mostricini fossero già morti.
A uno di loro piaceva Spongebob. Questo importa. Uno di loro aveva una mamma che gli voleva bene, che lo portava a scuola, gli rimboccava le coperte, gli dava il bacio della buona notte.
Tutti loro, prima, erano bambini.
Neppure il peggior cinico ne sarebbe uscito con la testa a posto e infatti io non ne sono uscito.
Quel giorno Alienone, o Carlo Vanin, o chi per lui, è morto.
Non resta che sbrigare solo un’unica piccola formalità: morire per davvero.
Possiedo solo un ultimo ricordo di Sant’Erasmo, prima del volto di Chloe che mi soccorre sulla spiaggia di Jesolo. Un’ultima follia.
Io che attacco Guile. Dentro di me lo volevo morto, l’ho sempre voluto morto finché non l’ho visto col figlio che fatalmente si chiama come me.
Guile e io abbiamo combattuto, nel mondo allucinato del d20. Mi ha steso, alla fine, il vecchio, ma non credo che se la sia vista così facile. Mi ha gettato in acqua, in laguna… probabilmente voleva uccidermi, ma forse no. Forse voleva salvarmi. Per questo mi ha messo una nuova boccetta di d20 nel taschino. Anzi, forse è stato proprio lui a gettarmi sulla spiaggia di Jesolo.
In ogni caso, adesso sapete tutto. Sapete quello che è successo a Sant’Erasmo.
Ho ucciso Gianni Beggio, sì, ma quella notte, quella terribile notte del cazzo, ho fatto fuori una trentina di bambini con le mie mani. E se pensate che le cose cambiano perché non erano più bambini, bé, non cambia un cazzo. Dentro di me non cambia un cazzo.
Sarebbe stato più giusto che mi fossi lasciato squartare.

[continua]

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