Furyo

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6 novembre 2013 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Reba Wahbi]

(Trascrizione originale del file audio ritrovato nel dispositivo iPod rinvenuto in zona San Michele Tiorre, casa n°6 della magione “San Michele”).

(Colpi di tosse. Il soggetto si schiarisce la gola)

Ok, allora…

Sono Reda Wahbi e sono rinchiuso qui, nella magione di San Michele Tiorre, Parma. Sono il solo superstite. Francesco Signifredi e la donna recuperata che ci hanno accompagnati fino a qui sono deceduti da circa 24 ore. Forse di più, non lo so con certezza.

Sono qui e sono da solo. Non ci sono più esseri che si possano definire umani intorno a me, nemmeno esseri che si possano più definire animali.

Scrivevo una volta. Non c’entra niente, ma adesso avrei così voglia di scrivere. Non ci sono né penne né fogli, ma ora che ci penso, non credo avrei il sangue freddo per farlo. Mi viene meglio parlare, ora come ora. Sì, meglio se parlo, mi rilassa…

Questo messaggio e rivolto a chiunque trovi questa registrazione… Oddio, ho sempre sognato di dirlo.

(30 secondi di silenzio, seguito da risate).

Non so nemmeno perché stia lasciando questo messaggio. Immagino che ci sia altra gente che sta facendo la stessa identica cosa. Sono là fuori, soli e spaventati, persi chissà dove.

Chiunque ritroverà questo messaggio sarà già al corrente di quello che è successo, la pandemia, di come le persone si siano trasformate, la piega che ha preso tutta la situazione.

Adesso il mondo sa che gli zombie esistono.

Però forse non sono al corrente di cosa ci sia qua, a San Michele. Nessuno potrebbe

(Rumore indistinto. Forse un disturbo audio).

Ancora quel rumore…

Forse è tutta colpa sua, di quella tizia. Non si era neanche presentata.

L’avevamo ritrovata per strada,  io e Franci. Ormai era una settimana che giravamo per Parma in cerca di viveri e sopravvissuti con cui creare un gruppo, magari una comunità.

Gli zombie stavano aumentando a vista d’occhio. Sì, è vero col tempo diventavano più lenti e “ammaccati”, ma cominciavano a formare in un gruppo compatto.

Non c’era più un luogo sicuro dove poter camminare. Ogni finestra, cespuglio o marciapiede era una possibile tana da cui potevano saltare fuori e sorprenderci alle spalle. Lo so, perché l’ho visto, e se me ne andrò non lo farò con dei bei ricordi.

Se aumentavano i morti, allora dovevano aumentare anche i vivi, pensavamo noi. Dovevamo essere abbastanza per poterli contrastare, per guardare uno le spalle dell’altro. Pensavamo che con quella tizia sarebbe stato un buon inizio.

Francesco, all’inizio, non la voleva caricare in macchina, e lo capisco. Lì per lì, si sarebbe potuta confondere benissimo con un morto vivente. Camminava sul ciglio della strada, con la testa china e l’andatura debole e sbilenca. Indossava un vestitino rosa lungo fino al ginocchio impiastricciato di quel fango e sangue che sporcavano anche le gambe, e calzava un paio di stivali da cavallerizza che le stavano fin troppo larghi.

Chissà come deve aver fatto a sopravvivere fino a quel momento.

Aveva occhi grandi, privi di paura, gioia, scevri da qualunque emozione, a parte la follia. Sulle prime pensavamo che fosse solo sorpresa e confusa per aver trovato due essere umani senzienti.

Cose che ci aveva detto appena visti…? Ah, sì!

«Avete visto il mio Furyo? Devo trovarlo».

Noi avevamo risposto in coro:

«Non c’è più rimasto nessuno nel raggio di parecchio chilometri. Sono tutti…».

«Furyo è ancora vivo. Lo so, è forte. Fortissimo. Più di tutti noi», aveva risposto lei, isterica.

«Chi era Furyo?», chiese Francesco. Gli diedi una gomitati e corressi:

«Chi è Furyo?».

«È il mio piccolo, il mio tesoro. Dobbiamo trovarlo. Vi prego. Ci siamo quasi, è qui, è vicinissimo».

Voi avreste avuto il coraggio di tapparvi le orecchie e voltare le spalle a una mamma che chiede il vostro aiuto?

Accettammo, anche se eravamo convinti che Furyo fosse un nome orribile da dare a un bambino.

Aveva ragione. Distavamo a giusto tre chilometri dalla magione. Forse avremmo dovuto lasciarla lì.

Arrivati sulla stradina ghiaiata che portava all’ingresso, scoppiai a ridere. Franci mi guardò incuriosito e gli risposi che quella era la magione dov’ero cresciuto, dove mia madre aveva lavorato come donna di servizio per i ricchi proprietari. Anche in quel momento, la trovai una cosa buffa, curiosa.

Il cancello era sfondato. Entrammo a passo d’uomo, così da non fare troppo rumore.

La cabina delle guardia era totalmente ricoperta di sangue scuro e secco. Un brivido mi percorse la schiena e scommetto che percorse anche quella di Franci, ma di certo non quello della nostra ospite, che guardava davanti a sé con occhi spiritati.

La magione era gigantesca. Un complesso grande come una città fatta di case e stalle che stavano alla base di una dolce collinetta sulla cui cima sorgeva la villa dei proprietari, la famiglia Rolli. Pareva una torre d’avorio. Doveva essere quella sua funzione primaria durante l’epidemia, immagino.

«É qui. É qui intorno», continuava a dire, guardandosiintorno.

«Forse viene più facile se ce lo descrivi», disse Francesco.

«É bello. Bellissimo. Forte e… moro».

Io e Franci ci guardammo. Pareva una descrizione un po’ assurda per un bimbo. Lasciammo cadere la cosa.

«Guarda lì, Reda», disse Franci afferrandomi il braccio.

La finestra di una delle case era accesa. La luce andava e veniva a intermittenza e una lunga sagoma nera stava davanti con il braccio teso verso il muro.

Pensavamo fosse qualcuno che ci avesse visti entrare e che cercava disperatamente di lanciarci un segnale tipo: “Vivi all’interno”.

Ci dirigemmo verso la casa. Francesca si agitò, urlando.

«Furyo non è lì dentro».

«Non possiamo saperlo se non lo cerchiamo, no?», disse Franci con tono duro. Anche in situazioni del genere, si comportava come uno stronzo acido.

«No, no, no. Furyo non è lì, quel posto è troppo piccolo per lui».

Per noi era più o meno assodato che quella era completamente fulminata. La ignorammo e ci dirigemmo verso la casa, convinti che si sarebbe calmata abbastanza da aiutarci poi nelle ricerche dei viveri e del bambino.

C’era uno strano rumore che vibrava nell’aria. Un suono meccanico e stridulo.

Ci parve il rumore di un cartello stradale che strisciava sull’asfalto. Quel rumore l’avevamo sentito un centinaio di volte, per cui lo ignorammo.

Salimmo le scale della casetta. Era vecchia, doveva avere almeno cinquant’anni. Odorava di muffa e legno. Gli scalini scricchiolavano tanto da farci temere che ci crollassero sotto i piedi, ma era il meno se penso al muro di ragnatele che ci copriva la faccia.

Tutta la casa era al buio, tranne per la luce che si accendeva e si spegneva nella stanza in fondo al corridoio.

Ci avvicinammo lentamente con le ginocchia piegate, pronte a scattare in caso di zombie e, soprattutto, con la mano appoggiata alla pistola che tenevamo dietro la schiena, ben infilata nei pantaloni.

Franci entrò per primo, io stavo un paio di metri indietro, così come la tizia dietro di me, che continuava a tremare e sussurrare:

«Furyo…».

Rimasi dalla porta. Sentì fermarsi. Poi, un suo grugnito di disgusto e il suono delle catene.

Mi feci coraggio ed entrai.

Lo trovai fermo in mezzo alla stanza che guardava davanti a sé con una mano davanti alla bocca.

Pensavo che fosse disgustato dalla camera in generale. Nessun mobile, solo mucchi di ossa e teschi raccolti e ordinati contro i muri.

Poi capì.

La sagoma che vedevamo dal cancello era quella di uno zombi, legato al davanzale da una catena che gli circondava il bacino. Alzava le braccia libere, in alto e in basso, come un bambino che giocava al parco, e con le sue dita lunghe e spolpate fino all’osso continuava a toccare l’interruttore all’angolo del muro.

Franci guardò prima me e poi lei, la nostra nuova compagna. Non sembrava interessarle la scena, si guardava solo intorno con la mano stretta al petto a sussurrare il nome di Furyo.

Ci guardammo, facemmo un cenno con la testa e, una volta constatato che lo zombie non era (stato) il nostro famoso Furyo, gli sparammo in testa.

Poi, Franci rimise la pistola nei pantaloni e disse che dovevamo cercare subito provviste per la casa.

Quella donna non voleva sentire ragioni. Saltò addosso a Francesco, urlandogli che dovevamo cercarlo, che non se ne andava senza di lui, che ci avrebbe uccisi tutti e due pur di trovarlo.

Parecchi non-morti ci avevano attaccati in questi due anni. Col tempo imparammo a mantenere il sangue freddo, ma fu la prima volta che vidi Franci così spaventato, così in preda al panico.

Lo spavento lasciò spazio alla rabbia, la pietà allo spirito di conservazione. La prese per le spalle e la spinse via, gettandola in mezzo alle ossa.

Era una scena orribile, pietosa. Non ebbi nemmeno il coraggio di guardarli in faccia. Forse avrei dovuto.

Avrei visto gli occhi furiosi di lei puntare la pistola, la sua mano ricoperta di pelle secca e grigia afferrare una delle ossa, spezzarla in due contro il ginocchio, avventarsi su Francesco, accoltellarlo alla schiena e tirare giù l’osso finché non si poté vedere la colonna vertebrale tra i vestiti lacerati e il sangue.

Forse avrei potuto spararle prima che gli rubasse la pistola e la puntasse verso di me.

«Andiamo da Furyo, adesso. Andiamo da Furyo, ti prego», mi disse con la voce spezzata dal pianto.

(Silenzio. Singhiozzi. Colpi di tosse).

Ok, bé… per farla breve…

Andammo a cercare Furyo.

Mi guidò verso la stalla che stava in fondo alla magione, puntandomi una pistola alla schiena.

Man mano che ci avvicinammo, quel rumore metallico si faceva sempre più forte, sempre più penetrante.

Avrei voluto morire.

Il suono si placò e la stalla parve sorprendentemente quieta, a parte per un tintinnare lento, stanco.

Una delle celle era aperta.

Ne usciva un odore sgradevolissimo, qualcosa di marcio che si mescolava alla merda e al fieno.

Trovammo un cavallo, sdraiato su un lato con lo stomaco scoperchiato da cui ne fuoriuscivano le costole e le viscere rosse ancora lucide e fresche.

Era ancora vivo e respirava, pompando sangue e feci dagli intestini ogni qualvolta che il suo enorme torace si sollevava.

Al lato opposto, c’era il cadavere zombificato di quello che doveva essere lo stalliere.

(Risate).

Scusate, ma per essere uno zombie era buffo parecchio.

Aveva dei gran baffoni biondi, che in quel momento erano sbiaditi, una coppola grigia, pantaloni color cachi e un maglione scozzese. Era tipo uno stereotipo vivente, capite?

(Risate).

Comunque…

(Tossisce e cerca di riprendere il tono).

Sui denti dello stalliere era rimasto qualche brandello insanguinato del cavallo. Doveva aver cercato di nutrirsi del cavallo, in mancanza di altro, finché questo non lo aveva morso lasciando che fosse un sottilissimo brandello di pelle a tenergli incollata la testa al corpo.

La donna gettò la pistola e corse verso il cavallo. Lo abbracciò e pianse, sussurrando piena di gioia e commozione:

«Furyo. Oh, il mio Furyo è qui. Sei ancora qui con me, bello».

Ho sempre pensato che quelle ragazze pazze per l’equitazione avessero qualcosa di storto, una specie di rapporto disgustosamente freudiano tra loro e i loro cavalli.

Ma, nonostante tutto, sono contento che il famoso Furyo fosse un cavallo e non un bambino. Sarebbe stata una crudeltà bella e pura affibbiargli un nome del genere.

Il cavallo sbuffava e nitriva debolmente, stretto tra le braccia della sua padrona, mentre io restavo lì impalato come un’idiota a guardare la scena, invece di scappare via da lì.

Il cavallo aprì le palpebre, di scatto, e mostrò l’occhio giallo, venato di blu e nero. Il pus, bianco e grumoso, prese a colare rapidamente lungo tutto il muso.

Mi piacerebbe dire che il cavallo nitrì, ma quella… quella era un’altra cosa. Era quel suono, quello che mi tormentava nel tragitto verso la stalla e stava esplodendo davanti a me, in tutta la sua potenza.

Non saprei bene come descriverlo. Anzi, no. Forse ci riesco.

Immaginate una fabbrica siderurgica in pieno movimento, con tutti i macchinari che vanno a pieno regime, e questi stridono e battono contro il ferro mentre  le scintille volano e vagano sfrigolando nel terreno.

Ecco, e ora metteteci un branco di tigri che, chiuse in quella fabbrica, ruggiscono con tutto il fiato nei loro polmoni mescolandosi in quel caos infernale.

Quel verso assomigliava più o meno a questo.

Ci fu un’altra cosa che mi sfuggì in quella stalla. Le impronte insanguinate dagli zoccoli degli altri cavalli.

Capì troppo tardi che il tintinnio che sentivo era quello delle serrature delle altre celle che dondolavano colpendosi l’uno contro l’altra.

Solo a sentire quel ruggito, gli altri cavalli uscirono dalle celle, come rispondendo a un richiamo.

Dovevano essere una trentina, forse di più, tutti con il ventre spaccato e le viscere che strisciavano contro il pavimento. Ad alcuni mancava un orecchio, ad altri entrambi, alcuni avevano la faccia scarnificata fino a mostrarne solo il teschio e le mandibole scuoiate che reggevano i denti grossi e spessi che battevano impazzite, come in preda a un attacco epilettico.

Trenta paia di occhi gialli e purulenti mi fissavano maligni e affamati.

Feci in tempo a vedere Furyo azzannare il collo della sua padrona. La sua testa volò, atterrando vicino al mio piede, e vidi con disgusto che sul suo viso le era rimasto quel sorriso pieno di gioia, pieno di sollievo.

Uscì dalla stalla e mi bloccai alla vista dell’intera magione occupata da cavalli non morti. Volevo piegarmi un due e piangere, farla finita e aspettare che i cavalli mi divorassero, ma ricordai di essere un semplice umano, e che l’unica cosa che potevo fare era aggrapparmi alla speranza e correre.

Evitai i cavalli che al mio passaggio si alzavano stando su due zampe, così come quelli che cercarono semplicemente di mordermi o quelli che caricavano  furiosi verso di me.

Certo che lo spirito di sopravvivenza è un bel mistero. Probabile che, in un’altra situazione, quando i cavalli erano animali docili che non pianificavano di mangiarmi, non avrei potuto correre dieci metri senza sentire il cuore esplodermi in petto e la saliva bruciarmi in bocca. Non ero neanche quel campione a pallamano.

(Risata).

In ogni caso sono ancora qui, in questa casetta ammuffita. Sono ritornato alle mie origini. Nasco e muoio nel posto in cui sono cresciuto.

(Altre risate, seguite da singhiozzi).

Non avremmo dovuto caricarla. O forse sì, ma dovevo stare più attento. Forse Franci non sarebbe morto.

(Silenzio).

No, Franci sarebbe morto comunque, è ogni cosa sarebbe andata come sarebbe andata.

Sarebbe morto perché sono un codardo e morirò da codardo, e mi va bene così. Non c’è alcuna forza, alcun coraggio nel vivere. Non dimostriamo un bel niente aggrappandoci a ogni brandello di speranza che ci oscilla davanti agli occhi. É solo una paura primigenia che si manifesta nel suo stato più agitato, dissennato e febbrile.

Cercare di sopravvivere non ci rende più umani, ci trascina alla base della catena alimentare. Siamo sacchi di carne e sangue che si dimenano impazziti.

Ci vuole molto più coraggio a riconoscere l’inferno quando te lo trovi davanti agli occhi. Si dimostra più forza a trovare la volontà di puntarsi una pistola sotto il mento, premere il grilletto e lasciare che il proiettile ti trapassi, facendoti strada verso un nulla migliore.

Ehi… li sentite?

(Suoni disturbati. Il dispositivo fischia).

Forse non lo sentite bene come lo sento io. Sono qua, tutti i cavalli di questo schifo di magione. Hanno circondato la casa. Dalla finestra sembra un bel mare nero, forse con questo iPod riesco ancora a fare una foto. Aspettate, eh…

Il dispositivo è stato ritrovato nella stanza descritta nella registrazione, accanto a un corpo mutilato che, secondo le indicazioni fornite dal proprietario, appartiene al sig. Francesco Signifredi.

L’attuale stato e ubicazione del sig. Wahbi Reda resta ancora sconosciuta.

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