Alone in the Van

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30 settembre 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Giovanni Fioretti]

Provo e riprovo ad azionare questa fottuta radio frugando tra le frequenze in cerca di un segnale, ma nulla, non c’è più vita lì dentro. Quei maledetti non-morti marciscono là fuori, io dentro il mio furgone che ha messo radici nel parcheggio dell’Emisfero.

Ricordo quando, annoiato, venivo qui a fare la spesa e vedevo alle casse file di “zombie” con gli occhi spenti, cattivo presagio che nessuno è riuscito a leggere in tempo.
Quegli z oltre lo sportello dovrebbero spaventarmi, ma anni di film horror e una passione sviscerata per George A. Romero e i suoi morti viventi mi hanno anestetizzato per bene, poco ma sicuro.
Ammassi di carne putrida che ciondolano lentamente avanti e indietro in cerca di cibo, emettendo stupidi suoni: come potrei averne paura?
Certo, l’ipotesi di trovarmi solo in mezzo a loro, senza protezioni o armi, mi mette i brividi ma non ci penso, per adesso.
Chi teme gli z evidentemente non ha mai combattuto la noia. Irrimediabilmente ti sconfigge, ti esaspera e davvero faresti qualsiasi cosa pur di avere stimoli nuovi e tenere a bada gli sbadigli.
Voi non sapete un cazzo di me, io altrettanto di voi. Come la mettiamo? Volete che vi racconti come sono finito nel mio odioso furgone attirando a me una folla di non-morti?
Potrei raccontarvelo, ma non ne ho la minima voglia. Ho pensato e ripensato a quello che mi è successo. La monotonia mi nausea.
Qualcosa di nuovo nel parcheggio, finalmente! Un cane pezzato bianco e nero perlustra la zona in cerca di qualcosa di commestibile. Perché abbaia? Stupida bestia, stai zitto!
Doggy, o come cazzo si chiamava quando aveva un padrone, l’ha fatta fuori dal vaso e uno ad uno quei decerebrati di z sono attirati dal suo abbaiare ritmico e acuto. L’idea di carne viva deve averli risvegliati perché sembrano più voraci e veloci.
Li immagino già a contendersi bramosi quel povero cagnetto, strappandogli brani di pelle e pelo. Giro la faccia dall’altra parte per non assistere alla scena che ho già visto nella mente.
Mi mancherai Doggy, ma sei stato un cane davvero coglione. Una morte degna dei Darwin Awards, mio caro.
Ora la bestia non abbaia più e gli z stanno tornando lenti verso il mio van. Mi tengono compagnia in attesa di fottermi.
Quanti altri sopravvissuti si trovano nella mia condizione o in situazioni ancor peggiori? Magari quella che per me è sfortuna, per altri sarebbe una manna dal cielo.
Spari in lontananza. Cazzo, sì! Devono aver sentito il cane abbaiare!
Le raffiche si avvicinano, stendendo gli z uno dopo l’altro. Crollano a terra come mosche sotto i colpi dei fucili a pompa, impotenti di fronte allo splendore della tecnologia bellica.
In pochi minuti si crea un vuoto inquietante e silenzioso intorno al van.
Sbam sbam sbam! Forti colpi al portellone mi riportano alla realtà.
“Ehi, c’è qualcuno qua dentro? Se siete vivi potete uscire da lì, abbiamo sterminato gli z e non c’è più pericolo”.  La voce è decisa ma rassicurante, quella di un leader.
“Sono solo, il mio nome è Giovanni ma potete chiamarmi Joe”.
Esco dall’abitacolo e la luce del sole mattutino mi abbaglia, costringendomi a coprirmi gli occhi con il bracco destro.
Sono in cinque, due donne e tre uomini, danno l’idea di non farsi una doccia da settimane ma mi vanno già a genio.
“Grazie ragazzi, mi avete salvato le chiappe. Un altro po’ e sarei morto di noia, lì dentro. Se avessi potuto me la sarei svignata a bordo di quel catorcio, ma l’ho trovato in panne e l’ho usato solo per rifugiarmici dagli z.”
Mi guardano stupiti, come se fossi un alieno. “Sai usare un’arma? Hai mai sparato?” mi fa il leader, che scopro chiamarsi Nero.
“Sono sempre stato un drago a Resident Evil, amico.”
Titubante fa cenno alla ragazza al suo fianco di lanciarmi un fucile a pompa. Lo afferro al volo e fingo di saperlo usare, imbracciandolo alla meno peggio.
Devo imparare fottutamente presto ad utilizzare quel coso, sento che ne avrò bisogno.

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