Come lacrime nella pioggia

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27 settembre 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Cristina Cecchini]

Alle elementari mi è rimasta impressa quella lezione in cui la maestra ci ha spiegato che Roma, essendo cava al di sotto, assorbirebbe i terremoti, dunque non costituisce una zona particolarmente esposta a sismi catastrofici.

Cara maestra, forse sarà questa città che non sopporta più nulla; nei millenni abbiamo ospitato i massimi vertici del potere temporale e spirituale, assistendo, noi romani in diretta cinemascope, a ogni sorta di degenerazione umana, probabilmente impressa nei dna dei romani e, per empatia, in quello di chi ci vive, a Roma. Un’araba fenice che vorrebbe solo essere distrutta per poi risorgere, ma che la storia e il tempo hanno condannato a stratificarsi all’infinito.

Fatto sta che l’altro giorno abbiamo saputo, da uno dello staff del re (virgolettato con le dita), che hanno previsto un terremoto, di quelli devastanti.

Quando l’ho saputo ho provato zero sentimenti, zero paura, ormai mi muovo molto poco e comincio a variare il menù con pezzi di carne cruda ormai da qualche giorno.

Il mio amichetto cavia sta ancora benino, ‘cci sua.

Non abbiamo specchi, ma posso sentire il grigiore del mio viso, gli zigomi che pesano sui muscoli della faccia che perdono liquidi e si ritirano… no, se fossi ancora del tutto umana sarebbe umanamente insopportabile.

Il terremoto cambia tutto: per loro almeno, che hanno cominciato a svalvolare. Come ci dicevano a sociologia? Un problema è tale se ha soluzione. Ma ad un terremoto simile non c’è soluzione, non 24 ore prima, a Roma, durante un’apocalisse zombi. Tre giorni prima, in Giappone, forse la soluzione ci sarebbe stata anche durante un’apocalisse. A proposito: chissà che fanno i giapponesi, per me stanno a cannone e hanno trovato il modo di abbinare Hello Kitty anche cogli zombi; d’altro canto, se c’è un popolo esperto di dopo disastri è il popolo giapponese.

Comunque, nell’isteria generale tutta la loro smania scientifico-omeopatica è svanita, oggi niente trattamento, i capoccia ciondolano da un capannone all’altro come gli ingegneri nei cantieri. Insomma, il re è nudo, tutti sanno che la fine è vicina… comunque  assurdo. Io la leggo come un grande rivincitone della natura sulle merde umane, un po’ come quando litighi a morte con tua sorella per le Barbie, allora tu fai il dispettone e tagli i capelli alla sua, lei fa il dispettone a te e stacca un braccio alla tua, poi arriva mamma e ti ritrovi sculacciata e con due Barbie mutilate.

Io e il mio ineffabile compagno abbiamo preso e ce ne siamo andati, come la serva che ha trovato un posto migliore, di soppiatto. I controlli ai cancelloni ci sono ancora, ma fortunatamente in modalità “carcere sudamericano”, con guardia eroinomane molto lassista… ci hanno fatto passare senza quasi opporre resistenza. Il viaggio che ci ha portato qui, al porto di Civitavecchia, ci ha regalato le ultime macabre emozioni.

Il raccordo deserto, irreale nonostante tutto. Che poi sembrava trafficato ugualmente per effetto delle centinaia di automobili lasciate lì nel primo giorno che è cominciato tutto questo. Bè, se si potesse fare un monumento all’apocalisse, che io metterei senza dubbio al posto di quell’obeliscaccio moderno che sta al Palalottomatica, sarebbe efficace come visione di partenza. Giapponesi, se c’è qualcuno che forse arriverà a fare un monumento alla situazione generale, quelli siete voi, non fatevi scappare quest’ideona!

Molto lentamente abbiamo raggiunto il porto.

Mentre eravamo su un cavalcavia c’è stata una prima lieve scossa. Lieve, ma ci siamo cacati sotto: abbiamo sbandato e subito deciso di abbandonare il pesante camion con una jeppetta trovata per strada (non è che ci siamo messi a scegliere, è la prima che si è accesa). Il lacrimato mi dice che è un Vitara, negli anni ’90 si diceva “aò quello s’è fatto er Vitara”, era tipo un mito, io all’epoca puntavo all’ SH. Tu ce l’avevi, me sà, il Vitara eh, lacrima facile? Te ce vedo, coatto palestrato che esci con la borsa sportiva e sali sul Vitara. Non ride.

La simpatia e la loquacità dei miei compagni contraddistingue la mia personale apocalisse.

Dopo la prima, le scosse, comunque, sono continuate, io ho cominciato a cronometrarle e a valutarne via via l’intensità, un po’ come le contrazioni, ma visto che è un mega terremoto e non un parto, l’operazione si è rivelata del tutto inutile: scosse casuali, ogni volta trema tutto una cifra, si aprono piccole crepe sulla strada. Però devo dire che ci stiamo riprendendo fisicamente, evidentemente l’elettricità nell’aria stimola quell’ammasso di merda che sta diventando il nostro corpo (più il mio). Sembra quasi una beffa.

In tutto ciò non siamo soli. Siamo partiti con un camion, fa rumore normalmente figuriamoci nel silenzio totale, quindi i merdoni ci hanno seguito fin da fuori il Quartier Generale. Noi siamo praticamente immuni, quindi scendere dal camion, cambiare auto, riscendere varie volte per spostare le auto non è stato un problema, a parte la puzza quando te vengono sotto incuriositi e poi ti ignorano. L’unico senso che poteva anche andarmi via subito senza problemi m’è rimasto.

In pratica, quando siamo arrivati al mare avevamo dietro centinaia e centinaia di zombi, non vedevamo la fine della lunga coda. Oh, sopravvissuti di Civitavecchia, non l’abbiamo fatto apposta, eh.

Ci siamo confusi nella zombie walk che ha invaso lo splendido lungomare, godendoci, tutto sommato, la passeggiata fino al porto vero e proprio, subito dopo la fortezza che domina il mare.

Il cielo è scuro, scuro come la notte, solo a tratti si intravedono i contorni grigi delle nubi. Sembrerebbero pesanti cappe di velluto se all’orizzonte il cielo non si schiarisse leggermente facendo capire che sì, cazzo, è ancora il cielo.

“Ha conati di vomito la terra, e si stravolge il cielo con le stelle, e non c’è modo di fuggire, e non c’è modo di fuggire, mai, mai!”…. amo questa canzone e questo è il mio verso preferito, ma mai avrei creduto di trovarmi esattamente in questa situazione. Forse sarebbe stato meglio un pazzo diamante che brillava su di me, ma comunque ho evitato abbastanza bene le maschere di pelle morta.

Comincia a tirare un vento caldo, sempre più forte, ma fortunatamente a favore; raggiungiamo in fretta una delle barche ormeggiate  al porto, parte senza problemi.

Questo I-Phone da cui vi sto scrivendo sta per cedere, siamo ormai in mare aperto e temo non vi arrivi questo mio ultimo messaggio.

Abbiamo deciso di andare incontro alla Grande Onda, il maremoto che si scatenerà inevitabilmente come effetto del disastro: dal mare ho visto palazzi crollare, la terraferma muoversi. Il mare è agitatissimo, sembra aver paura lui stesso di quello che sta per succedere. Io, immersa nel delirio, sono perfettamente calma come un samurai durante il seppuku.

L’orizzonte è blu elettrico, l’acqua è sempre più scura.

Adesso sento un boato disumano… ci siamo solo noi in mezzo all’abisso. Noi che, non più umani nè ancora non morti, ci dissolveremo, nell’onda nera e muta che già ci viene incontro, come lacrime nella pioggia.

-Invio-

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