La vita fuori ti aspetta

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23 settembre 2013 di thesurvivaldiaries

Prima che la gente cominciasse a vedere il prossimo come una fiorentina al sangue, io ero giovane. Uno di quei giovani non più tanto giovani a cui la gente non sa se dare del tu o del lei. Vedendomi adesso mi darebbero del lei quasi sicuramente. Anzi, più probabilmente mi darebbero un euro dicendomi non spendere tutto in droga, mi raccomando. Mi sono visto in uno specchio poco fa. Non sarebbe corretto dire che ho la barba, più che altro è la barba che ha me. Ogni tanto, grattandomela o lisciandomela, temo quasi di trovarci dentro della fauna locale, proprio come il vecchio del Limerick di Lear, quello che si è trovato nella barba due gufi e una gallina.

Una notte ho sognato di trovarci una scolopendra. Non proprio una scolopendra, ma comunque una roba strisciante e rossa, con mille zampette e una tenaglia chitinosa in bocca. Nel sogno mi trovo ad una festa, una specie di festa delle medie alla Elio in cui tutti i presenti sono adulti. Il soffitto è bassissimo e non riesco a trovare la birra. Sul piatto, invece di un geghegé gira “Brutta” di Canino. Non proprio la versione Sanremese, ma una cosa oscura e rallentata che sembra uscita da un album degli Scorn.

Bé, fatto sta che, sempre nel sogno, mi accorgo di due cose. Primo: mi sta uscendo una scolopendra dalla barba e ha tipo gli occhietti, come quelli dei cartoni animati Disney. Secondo: che la canzone di Canino si è impossessata della mia realtà onirica, vale a dire che la padrona di casa è veramente in camera sua a piangere perché si sente brutta. Io m’impietosisco e la raggiungo. Non è brutta, ovviamente, ma nei miei sogni non ci sono ragazze brutte. Ha i capelli raccolti e porta occhiali dalla montatura spessa. Sta piangendo sì, ma in una eccitantissima lingerie bianca. Indeciso sul da farsi le mostro la mia scolopendra Disney, solo che a quel punto l’insettone non usciva più dalla mia barba, ma dal cavallo dei miei pantaloni. Insomma, Freud qui lo conosciamo tutti. “Non sei brutta,” le dico, “ecco, prendi questo.” Lei mi ringrazia e le campanelline cominciano a suonare.

Oh, non quelle di Contezza per mia sfortuna, ma quelle che avevo disposto attorno al casolare in cui mi sono rifugiato dopo il mio appuntamento con Michelle alla caserma Ederle. Ah: se vi state chiedendo se vi siete persi un post, non temete: non l’ho ancora scritto, ma io amo i flashback. Rendono l’intreccio più originale.

Le campanelline dicevo. Il sistema d’allarme primordiale. Guardo l’esterno da uno spioncino che ho praticato nel legno ed eccoli lì, gli amici. “Chi non muore si rivede!” sussurro. Devono essere stati attirati dal baccano che ho fatto la sera prima, quando ho pompato l’intera durata di Fire di Sven Vath da uno stereetto a batteria che gli Americani mi hanno regalato assieme a Michelle.

Gli zulu fuori dal casolare sono presi peggio che mai. A dir la verità, durante il tragitto da Venezia a Vicenza non ne ho incontrati moltissimi. Credo si tengano lontani dall’autostrada. Ma forse no, forse non trovano più un cazzo da mangiare perché ormai la grande abbuffata è terminata anche per loro. Questi sono tronchi umani anneriti e purulenti, accompagnati da una nube di mosche da far invidia alle locuste della celebre piaga d’Egitto.

Sono lenti, pure. Si decompongono ad ogni passo. Coi miei occhi ne vedo uno perdere un braccio. Guardo le bottigliette del D20 che mi ha donato gentilmente il mio untore preferito. Probabilmente non servono. Non serve neppure l’M249 (sempre dono degli Americani) che ho chiamato Patricia.

Esco dal casolare indossando nient’altro che la barba e un machete (il buon vecchio Danny). “Ah, vi siete rifatti vivi! Ma potevate scrivere!” dico. Mi sto tenendo un po’ di frasi da usare in queste situazioni. Se vale la pena farla finita, vale la pena farlo bene, all’Americana.

Comincio ad affettare. Avete presente il tonno che si taglia con un grissino? Ecco, al posto del tonno immaginate un pupazzo di neve ad agosto e al posto del grissino una spada laser. Non ci sono più nemmeno i non-morti di una volta. Prendo le mie precauzioni, è vero. Mi tengo la parete del casolare alle spalle e cerco delle vie di fuga, ma è più che altro un automatismo.

Dopo dieci minuti di corroborante esercizio fisico mattutino, con l’aria autunnale che m’inturgidisce i capezzoli, ai miei piedi restano solo carcasse di carne nera. Continuo a tagliare dove scorgo ancora un movimento. “Ma caro, lascia l’ascia e accetta l’accetta!” urlo a una roba senza gambe né braccia che non la smette di agitarsi, prima di ficcargli il machete in una tempia.

Finiti gli zulu, torna il silenzio. Il mio respiro manda una nuvoletta di fumo. La bella stagione direi che è passata, ma l’autunno è il mio mese preferito. A proposito: fatemi gli auguri, qualche giorno fa era il mio compleanno. Niente regali, però. Quest’anno ho ricevuto il miglior regalo che un barbuto Alienone possa sognare: Michelle.

Prima di rientrare ci do un’occhiata. L’ho sistemata in uno di quei carrelli-appendice porta cavalli (avrà un nome tecnico ma non l’ho mai saputo). Certo, non un buon posto per una regina, ma quando non c’è più posto all’inferno, le bombe atomiche si portano a mano. Che poi, per la precisione, sarebbe una testata tattica, il che equivarrebbe a dire che la userò con estremo tatticismo. Hai letto bene Area? Ecco. Sto riciclando un mio regalo per te. E non è la solita gondola che s’illumina o un libro di Coelho.

Adesso mi viene in mente perché sto scrivendo. Scusate, ho preso un po’ di D20 in questi giorni, così, per tenermi su e sono un po’ sballato. In compenso i brutti pensieri se ne sono andati e il puntatore della mia ram è sempre fermo al secondo prima di questo. Vivi l’attimo, come una lucertola. O una scolopendra.

Ecco, ragazzi… non sto leggendo i vostri post. M’intristiscono. Vedo che vi state affannando per niente. In più dovete stare lontani. Elisa, Pekka, Coma, Andrea, Zamma: state lontani. Turn back now. Devo scrivervelo su un palloncino? Sto per dare fuoco alle polveri, come si dice. Sto facendo cadere il sole, sto chiamando il dito di dio, sto per fare i botti, sto per diventare la morte, sto per spazzare via tutto. Ci sono delle volte in cui neppure mi ricordo il perché. C’è un nome: Chloe, che ogni tanto mi passa per la testa, ma è strano. Non ho chiamato nessuna delle mie armi così. C’era una ragazza francese che portava quel nome? C’era un sopravvissuto alcolizzato a Spinea? C’erano un direttore di un cinema porno a Venezia, un sergente dell’esercito sulla Barriera, un assassino in laguna, un insegnante elementare a Jesolo, un’hulk dissennato che si mangiava cani in barena? C’erano tutti questi tizi?

Mah.  E alla fine chissene. Carpe diem, trote gnam. Capitano, mio capitano. Aprile è il mese più crudele. Una rotonda sul mare. Per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande. State lontani, ve lo ripeto. E adesso, se mi scusate, vado a vedere se la tizia in lingerie bianca dall’altra parte delle palpebre è ancora lì.

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