AZZURRA

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19 settembre 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Andrea Mesina]

Maria Francesca è morta.

Ho gli incubi. Sono sempre uguali, cambiano solo i dettagli ogni tanto.

È mattina, il cielo è grigio e ogni tanto piove qualche goccia, niente di serio. Serve qualcosa, devo uscire di casa, ma non ricordo bene il motivo, so che è importante. C’è anche Maria Francesca, ha il pancione, è bellissima. Mi armo ed esco. Prendo una pistola e un coltellaccio lungo.

Ultimamente passo gran parte del mio tempo a pulire le armi e queste mandano bagliori accecanti. Anche se non c’è il sole mandano bagliori. Le altre armi, altre pistole e fucili li ripongo nell’armadio a cassaforte. La chiave me la lego sui fianchi con un cordino ruvido. Percepisco la sensazione di averla addosso, la canapa mi punge gentile e la chiave, prima fredda, rimbalza sul mio pene e sui testicoli. È un posto ben strano dove tenere una chiave.

Resto assente da casa per diverse ore, non ricordo che ho fatto, ma quando torno è primo pomeriggio. Il cielo sta caricandosi, come al solito, e stanotte pioverà a dirotto.

Trovo il cancello aperto, la porta spalancata. Alcuni zombi, nuovi nuovi, quasi eleganti nei loro vestiti ancora puliti mi aggrediscono. Sono veloci, feroci. Mi difendo e sparo alle teste.

Tremo tutto ma sparo a bruciapelo, tanto sono vicini.

Il mio cervello lavora frenetico…com’è possibile? Cos’è successo? Cos’ho fatto cos’ho fatto cos’ho fatto….

Comincio a urlare e piangere, chiamo Maria Francesca. La testa il cuore lo stomaco mi scoppiano pulsano diventano pesanti. Sono incredulo cieco sordo alla realtà a quello che vedo cerco una via di fuga per interpretare diversamente quello che si trova davanti ai miei occhi disperati.

Maria Francesca, la vita mia, è accasciata in un angolo della sala, in un bagno di sangue. Ha il collo squarciato, che ancora spruzza, imbrattando il muro e il divano, e il corpo ha dei sussulti.

Mi guarda.

Un misto di desolazione e di speranza.

Ha pianto lacrime e sangue, l’adrenalina e la paura hanno percorso il suo piccolo corpo meraviglioso, lo hanno violato e violentato e reso simile a quello di una povera cavia.

Piccola vita mia. Intorno ha due zombie, gli sparo in testa, li colpisco e colpisco anche lei, continuo a urlare, la libero le vado sopra la prendo in braccio piango l’abbraccio la stringo, mi muore addosso appoggiandomi la testa contro la spalla. Io muoio con lei, ma l’incubo non finisce. È lungo, terribile.

Restiamo così.

Entra qualcuno, in casa è ancora tutto aperto. Una creatura alta di cui non vedo il viso. Lo guardo ma non riesco a mettere a fuoco i tratti, se ne ha. Poi capisco chi è. Ci viene vicino ci odora, mi pianta gli artigli dritto dentro al cuore, per fare ancora più male, ride e quando io piango ormai allo stremo fa finta di piangere anche lui, mi prende in giro e continua a strizzarmi il cuore e lo stomaco e le viscere fino a quando non mi piego, lascio Maria Francesca e urlo di dolore.

Poi il diavolo se ne va, vedo le sue scarpe antiche ed eleganti, vedo i tacchi di legno, li sento sul pavimento. Chiude la porta, chiude il cancello.

Maria Francesca si muove, io non capisco subito. Quando mi attacca e cerca di mangiarmi mi rendo conto.

Ogni volta che credo di aver raggiunto il dolore e l’orrore peggiori, il limite si sposta. Piangendo e urlando mi difendo da mia moglie e per un attimo penso che forse sarebbe meglio farmi mangiare.

Non sono stato capace di proteggerla, che senso ha sopravviverle, che senso ha ucciderla due volte…morire così sarebbe più giusto.

Ma sparo.

Passo del tempo, dopo, a terra, con la pistola stretta nella mano.

Qualcuno mi prende la pistola dalla mano me la punta alla testa ha un tremito e mi manca.

Allora mi sistema contro il muro usa tutte e due le mani e spara. Ma la pistola è tutta aperta il grilletto è troppo morbido, non funziona più. Qualcuno se ne va.

Io resto a terra, a piangere e urlare.

La prima volta che ho fatto questo incubo, mi sono svegliato a pezzi.

Ho guardato fuori sul sentiero. Era pieno di tracce. Scarponi da bifolchi.

Ho sentito la voce di quell’altro, l’Uomo Con La Testa Di Cane, che mi chiamava e sono andato nella casa dove viveva. Ho avuto paura a guardarlo, come sempre, anzi terrore.

“Sono stati loro a farli entrare” mi ha detto, con quella sua voce profonda e cattiva.

“Hanno visto quello che hai fatto, sanno tutto. Questa è stata la loro vendetta”.

Mi ha parlato per un’ora, e più parlava più la rabbia mi montava dentro.

Ero stanco, da morire. Una dormita forse mi avrebbe fatto bene.

Invece mi sono ritrovato, con tutti i fucili e le pistole carichi, a sparare a quella gente.

A tutti i bifolchi, dentro i loro scarponi.

A tutte le loro donne, puttane e ignoranti.

A tutti i loro bambini mocciosi, uguali ai cuccioli ritardati degli animali senza cervello.

Non si aspettavano niente, non hanno reagito. Sono morti sparati e basta. Hanno urlato, hanno pianto, sono fuggiti, sono morti massacrati.

Stavano preparando una festa campestre, nel loro cortile da straccioni. Qualcuno stava provando la musica. Ha suonato continuamente la stessa canzone di Amadio Minghi.

Molto bella, da piangere.

Poi mi sono ricordato dell’Uomo Con La Testa Di Cane.

“Portali tutti” mi aveva detto.

Ho cavato l’occhio sinistro di ogni capo-famiglia. Veniva voglia di romperli e strizzarne i liquidi.

Quando sono tornato nella casa dell’Uomo Con La Testa Di Cane, lui non c’era più.

Allora sono corso a casa, sotto un temporale furioso, sono inciampato molte volte, mi sono spezzato i denti, il naso, gli zigomi. Mi sono rotto tutta la faccia, e intorno, dagli alberi, si sentivano le risate cattive dei diavoli verdi, scesi dai monti umidi freddi e boscosi di Trinità di Aggius di Tempio.

Ho vegliato il corpo.

A notte fonda alcuni rumori mi hanno scosso.

Nostra figlia è venuta alla luce, si è fatta strada nel corpo morto e marcescente di Maria Francesca. È uscita fuori urlando, sporca di sangue e di placenta, senza denti, e senza un briciolo di umanità negli occhi da mostricciattolo.

Siamo soli, ci facciamo compagnia. Amo questa bambina, amo mia figlia. L’ho chiamata Azzurra.

Lei mangia cervello di bifolco. Ce n’è a volontà – ho fatto una montagna di morti – e Azzurra ha molto appetito.

Non è troppo aggressiva con me, sono suo padre e forse lo sente.

Più avanti dovrò prendere delle decisioni, e sarò da solo a farlo. Tutte le voci tacciono. Tutti i diavoli sono andati via, sono rimasto solo io. L’Uomo Con La Testa Di Cane non abita più qui.

Io scotto, ho la febbre da stamattina, mi bruciano gli occhi. Alcuni graffi, che non ricordo di essermi fatto, stanno infettandosi, pulsano e scaldano.

Amadio Minghi continua a cantare a squarciagola attirando tutti gli zombi dei dintorni.

La pioggia non accenna a smettere.

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