Un coltello che affonda nel cuore un millimetro all’ora

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17 settembre 2013 di thesurvivaldiaries

Io sono qui. Ci sono volti conosciuti accanto a me. E persone che ho conosciuto per la prima volta. Io sono qui e mi sembra surreale. Essere viva mi sembra surreale. E mi sembra surreale il fatto che mi sia già capitato così tante e tante volte.

Sandra non è qui. Ci sono volti di sconosciuti tra i suoi ultimi ricordi. Ma ora che importanza ha. Sandra non c’è più.

C’è un limbo attorno a me, un limbo intento a convincermi che sono morta molto tempo fa. Che questo è tutto un sogno, una proiezione della mente. Che quando muori finisci in un posto chiamato Apocalisse Zombie. E che Sandra, o Thomas, o Massimo, o Alienone, o Pekka non esistano realmente.

Che questo sia un Truman Show, un grande occhio divino che si diverte a muovere le figurine, che questo sia una Notte del Drive-In, l’ampolla di sangue nel quale i giocatori esistono solo grazie al sadico creatore che li ha inventati.

Sono qui, a poche decine di metri dal gruppo, che ho salutato e abbracciato, forse anche un po’ piangendo. Perché quegli amici immaginari di un tempo ora sono diventati reali. E magari gli amici reali sono stati immaginati da qualcun altro. Ho mangiato con loro ma ora sento il bisogno di stare un po’ da sola e buttar giù due righe.

Ho visto Sandra morire. E tra tutte le morti di cui son stata testimone, questa è stata la più selvaggia. La morte che non dimenticherai mai. I suoni che non dimenticherai mai.

Ci hanno legate, una di fronte all’altra. Grosse catene che pendevano dal muro. E ci hanno lasciate lì, per interminabili giorni, ad affamarci la carne e fare ammenda per i nostri peccati. Così dicevano: fare ammenda per i nostri peccati. Perché siamo delle sporche meretrici, la puzza del sangue dei morti viaggia con noi, è sopra i nostri coltelli e tra le pieghe dei nostri vestiti. Dobbiamo essere purificate dal morbo che Dio ci ha regalato.

Sono in tre. Una grassa madre con la vestaglia da notte, il suo bordo di pizzo striscia a terra creando uno strato di sporcizia e fango. I due figli sono dietro di lei. Indossano capellini da baseball e scarpe da ginnastica.

Non posso fare a meno di compatirli. Nell’enorme boato di non-sense in cui viviamo, l’ultima spiaggia del debole resta pur sempre Nostro Signore. Un modo come un altro per non infilarsi un ferro in gola e dipingere il salotto. E Nostro Signore va bene, andava bene prima, va bene anche adesso.

La grassa madre ci giudica e ci espone la sua morale. La grassa e ignorante madre ci racconta di Gesù. Nei suoi occhi vedo tutte le paure del mondo, il timore del diverso, dell’incomprensibile, dell’assurdo, dell’indeterminatezza della vita. Legare sconosciuti ad un muro è il loro tentativo di razionalizzare l’apocalisse. Io lo capisco, eccome. E capisco tutt’ora. Non posso farne a meno.

Non c’è bisogno di perdonare, e forse nemmeno di capire. È l’essenza del caos. Mantenere ogni fenomeno fuori dallo spettro del visibile, a cavallo tra un incubo e una battuta ironica.

Dopo qualche giorno, incatenate al muro di un normalissimo salotto di periferia, tra un centrino da tavola e una teiera di ceramica, la grassa madre si palesa sorridente. Con lentezza si avvicina a noi, prima da una poi dall’altra, baciandoci la fronte con amore. Poi lascia la stanza, facendosi il segno della croce.

Sandra mi guarda intensamente. Il grosso nastro nero davanti alla sua bocca si gonfia e sgonfia.

Poi i suoi occhi si fanno dolci, le sue guance salgono, e sebbene non ce ne sia la possibilità, sono certa di aver visto uno splendido sorriso. La morte va bene, dice quel sorriso, la morte va bene.

Dalla porta della cucina entrano due Zulu. Una donna e un uomo. Età indefinita. Un tripudio di ossa, di sterni fracassati, di pelle ciondolante. Camminano lenti e in modo irregolare, provocando di tanto in tanto, quasi per caso, dei profondi rumori gutturali.

Le hanno scavato la pancia per un tempo indefinito. Tutto live a pochi passi dalle mie gambe distese, in abbandono. Il sangue che ripercorreva l’esofago non riusciva a trovare sfogo, imbottigliato in un nastro adesivo che sigillava il suo dolore. Mangiata senza sfogo, pigramente, lentamente. Due Zulu che non erano più in grado di deglutire. Le falangi rotte e goffe nelle incisioni, una tortura tesa all’infinito, tra spasmi e urla soffocate. La mia vista finalmente velata di lacrime, in un insano gioco di fuoco e fuori fuoco.

È successo così. La morte dilatata, introspettiva, un coltello che affonda nel cuore un millimetro all’ora. Tutto il tempo per abituarsi all’agonia, per renderla reale. Avere tutto il tempo di capire che è vero.

Sto morendo, sta succedendo ora.

Sono svenuta qualche ora dopo. Mi sono risvegliata nel centro di un grande campo incolto. Accanto a me uno zaino pieno di provviste e un biglietto. “Dio ti risparmia, lode a Dio”.

Ora torno dai miei amici. Anche loro non sembrano vivere nella realtà. Thomas, soprattutto.

Elisa

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