Homecoming

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16 settembre 2013 di thesurvivaldiaries

Ci sono quasi. Mancano forse una trentina di chilometri. Il cartello della statale diceva 34, ma ormai non mi fido. Vista la gente di merda che c’è in giro ultimamente, non sarei assolutamente sorpreso di scoprire che c’è qualche stronzo che si diverte a scambiare i cartelli stradali giusto per rompere i coglioni. Ci ho messo il mio bel tempo. Ho consumato scarpe e veicoli, e anche consumato il mio fisico. Ho trovato delle razioni militari in un convoglio abbandonato qualche tempo fa, ma anche quelle stanno finendo. Per il resto ho mangiato verdure raccolte in orti e coltivazioni abbandonate, quasi lussureggianti nello straboccare delle loro erbacce. Ho anche imparato a rubare il miele nelle arnie e mi hanno punto solo una decina di volte. Un ninja, proprio.

Ero partito con il mio spazzaneve pimpato da Giaveno ma questa volta è durato proprio poco. Non ero neanche ancora arrivato a Piacenza – ho preferito girare alla larga da Milano – quando gli sono scoppiate due gomme. Una, forse, sarei riuscita a cambiarla, ma due decisamente no. Sono stato fortunato, però, perché a poca distanza ho trovato abbandonata una moto. Un vecchio Husqvarna da enduro col motore a due tempi. Un motore talmente basilare che anche io sono riuscito a farlo ripartire – ovviamente più grazie alla buona dose di bestemmie che alle mie capacità meccaniche. La bestemmia e l’arte della manutenzione della motocicletta.
Ho poi lasciato la moto in un campo volo poco dopo Piacenza dove ho trovato un piccolo ultraleggero ancora funzionante. Lì, il mio culo, è finito. Il piccolo velivolo ha tentato di ammazzarmi con una piantata motore che mi ha costretto ad un atterraggio di fortuna su una strada, dove ho perso un’ala contro un palo della luce. Da lì ho abbandonato l’idea di farmi il resto della strada con un qualche veicolo.
Camminando ho potuto più notare come è cambiato il mondo negli ultimi due anni. Film, videogiochi e libri avevano tentato di prepararmi alla vista di un mondo abbandonato, ma la realtà è sempre più straordinaria. Le erbacce e le piante si sono mangiate il mondo, soprattutto dove c’era stato un incendio. Edifici e palazzi anneriti dal fumo, inghiottite di edera e verde vario. Non ci si rende mai conto di quanto lavoro venga fatto per contenere le piante sulle rive dei fiumi fin quando quel lavoro viene a mancare. Sarebbe bellissimo, non fosse anche così triste. Non sono mai stato una persona particolarmente sociale, ma questo paesaggio lasciato a se stesso deprime un po’ anche me.
Non è completamente morto il mondo. Nei scorsi due mesi ho incontrato gente. Certi li ho solo intravisti, nascondendomi nella boscaglia, gente come i MagnaTuto, o similari. Persone che hanno perso tutta l’umanità pre-zulu. Di altri ho goduto della compagnia e del contatto umano di cui anche io ho bisogno ognitanto. Gruppetti randagi, come me, o piccole comunità come quelle che avevo aiutato a costruire in Valle di Susa. Ho scoperto che nel basso lombardo, nell’alta emilia e nel basso veneto, hanno creato una rete di comunità, avrei detto una lega, non fosse che il nome è stato sporcato. Hanno una milizia e un sistema di comunicazione radio con cui si tengono in contatto e, possono chiamare aiuto quando è il caso. La chiamano semplicemente Rete. Sono diventato un loro delatore per il tempo che ho passato nei loro territori. In cambio di ospitalià e cibo nelle loro comunità, mi hanno dato una radiolina e li ho tenuti informati sui movimenti dei gruppi di gente di merda che vedevo. Ho anche partecipato a un paio di loro raid, quando ero vicino alla zona operazioni. Ormai gli zulu non sono più lo spauracchio. Come ho letto anche sul post di altra gente qui sul blog, posso confermare che si è anche solo relativamente in forma, si riesce a tenerli a distanza anche a piedi. Si sono autoconsumati, almeno la maggior parte di loro. Quelli originali sono a malapena qualche straccio di pelle su uno scheletro. Si trascinano lentamente, strascicando arti che non funzionano più come un tempo. Si vede ancora qualche grigio fresco, ma sono sempre meno, e basta mirare a loro quando stai fuggendo e gli altri non ti raggiungeranno mai.
No, il pericolo maggiore, ormai, deriva dai nostri vicini di casa, dai colleghi di lavoro, da quelli che incontravi in birreria e non sono stati contagiati dagli zulu, ma dalla bestialità. Gente che uccide, stupra e ruba per divertimento. Non ci sono solo i MT, loro sono solo i più organizzati. Ci sono molti altri branchi di bestie che razziano i gruppetti di persone nomadi o le piccole comunità. Ho incontrato diverse volte il frutto delle loro scorribande, bivacchi distrutti e cadaveri lasciati a marcire, casolari dati alle fiamme con persone crocifisse alle mura. È peggio del contagio zulu perché questa gente ha scelto di diventare così, non gli è stato inflitto. Magari non proprio scelto, ma in teoria, in fondo alla loro psiche divelta, un nocciolo di umanità e razionalità dovrebbe essere rimasta. Li odio con la forza di mille soli. Più loro che quei poveri grigi o la gente di merda che li ha creati e godo nel vederli distrutti. La milizia della Rete insiste sempre nel dare loro la possibilità di arrendersi prima di travolgerli, ma non è mai successo che abbiano accettato. Lo stesso, la milizia, fa prigionieri che poi mettono nelle loro prigioni, ma le bestie o si suicidano o si lasciano morire di fame.
Ho ormai lasciato la loro zona di competenza da un paio di settimane. Non ho intenzione di essere più specifico per non dare idee balorde a chi ci legge. Posso però dire a Coma che sto arrivando da sud al punto di incontro, con uno zaino pieno di calci in faccia, e non vedo l’ora di incontrarti.

Statemi bene.

Pekka.

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