I FIGLI DELLE TENEBRE

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18 giugno 2013 di thesurvivaldiaries

I topi e le mosche sono i veri vincitori in tutta questa faccenda. E non solo ora, nell’apocalisse degli zombi. Sono certo che quelle di oggi siano le dirette discendenti delle mosche che svolazzavano beate sui enormi escrementi dei dinosauri.

In giro ho visto poco altro. Se c’è ancora qualcuno di vivo, se ne vede bene di restare nascosto nel suo buco. E come dargli torto. Se non sono le zanne putride dei morti a raggiungerti ci pensano gli altri a metterti sulle braci.

Gli MT. E’ evidente il loro passaggio. I simboli di sangue appaiono a gli angoli delle vie principali. Nelle viuzze e nelle piazze dei piccoli paesi.

Una ciminiera. Del fumo. E il resto è solo pura desolazione.

Abbiamo viaggiato a lungo trovando facilmente riparo nelle case abbandonate. Abbiamo mangiato. Dormito. E abbiamo ucciso. Morti, vivi. Ormai che differenza fa?

Di giorno le bimbe sono sempre molto tese, nervose, ma poi la sera quando scassiniamo la porta di una nuova casa sembrano dimenticare tutto. Lo prendono quasi come un gioco. Prima scavano per tutta l’abitazione in cerca di chissà quale tesoro e poi per tutta la notte non fanno altro che fantasticare su chi ci abitasse lì dentro. Che cosa facessero prima dell’epidemia. Il loro lavoro. La scuola che frequentavano. I loro amici. Le loro ambizioni. I loro sogni.

Ultimamente sogno spesso una donna gravida. La pancia che è lì lì sul punto di scoppiare. Ha la pelle tirata e traslucida, quasi trasparente. Tanto da vedere il feto muoversi all’interno. La donna urla. Tira le gambe e bestemmia in una lingua che non conosco. Attorno a lei non c’è nulla. Una stanza bianca. Fa un lungo gemito e nella pancia compare una lunga striscia rossa. Dalla carne spuntano delle piccole dita. Afferrano i lembi esterni dell’addome e squarciano la pelle. Sangue e intestini che fuoriescono. Poi, timida, fa capolino una piccola testa. Ha la forma umana. Ma umano non lo è. Almeno, non più. Ha gli occhi vuoti. Esce dal ventre della madre sulle sue piccole gambe e mi viene incontro digrignando i denti. Io non ho armi con me. Sono nudo. Indietreggio ma sono presto con la schiena alla parete. La cosa è a pochi passi da me, sembra ormai fatta, sarò il primo pasto del piccolo zombie, ma improvvisamente si blocca. Allunga le mani verso di me, azzanna l’aria, ma non si muove. C’è qualcosa che gli impedisce di andare oltre. Lo osservo attentamente e mi accorgo che tra lui e la madre c’è rimasto ancora qualcosa. Il cordone ombelicale. Lungo e teso tra di loro. Lui tira e ad ogni strappo il corpo della donna sobbalza. Il piccolo si accorge dell’impedimento e dopo qualche attimo di indecisione afferra il cordone tra le mani e quando sta per azzannarlo a morsi, io mi sveglio.

E’ quasi sempre uguale il sogno. Qualche volta cambia l’ambientazione ma la dimensione è sempre la stessa. Pure lo stato di agitazione che mi lascia è sempre lo stesso.

Il significato mi sfugge. Ma non mi sono neppure tanto impegnato a capire.

A farla semplice potrebbe essere così: la madre è la rete e il cordone ombelicale che ci tiene uniti è il blog. La rete è infetta. Ha un cazzo di virus potentissimo. E noi siamo fottuti.

Per certe cose ci vuole tempo. L’unica cosa da fare è attendere. E così farò. Aspetterò raggomitolato nel cordone ombelicale. Dove la speranza ebbe origine. La speranza di un nuovo inizio. Prima che i figli si disperdessero, ingoiati dalle tenebre.

La mia figlia più grande dice che sto’ prendendo le sembianze di un profeta. Emaciato, barba lunga e cencioso. Sì, dico io, l’unica differenza è che i profeti generalmente dicono le cose prima che accadano. Per questo vengono chiamati profeti. Io a mala pena so cosa farò nelle prossime ore. E non è poco.

Ora dormo, prima ho mangiato e domani ucciderò. Semplice. Pulito.

E non serve di certo un cazzo di profeta per saperlo.

Coma

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