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17 maggio 2013 di thesurvivaldiaries

“È l’atomica,” disse Pattume felice. Si mise ad ondeggiare avanti e indietro sul sedile come un convertito a un cerimonia religiosa. “La bomba A, una grande, la bomba A, il gran fuoco, la mia vita per te.
S.King, da “The Stand”

Quando superi il limite? Voglio dire, quand’è che smetti di essere umano e diventi qualcos’altro? Dopo aver preso il D20 ho ucciso un cane e l’ho mangiato, solo perché avevo fame. Almeno spero di aver avuto fame. Ho alcuni ricordi sconnessi di un paesino dopo la Jesolana, forse Portegrandi. C’era della gente laggiù. Non riesco – o non voglio- ricordare se fossero vivi morenti o morti viventi.
Ricordo però di averli fatti a pezzi. Ricordo di aver ficcato indice e pollice negli occhi di un tizio e aver usato la sua testa come una palla da bowling. Con ancora il corpo attaccato.
Dopo aver fatto una cosa del genere, ammettendo che il tizio in questione non fosse stato uno Zulu, si è ancora esseri umani? E poi… se non sono più un essere umano, cosa sono diventato? Un untore come Guile o Area? Un assassino come i Magna Tuto? Un mostro come gli Zulu?
Non so se riuscirò a dirvi tutto quello che vorrei. Per la prima volta in vita mia non ho voglia di scrivere, né di leggere. Di leggervi, in particolar modo. Mi mancate, mi manca Venezia, mi manca tutto, ma non sopporterei di sapere che un altro di voi se n’è andato. A volte ripenso ancora all’aereo di Giulio, all’esplosione sul Ponte della Libertà…
Forse è questo blog che mi definisce ancora come umano, per questo scrivo ancora, dopo quello che ho fatto e sto per fare.

Qualcuno mi ha detto che bisogna morire mille volte per continuare a vivere. Ecco, io credo che ci sia un limite anche a questo, un punto di non ritorno. Sì, perché quando ho preso la boccetta di D20, dopo aver visto Chloe sgozzata sul pavimento, coi jeans e le mutande tirate giù fino alle caviglie, io sono morto per l’ultima volta.

Avevo in testa questo romanzo una volta, parlava di una strega, una negromante sfregiata che proteggeva un avamposto dall’attacco di un intero esercito con le peggiori arti oscure. Il suo motto preferito era “Il Potere qualcosa ti dà e qualcosa ti prende”.
Già. E più ti prende più ti dà. Il D20 funziona così. Credo che abbia a che fare con l’immaginazione, col sogno. Non è un super-gatorade, un potenziatore muscolare o una cosa del genere. Il D20 ha a che fare col modo in cui percepiamo noi stessi e la realtà attorno a noi.
Funziona maggiormente se lo assume gente con molta fantasia mi ha rivelato Gonzo (Oh sì, ho rivisto Gonzo. E sì, non ho voglia di metterci tanta suspense: Gonzo è un untore, anche se untore non è proprio la parola giusta per lui). Quindi, se leggete questo, cari amici, so che su di voi funzionerebbe bene. Però risparmiatevi questo sballo, lasciate fare tutto allo sballato. Anzi: lasciate questo posto, la provincia di Venezia, il Veneto. Lasciate l’Italia se potete, Gonzo dice che da qualche parte le cose stanno riprendendo a funzionare. Io gli ho chiesto quando mai le cose abbiano funzionato e lui ha fatto spallucce.

Ma sì, ma sì. Il calore degli affetti, un abbraccio che ti scalda, una partita a Scarabeo, un bicchiere di vino, un bimbo che vi chiama mamma o papà, giornate senza pensieri, col cuore e l’anima in pace. Spero che questo vi aspetti. Anzi, mi incazzerei pure dal posto in cui sto per andare se qualcuno di voi un giorno non vedrà il mondo dopo di questo.

Sarà meglio cercare di dare una parvenza d’ordine a queste righe, ma non sarà facile. Vi scrive un uomo già morto che aveva un sacco di confusione in testa anche da vivo.

Dopo lo sballo da D20, mi sono ritrovato nudo al centro esatto di Piazza Ferretto, a Mestre. Una di quelle cose che succedono spesso a Bruce Banner, immagino. Attorno a me c’erano decine di cadaveri. Alcuni erano già morti prima che arrivassi io, credo. Altri, quelli col tatuaggio dei Magna Tuto, probabilmente no. Davanti a me c’era Gonzo, con la stessa espressione di quando l’avevo lasciato a Venezia e la stessa identica camicia hawaiana. Prima di congedarci, l’ultima volta mi aveva confessato che il suo nome vero era quello di una marca di moto. Mi ci sono voluti mesi e una sbornia colossale per capire a quale nome si riferisse. Eppure era così logico.
“Honda.” L’ho salutato, vedendolo arrivare. Gli effetti del D20 erano svaniti del tutto improvvisamente. Mi sembrava come di essere stato colpito da un fulmine dopo aver ascoltato Ummagumma a tutto volume per tre giorni di fila. Non mi ero neppure accorto di essere nudo.
“Beccato.” Mi ha risposto lui. “Ma sono ancora troppo magro per il sumo.”
“Non perderti d’animo, sei sulla buona strada.” Gli ho risposto, prima di crollare a terra.
Gonzo mi ha portato su una Jeep, mi ha spiegato che Guile gli aveva chiesto di ‘dare un’occhiata al pazzo’, prima di uscirsene con suo figlio da questa storia.
“Non mi dici che ne ho preso troppo?” gli ho chiesto, mentre guidava lungo via Miranese, la strada che da Mestre porta dritta dritta fino al resto dello Stivale Imputridito. Gonzo ha scosso la testa e mi ha chiesto dove volessi andare in vacanza. Io gli ho dato l’indirizzo di casa mia e lui lì mi ha portato, nel posto dove tutto è cominciato, qualche era geologica fa.
Abbiamo trovato tutto come l’avevo lasciato. Non c’è voluto nulla per scardinare il portoncino d’ingresso e la porta di casa mia. La barricata che avevo costruito prima di andare ad aspettare i soccorsi sul tetto era l’opera di un sopravvissuto a livello pre-amatoriale. Un niubbo dell’apocalisse. Oggi sicuramente potrei fare di meglio: non mi prenderei neppure la briga di accatastare mobili, mi scolerei un bel D20 on ice e chi s’è visto s’è visto. Una volta scoperto il codice per il God Mode è tutto più facile.
Gonzo è rimasto un po’ con me. Gli ho mostrato i miei libri, gli ho regalato un mio romanzo stupido su un gruppo di Dei che si risvegliava dopo l’apocalisse nucleare. Ci siamo cucinati gli spaghetti col tonno. Abbiamo bevuto anche, ma per una volta ho lasciato la bottiglia mezza piena. Gli ho raccontato tutto, di Jesolo e Chloe, della comunità e dell’attacco dei Magna Tuto. Lui mi ha ascoltato, ma mi ha dato l’impressione che niente di quello che dicevo gli fosse nuovo.
Mi ha chiesto cosa volevo fare. Io gliel’ho detto. Lui è rimasto in silenzio per più di quanto mi sarei aspettato.
“Magari non te lo ricordi, ma l’hai scritto. Hai scritto il tuo piano.” Ha replicato infine.
“Cosa ho scritto?”
“Nel tuo ultimo post. Mentre eri D-ventato, come hai detto tu.”
“Non mi ricordo di aver scritto qualcosa.” Né avevo voglia di leggermi. Sarebbe stato come guardare un video in cui mi masturbavo. “Ma se sai già tutto, sai di cosa ho bisogno.”
Gonzo mi ha fissato, lui sì che aveva alzato un po’ troppo il gomito. Si era portato delle bottiglie di Suntory ‘per ogni emergenza alcolica’.  “Ho quello che ti serve, giù, nella Jeep. Non dovrei portarmi in giro quella roba del cazzo… potrebbe anche venirmi la tentazione di prenderla, come è successo agli altri.”
“E me la darai?”
Di nuovo silenzio. Gonzo si è portato le mani al volto e ha sospirato: “Che storia del cazzo”.
“Non guardare me, non l’ho cominciata io.” Ho risposto.
“Non sono uno che convince gli altri a non fare cazzate, ma magari puoi aiutarmi a farti rinunciare al piano-pattumiera.”
Piano-pattumiera, calzante. Qualcuno dei libri che gli avevo mostrato probabilmente lo aveva sicuramente letto. Più di uno, credo.
“Gonzo, tu cosa sai di me?”
Gonzo ha fatto spallucce. “Sei un bravo ragazzo, non più strano della media come vuoi fingere a tutti i costi chissà per quale motivo.”
“Già, ma questo dovevi dirmelo prima che tu e gli altri vi metteste a giocare a ‘La fabbrica dei mostri’. Ho ricordato sai, quello che è successo a Sant’Erasmo. So tutto dell’Ourobureau e di quel tatuaggio che hai sul braccio.”
“Io ero lì con un contratto a progetto, Alien.”
Non so perché, ma questo mi fece fare una gran risata. “Bé, però ti sei meritato anche tu il tuo soprannome alla Street Fighter, caro Honda.”
“È stata un’idea del nostro IT. Sai come sono quei tizi. I nostri username per la rete aziendale dell’Ouro li ha scelti lui. Sembrava un’idea divertente. Tanto per fare squadra. Poi è venuto il tatuaggio e il Vecchio voleva…”
“Non mi importa, sai. Veramente. Com’è successo tutto non è più affar mio. Io adesso sono qui per la mia festa, per il mio piano-pattumiera. Di vecchi, serpenti, zombie e videogiochi non me ne frega più un cazzo. Mi importa solo che Area frigga all’inferno con i suoi Magna Merda. M’importa che di questo posto nessuno ricordi più nulla. M’importa che sia cancellato dalla storia, come si cancella il capitolo brutto di un romanzo comunque mediocre.”
Gonzo ha bevuto un lungo sorso di Suntory, direttamente dalla bottiglia. Me ne ha offerto, ma ho rifiutato.
“Già.” Ha detto poi. “Allora credo che ti servirà quello che ho nella Jeep.”

Gonzo se n’è andato la mattina dopo. Mi ha consegnato una scatola con una decina di bottigliette di D20. Gli ho chiesto se per caso non avesse sostituito la pozione degli untori con dell’acqua, lui mi ha risposto che in vita sua non potrebbe immaginare crimine peggiore di togliere a un drogato la sua roba. Mentre parlavamo, davanti al cancello di casa mia si erano assiepati una decina di Zulu. Non li avevo mai visti così putrefatti. Eppure erano vivi. Rimasugli d’ossa e tessuti che si muovevano, grattavano, cercavano. La fame li stava uccidendo. Presto non avrebbero avuto più arti per muoversi… e magari, orribilmente, avrebbero continuato a vivere. Ecco, dov’è il limite? Quand’è che uno Zulu non è più Zulu?
“Sai cosa penso?” Mi ha detto Gonzo, guardandoli. Io ho taciuto.
“Penso che loro siano come il Vecchio. Dormono, sognano. Nella loro testa sono ancora vivi, tutti insieme, in un mondo perfetto. Si abbracciano, fanno l’amore, cantano, raccontano storie seduti attorno ad un fuoco, si capiscono l’un l’altro, si fanno delle gran bevute e fumate.”
“Già. Quelli fortunati sono loro, Gonzo.”
Per tutta risposta, il mio amico ha preso un Remington 870 dalla Jeep e uno dopo l’altro li ha fatti secchi. Dieci colpi precisi, senza esitazioni, prendendosi solo il tempo di ricaricare. “Proprio dei fortunati figli di puttana.”
“Dove andrai adesso?” Gli ho chiesto.
Gonzo, al suo solito modo, ha fatto spallucce. “Mi sarebbe sempre piaciuto vedere il Fujiyama” ha risposto.
“Ricordati che si chiama Fujisan, hanno sempre sbagliato a tradurlo. Per arrivarci vai verso Trieste e poi gira a destra.”
Gonzo ha sorriso ed è montato sulla Jeep, facendo la V di vittoria con le dita delle mani. Poi se n’è andato. E se vi aspettate che vi dica che Gonzo era un prototipo di Dio, troppo strano per vivere e troppo raro per morire, bè, probabilmente per questo mondo c’è ancora un po’ di speranza. Ma anche questo, oramai non è più affar mio.

Penso che basti questo, per ora ho bisogno di stare un po’ solo e pensare alle mie cose di Alienone. Mi è quasi venuta voglia di pregare, davvero. Chissà, magari in questa pozzanghera di schiuma quantica in cui siamo immersi fino alle sopracciglia c’è davvero qualcuno che mi sente.
Magari mi sente anche Chloe.

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