E LA NAVE VA!

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17 maggio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Fabrizio Astrofilosofo Melodia]

Quando si diceva che una cosa nasce storta e mai potrà finire dritta, si può affermare anche il contrario, purtroppo gli assiomi difficilmente sbagliano, come afferma il grande filosofo calciatore Gennaro Gattuso.

Non puoi dimostrare il perchè sbagliano, ma è cosi, lo devi accettare, anche se ogni fibra del tuo corpo vorrebbe tanto poter pronunciare un sentito vaffanculo agli assiomi, corollari e inventari che tanto rendono impossibile la vita.

Io e Francesca Cuciaro avevamo completamente abbassato la guardia, dopo il nostro incontro con le valorose truppe dei Lagunari sopravvissute in territorio veneziano.

Infatti Francesca era crollata addormentata su di me, mentre il carrarmato del tenente colonnello Mercogliano entrava pigramente nel ferry boat che avrebbe dovuto portarci al Lido di Venezia, nella base messa in sicurezza dai soldati di Mercogliano.

Ho detto dovrebbe, perchè, mentre dormivo anch’io, vinto ormai da tutte le prove che avevo dovuto sopportare, accadde l’imprevedibile.

Adesso, ripendandoci, mi sembra davvero molto ironico quello che accadde, dopo aver superato la mia prigionia nel cesso di casa mia, per poi scontrarmi con i parenti di Francesca Cuciaro e sfuggire a un’orda di zombie affamati e latranti dal supermercato grazie a una tronchesi e all’abilità di tiro con l’arco di Cesca, finire in quel modo davvero non me lo sarei mai aspettato.

Le urla si levarono alte, mentre io e Francesca Cuciaro ci svegliammo teneramente abbracciati l’uno all’altro nella cuccetta del ferry boat.

Percepimmo delle scariche di mitragliatrice e le urla concitate dei soldati e la voce stentorea di Mercogliano che incitava i suoi uomini alla resistenza con ogni mezzo, mentre si era attaccato alla radio per dare disposizioni alla base del Lido di Venezia, più precisamente all’ex aereoporto del Lame di Concordia, dov’erano asserragliati il grosso della sua truppa.

«Attenzione! Il contagio si è propagato qui a bordo con la forza di un incendio! Se vedete avvicinarsi il ferry boat e non ho dato per tre volte la conferma con il codice convenuto, affondatelo senza pietà, chiaro?! Ripeto…», fu tutto quello che riuscii a sentire, quando mi resi conto che Francesca Cuciaro guardava fuori atterrita.

Mi avvicinai a lei, rimanendo impietrito dall’orrore. Il corridoio era pieno di soldati ormai in avanzato stato di decadimento, i quali avanzavano dinoccolati, lamentosi, con le bocche che grondavano sangue e pezzi di carne.

Chi diavolo poteva essere stato a diffondere il contagio? Prima di salire a bordo tutti quanti erano stati esaminati con attrezzatissimi bioscan medici, recuperati dall’ Istituto Sherman di diagnostica presso il ponte di Rialto, come ci raccontava Mercogliano riguardo alle loro prime incursioni sulle isole veneziane, tremendamente sconvolte dal contagio.

Tutte avevano dato esito negativo, anche se il mio esame aveva dato un esito particolare ma non preoccupante, dovuto forse alle troppe privazioni cui ero andato incontro.

Non aveva senso, a meno che non fosse partito tutto da qualcosa assolutamente imponderabile, un incidente occorso in modo causale o che cazzo ne sapevo io.

So solo che eravamo accerchiati da non morti, tutti belli affamati ed eravamo in trappola, la nostra cuccetta era una stanza chiusa e solo degli oblò stretti davano la possibilità di uscire in qualche modo da quel ventre di metallo.

Non ci pensai due volte, chiusi la porta con il pesante chiavistello, era tutto di lamiera di buona fabbricazione, come si conveniva ai ferry boat veneziani prodotti alla Fincantieri di Mestre.

Avrebbe retto all’assalto, ammesso e non concesso che avremmo superato la fame e la sete, trovando un sistema per metterci in salvo.

Il click secco mi riportò alla realtà, distraendomi dai miei pensieri.

Francesca Cuciaro mi stava puntando una bella Beretta 9 mm direttamente in faccia, con un sorriso beffardo stampato sulla faccia da gattina vogliosa.

La riconobbi per il manico laccato d’avorio, era l’arma personale del tenente colonnello Mercogliano, non se ne sarebbe mai separato a meno che non fosse morto.

In quel momento, ogni pezzo del puzzle andò a posto, tutto collimava alla perfezione, ogni luce si accese illuminando la giusta prospettiva delle cose.

«Sei stata tu! Hai contagiato tutti proprio qui a bordo!», esclamai con una punta di sopresa ironia.

«Sei molto intelligente, Fabrizio! Peccato che, come tutti i rappresentanti di sesso maschile, ti funzioni un solo neurone!», rispose Francesca Cuciaro, brandendo l’arma con destrezza, il suo bel corpo formoso dava alla situazione un impercettibile senso di sensuale malessere.

«Fammi indovinare, brutta puttana! Tu e i tuoi cari parenti eravate proprio degli ecoterroristi, davvero incalliti. Talmente tanto fanatici da rubare un campione di un virus sconosciuto e ricattare i piani alti, solo che poi la situazione vi è sfuggita di mano», adoravo fare la parte del detective sapientone, devo ammettere che mi riusciva bene.

«Sbagliato, mio caro neurino sottosviluppato! Ho semplicemente spaccato le fiale con i campioni di sangue che Mercogliano aveva fatto prelevare ai suoi uomini. Una volta contagiato uno, l’infezione si propaga con facilità. Io ero sicura di resistere abbastanza, dato che le mie medicine, non mi chiedere come o perchè, inibiscono l’effetto di propagazione del virus, ma a una esposizione prolungata non valgono un cazzo!», mi rispose Francesca Cuciaro, smontando il mio orgoglio maschile, visibilmente ridotto ai minimi termini.

Non avevo proprio capito una sega.

«Come diavolo hai fatto? Non ti ho proprio sentita muoverti!», chiesi.

«Eri talmente distrutto che non è stato difficile sgattaiolare fuori e introdurmi sul mezzo di Mercogliano, avevo visto dove avevano messo la roba e altrettanto facile inondare il colonnello del composto tenendolo sotto tiro con la sua stessa pistola. Mentre erano indaffarati a difendersi, sono rientrata qui dentro, contando sul fatto di mettermi in salvo dall’oblò. Avrei dovuto cacciarti dentro una pallottola pietosa, ma, chissà perchè vedendoti dormire, non sono riuscita a farlo!».

«Ancora non capisco il motivo che ti ha spinta ad agire cosi!».

«Ancora non lo capisci? Avrebbero dato la colpa a me di tutto questo casino, mentre non avevamo nulla a che fare con tutta questa merda del contagio e degli zombi! Mi avrebbero processato come corte marziale e mandata a morte. No, grazie! Preferisco vivere come posso, in questo maledetto incubo malato, tanto ho come la sensazione che presto o tardi faremo tutti una merdosa fine».

Era completamente pazza, ma la sua follia era lucida e dentro di me sapevo che aveva ragione.

«Ascolta, dammi la pistola, finiamola qui e cerchiamo di fuggire insieme! Li senti la fuori, come battono? Presto o tardi entreranno oppure Mercogliano è riuscito a montare sul carrarmato e a cannoneggiarli per benino, nel qual caso saremo di nuovo nella stessa situazione di prima. Non fare la stupida, possiamo uscirne entrambi», le dissi avvicinandomi a passo fermo verso la canna della pistola spianata.

«Non ti avvicinare, Fabry! O ti ammazzo, non sei un cazzo per me, non provo nulla per te!».

Ma le labbra le tremavano e la conoscevo abbastanza per capire che mentiva a se stessa.

Avanzai, posi la mano sulla pistola e gliela tolsi senza troppa fatica.

Le lacrime le scorrevano copiose dagli occhi, quella fu la goccia di traboccamento del vaso, la presi per le braccia e avvicinai il suo viso piangente al mio, il cuore mi batteva forte, era una follia, ma ormai avevo rotto qualsiasi remora.

La baciai, con passione, aveva le labbra dal sapore di fragola e panna, mentre le nostre lingue giocavano a rincorrersi e accarezzarsi.

Ci abbracciamo senza smettere di baciarci, la nostra passione non s’interruppe nemmeno quando si udirono delle forti detonazioni seguite da esplosioni potenti.

Ci accasciammo a terra, stringendoci e baciandoci sempre più, mentre le nostre mani armeggiavano con fretta per liberarci dei nostri vestiti, io persi la pazienza e strappai la maglietta di Francesca, addentando il seno florido e sodo, dai capezzoli ritti, duri come chiodi.

Francesca Cuciaro mi tenne premuta la testa, mentre sospirava di piacere alle mie insistenti attenzioni, le urla e i lamenti degli zombi si perdevano in lontananza con quello delle mitragliatrici e delle detonazioni, la nave parve inclinarsi mentre immaginavo stesse andando alla deriva, come le pulsioni insensate che avevano preso me e Francesca Cuciaro.

La presi con violenza, sbattendola contro la parete del ferry boat, mentre dall’oblò aperto venivan o fumi di fuoco e all’esterno la nave s’inclinava paurosamente, mentre i miei colpi si facevano strada nell’umidissima rosa di Francesca.

Raggiungemmo insieme l’apice del piacere, proprio nel momento in cui la porta si spalancò,ormai sfinita dai colpi, come i nostri corpi, ormai offerti al sacrificio dell’orda.

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