164 non risponde più

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16 maggio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special guest: 164]

Era una serata tranquilla quel 29 marzo, fino a quando il cellulare non squillò, o meglio vibrò.
Risposi un po’ contro voglia, perché notai che il numero da cui partiva la chiamata era il numero delle chiamate d’emergenza gestito dal presidente della nostra associazione: “Pronto Capo ! Dimmi tutto!”, dall’altra parte una voce per nulla familiare rispose “Non faccia lo spiritoso, è una chiamata di emergenza, se n’è accorto ? E’ lei il Sig. RXXXXX ?” (non vi rivelerò la mia identità); rispondo “Si, sono io”; “Io sono un collaboratore del Prefetto di Ravenna, si presenti tra non più di 30 minuti al centro operativo della sua associazione con divisa d’ordinanza, un borsone capiente e la sua vettura di proprietà con il pieno di carburante”.
Provai a farfugliare qualcosa, ma non mi lasciò parlare e riattaccò subito “RXXXXX mi ha detto di essere lei, non so se ha capito, glielo spiego meglio… Sono un collaboratore del Prefetto e questa non è una richiesta di disponibilità al servizio: E’ UN ORDINE ! D’ora in poi  lei verrà chiamato con il suo numero di identificazione: 164. Riagganci il telefono, si prepari, faccia il pieno alla vettura e venga qua. E’ chiaro adesso ?”. Risposi di sì.
L’apocalisse per me cominciò così.
Feci tutto quanto mi venne richiesto e mi presentai al ritrovo sul filo dei minuti.
Nel tragitto però le riflessioni si accavallavano, non mi era mai capitato di essere contattato direttamente dalla Prefettura, e nemmeno da un ufficio del Comune, sebbene fossimo alle “dirette” dipendenze dell’assessorato preposto… C’era qualcosa che non tornava.
Arrivai alla centrale operativa e quello che vidi mi lasciò ancor più perplesso. Tutti i miei colleghi erano in riga, quasi sugli attenti, e con un altrettanto strano assembramento di forze dell’ordine, principalmente Carabinieri e Polizia Municipale tutti in tenuta operativa e armati di tutto punto.

Parcheggiai l’auto e scesi, non feci in tempo nemmeno a salutare i miei colleghi volontari di protezione civile, che venni immediatamente registrato come presente ed operativo, provai a far presente che non ero in possesso dell’idoneità psico fisica e venni zittito in un secondo da un carabiniere che mi ordinò di mettermi in riga con gli altri. C’eravamo tutti, ma da quel momento in avanti non vidi più nessuno, o quasi.

Di lì a qualche minuto iniziarono a formare le squadre composte da un carabiniere e tre di noi. Io venni destinato all’ospedale. Venimmo dotati di sfollagente, guanti e maschere antigas, in qualche minuto ci spiegarono come fare male con il manganello e ad indossare rapidamente la maschera. Il briefing operativo fu altrettanto breve e conciso: dovunque fossimo stati destinati e qualsiasi compito ci venisse affidato dovevamo portarlo a termine, non importava come e con quali mezzi.

Ci venne ordinato di salire in macchina, la mia per la precisione perché era capiente presumo, e ci dirigemmo verso l’ospedale. Arrivati nei pressi della struttura notammo il delirio in cui era precipitata. Il carabiniere scese e noi con lui, fummo accolti da un suo superiore che non ebbe nemmeno la grazia di indorarci la pillola: qui si moriva tutti. Il pronto soccorso aveva già l’organico di sorveglianza completo, quindi venimmo dirottati al centro analisi e ai poliambulatori. Col senno di poi direi che è stata la mia salvezza. Le ultime parole di senso compiuto che udii vennero proprio dal carabiniere che ci aveva dato le consegne: lei vada al primo piano con ruolo di piantone all’ufficio distribuzione materiale per diabetici.

Arrivai di sopra, ma dell’ufficio non rimaneva che la parvenza. Tutto il materiale era stato accantonato ed era diventato una specie di approdo per feriti di varia natura. Solo dopo capii che poteva trasformarsi in un vicolo cieco. Cercavo di tenere calmi gli animi e spiegare che il medico faceva quel che poteva, fino a che un uomo, non mi fece perdere completamente la pazienza e mollai la prima di una lunga serie di manganellate. Avevo avuto a che fare con ubriachi, fumati, rissosi, alterati, attaccabrighe ma ero sempre riuscito a risolverla più o meno bene. Quella volta no. Ero teso come una corda di violino e non ci volle altro. Colpii quell’uomo al ginocchio e lo feci cadere, vibrai altri due o tre colpi ben assestati alle gambe in modo che non potesse reagire nell’immediatezza, me ne pentii amaramente, aveva già perso quasi tutti, gli restava solo la nipotina ferita. Smisi di parlare e da quel momento non proferii più parola; con nessuno.

Alla fine le cinture contenitive al pronto soccorso cedettero e fu un’invasione. Li vedemmo arrivare dalle finestre, non riuscìi a fare molto, tutti si diedero alla fuga in maniera scomposta e furono tutti sopraffatti.

Vuotai la mia borsa e la riempii con tutto il materiale per diabetici che trovai. Purtroppo ne avevo bisogno. Fortunatamente era tutta roba leggera. Mi feci un test immediatamente per evitare l’ipoglicemia mentre scappavo, o meglio mentre regolavo alcuni conti.

Provai a tornare sui miei passi, ma non si rivelò un’impresa facile. La radio datami in dotazione gracchiava parole incomprensibili, ogni tanto mi pareva di sentire il mio numero, ma non risposi mai, fino a che non sentii chiaramente “164 non risponde più”. Il tentativo di fuga da quel luogo fallì miseramente e dovetti ripiegare in uno stanzino remoto e nascosto, ma mi convinsi ben presto che dovevo agire approfittando del fuggi fuggi generale che disorientava gli zombi, e così feci. Con le mie gambe mal messe e le anche doloranti ormai da anni (12 per la precisione) mi accodai ad un gruppetto di “vittime sacrificali”. Loro scappavano e io dietro, non mi avvicinai mai più di tanto non volevo farmi costringere nella morsa dall’aiuto obbligatorio che la divisa mi imponeva. Se ce la facevano, dovevano farcela da soli. Uscirono e vennero immediatamente aggrediti, non descriverò nulla della loro morte, sapete già tutto meglio di me. Mi feci strada a suon di manganellate, prima alle ginocchia per obbligarli ad abbassarsi perdendo l’equilibrio, poi centrando la nuca con il piccolo manico. Mi voltai una volta sola, e vidi, sul tetto dell’edificio, una sagoma umana con le braccia tese in segno di vittoria. Non avevo tempo da perdere. Corsi verso l’area “Emergenze – Prima accoglienza”, non c’era più nulla da fare. Le tende allestite erano lacere e il pavimento era diventato una pozzanghera unica di melma  puzzolente. Vi chiederete “Cosa ci sei andato a fare ?”… Dovevo regolare un conticino in sospeso e lo feci. Trovai chi stavo cercando, e tra lo sconcerto di quella manciata di persone li intorno, vibrai la seconda manganellata che mise a tacere per sempre la mia voce. Era comparso il lato oscuro, meccanicamente eseguii gli ordini della vendetta. Mi tolsi la parte di sopra della divisa, la buttai a terra, e me ne andai.

Arrivai alla mia macchina raccogliendo e portando con me alcune armi recuperate a destra e a manca, ma tanto non sapevo usarle e avevo paura che mi saltassero in faccia. Buttai tutto il mio carico nel portabagagli e feci per tornare a casa, ma la strada del ritorno dimostrò in tutto il suo orrore ciò che “fiutammo” all’andata. Ora non solo le strade erano deserte, o quasi, ma alcune traverse erano un tappeto di morti che si stavano rialzando. Pensai che quello nell’aria fosse odore di polvere da sparo, ma l’odore di sangue lo riconoscevo bene.

Svoltai a sinistra per raggiungere casa, ma era una via a fondo chiuso, frenai bruscamente ed entrai in retromarcia, le porte di tutte le case erano spalancate, compresa la mia… Le persone che avevo lasciato non c’erano più. Fu un’alba livida, un po’ come Paolini descrisse l’alba del dopo Vajont. La rugiada si posava lieve sulle foglie delle mie rose, ma non me ne accorsi come al solito, era stato tutto spento da un fogliettino appiccicato alla porta di ingresso che recitava: “Le persone che abitavano qui sono state tutte trasferite presso il centro operativo sito in Via Romea. La cittadinanza che NON presenta febbre, escoriazioni, e ferite provocate da terzi con scambio di fluidi biologici (volgarmente detto morso) è invitata a presentarsi presso detto centro per essere ospitata in attesa dell’esaurirsi dell’emergenza”.

Ora capivo tutto… La radio non gracchiava cose senza senso, erano le grida di aiuto che saturavano il microfono e non lasciavano sentire bene chi riceveva…

Pensavano di essere furbi. Avevano sistemato il centro di raccolta nei pressi dell’inceneritore di rifiuti così gli infetti li smaltivano direttamente.

Ma qualcosa andò storto e si trovarono circondati.

Raccattai poche cose, coltelli, qualcosa da mangiare, un piccone che era a portata di mano e avrebbe potuto essere utile come ad esempio il giubbotto da moto con le protezioni ai gomiti e alle spalle; mi cambiai d’abito perché quel giallo non era consono alla situazione, troppo visibile. Aprii il frigorifero e presi tutta l’insulina che avevo sistemandola con del ghiaccio, presi tutti i farmaci soppressori del dolore, con tutte quelle mezze corsette e scatti le anche mi facevano un gran male e la prospettiva della protesi non era dietro l’angolo, avrei dovuto sopportare un dolore crescente. Fortunatamente le borse in casa non sono mai mancate così ne riempii un paio e cercai di portarle alla macchina ma ero stato troppo rumoroso e una decina di vicini di casa “sfuggiti” al rastrellamento si presentò alla mia porta, ma non con l’intenzione di darmi il ben tornato. Erano tutte brave persone, c’erano anche i miei nonni. Mi occorsero un paio di ore buone per liberarmi di loro, e più ne facevo fuori con più la mia umanità spariva. Colpivo, colpivo, colpivo sempre più forte, e dentro sentivo i colpi cancellare la mia vita partendo dalla mia infanzia. Salii in macchina e partii a tutto gas.

Direzione porto.

Premetti il pulsante per comunicare con la radio, ma non usci una parola che fosse una… Rilasciai il pulsante. La mia mente rifiutava la situazione. Ero stanco, provato e dolorante, provai a parlare da solo ma non riuscivo. Emettevo solo suoni gutturali e lettere come la “R” la “T”  e quasi tutte le vocali erano scomparse dalla mia gola… La radio appoggiata sul sedile del passeggero si illuminò ed uscì un sussurro “164.. 164… Mi senti ?” qualche secondo e riprese: “164 ! 164 ! Sei lì ? 164 qua al centro operativo siamo spacciati, siamo nella merda, non ci aiuta nessuno. Siamo in 3. Se ci sei ti prego aiutaci”. Spensi la radio e andai in officina, il mio ex luogo di lavoro, mi procurai qualche “arma” o meglio, modificai quello che già avevo; non mi sentivo in grado di usare le poche armi da fuoco che avevo raccattato quindi decisi di costruirmele a suon di martello e fiamma ossidrica.

Mi costruii una specie di bastone da passeggio con una punta affilata e dalla forma più penetrante possibile… Inutile raccontarvi che il comitato di benvenuto era costituito da una gruppetto di colleghi. Cercai di investirli con la macchina e con un paio mi riuscì, alcuni altri dovetti abbatterli a suon di manganello ma riuscii nel mio intento.

Così bardato con giubbotto da moto, collo avvolto in un grembiule da saldatore trovato in officina e stivali, mi lanciai in una perlustrazione… Ne trovai alcuni, non particolarmente organizzati tra di loro, anzi. Ma erano arzilli. Al terzo dovetti desistere e battere in ritirata e pensare a come tenere lontani gli altri.

Trovai temporaneamente rifugio all’interno di un capannone, mi guardai attorno, sembrava libero ma ne sgusciarono fuori due, iniziai a tiragli addosso qualsiasi cosa sfigurandoli del tutto. Non si arrendevano e continuavano la loro marcia verso di me, dovevo aguzzare l’ingegno. I bicipiti non mi sono mai mancati così, d’istinto, afferrai una corda e legai una estremità a una colonna tenendo in mano l’altra estremità. Con l’ultimo guizzo di forza rimasto nella gambe andai verso di loro facendogli passare la fune vicino alla cintura, una volta che fui alle loro spalle tirai con tutta la mia forza e li feci cadere. Ora con il mio bastone acuminato, avevo vita facile; con quattro stilettate posi fine alle loro sofferenze oltremorte. L’odore lo conoscete e lo avete descritto in centinaia di modi e non ci tengo a sottolinearlo, vi dico solo che mi diede dei fortissimi giramenti di testa e la sensazione di svenire. Ero sporco di qualsiasi cosa, ma decisi di non lavarmi. Per qualche tempo avrei sostato lì; dai tetti avevo una buona visuale e la possibilità di colpirli dall’alto mi dava una certa garanzia di salvezza.

Lasciai passare la notte, non chiusi occhio, la gamba sinistra era in preda al formicolio e a tremori inconsulti, presi un paio di pillolotti a base di codeina e nel giro di venti minuti almeno gli spasmi passarono. Mi alzai e accesi la radio. Premetti per la seconda volta il pulsante e lo lasciai immediatamente, non avevo molte speranze che qualcuno mi rispondesse… Ma mi sbagliavo… Sempre sottovoce: “164! 164! Sono rimasto solo io…” La voce mi suonava familiare, provai a stuzzicare la sua ira o la sua paura e premetti nuovamente il pulsante, picchiettando con l’unghia sul microfono, la risposta non tardò più del dovuto “Ma che cazzo, mi stai prendendo per il culo ?”. Conoscevo la voce. Era un mio collega di lavoro. Spensi la radio e mi precipitai claudicante verso un mezzo meccanico che avevamo in riparazione, faticosamente salii la scaletta che porta al posto di guida per garantirmi la supremazia sulle teste dei corpi, non si fecero pregare e mi circondarono, cercavano di salire anche loro la scaletta, ma non ci riuscivano. Li infilzai uno dopo l’altro. E fui libero. Raggiunsi la mia macchina misi in moto e mi diressi verso quella voce. Di tanto in tanto premevo il pulsante per comunicare e picchiettavo per capire se fosse ancora lì e puntualmente rispondeva. Le file di macchine ferme erano decisamente pericolose, ma se volevo raggiungerlo era l’unico modo. Trovai uno scooter, lo misi in moto e cercai di superare le lunghe file di macchine ferme. Non fu semplice nemmeno questa operazione perché, anche nel marasma più totale i ravennati non avevano perso il maledetto vizio di voler parcheggiare a due centimetri dal luogo che dovevano raggiungere. Maledizione! L’ho sempre odiata questa abitudine, se non altro adesso smetteranno di fare 2000 Km solo per trovare parcheggio quando sarebbe bastato parcheggiare poche centinai di metri prima, o semplicemente nella via a fianco. Tutte macchie di colore all’interno di vite abbastanza mediocri, compresa la mia, che adesso erano diventate anche un po’ grigie; grigie in tutti i sensi. Comunque… Un paio di quei parcheggiatori folli redivivi, mi intralciò la strada e mi fece cadere e per poco non mi infilzavo da solo. Evitai gli scontri corpo a corpo, volevo arrivare intero da quella voce per avere conferma del volto che le apparteneva.

Cercando di fare meno rumore possibile mi avvicinai alla sede dove ci smistarono e da dove presumevo arrivasse la voce, che rispondendo al mio ticchettio, mi insultava. Ero quasi giunto a destinazione ma il piazzale era terribilmente pieno di quei mezzi putrefatti, ma nessuno di essi sembrava voler permanere a lungo, volevano tutti uscire ma non puntavano a me, non mi avevano nemmeno visto (anche se come voi continuo a domandarmi come possano vedere attraverso occhi asportati dagli uccelli, estrusi dalle orbite) poco importava… dovevo escogitare un sistema per liberarli e provare ad entrare… Mi nascosi in un fosso ma passò poco tempo e il primo ghermì le mie caviglie, trattenni disperatamente un grugnito e lo allontanai con un calcio… Era il presidente della mia associazione, conosceva quel luogo palmo a palmo, e gli piantai il mio punteruolo dritto in fronte… Alzai un po’ la testa per scrutare la situazione e mi accorsi che una buona parte di quegli zombi erano le donne della nostra associazione, erano rimaste come gruppo d’appoggio e coordinamento… Mi defilai lungo il fosso verso un altro cancello, li attirai facendo rumore, corsero verso di me spalancai un’anta e come furono a tiro gliela sbattei addosso e scappai verso l’altro cancello molto più vicino all’ingresso dell’edificio che ospitava il centro operativo, estrassi le chiavi per aprire la porta, diedi due giri di serratura ed aprii, entrai ma non trovai nessuno… Con grande fatica salii le scale e mi diressi verso la radio che presumevo fosse la fonte degli imprechi… Ma alla radio non c’era nessuno… Accesi di nuovo la mia e picchiettai sul microfono e rispose nuovamente: “164… 164… VAFFANCULOOOOOOOOOOOO !”. Era al piano di sotto… scesi cautamente le scale…Andai in cucina, attraversai la sala riunioni mentre vedevo delle ombre aggirarsi nei pressi delle finestre, varcai l’ennesima porta e finalmente trovai il luogo da dove proveniva il segnale…. Proveniva da dentro la centrale operativa mobile che fu messa in garage per essere protetta e salvaguardata… Ora mi si poneva il problema di come fare secchi quei fantastici ex-uomini che a forza di sfregare contro spigoli e cemento avevano ossa scoperte ovunque e i piedi completamente coperti di piaghe, tre di loro presentavano evidenti segni di ferite provocate da terzi con scambio di liquidi biologici (non so perché ma quel foglietto affisso alle porte mi rimase impresso nella mente), insomma avevano ricevuto dei bei morsi con lacerazione e asportazione di abbondanti porzioni di cute e tessuti muscolari tradotto: erano stati uccisi a morsi, al collo, all’interno delle cosce… Presumo fossero morti dissanguati… Comunque li attirai a me, non avevo idea di come fare a seccarli tutti in un colpo ma lo feci, uno dopo l’altro. Andai verso il furgone e rividi Andrea.

Ci vollero ore, lunghissime ore, per uscire da quell’enorme parcheggio di automobili e camion lungo la statale. Dovemmo giocarci la vita ad ogni angolo… Comparivano come fantasmi di se stessi, silenziosi, confusi in quell’odore nauseabondo che permeava ogni angolo di ogni dove. Li accompagnava qualche rantolo e da quello dovevamo capire da dove venivano.

Eravamo giovani uomini immersi nella tempesta perfetta. Trasformammo la cabina di un camion in un rifugio temporaneo; nel rimorchio trasportava arance, cenammo e facemmo colazione con quelle più di una volta.

Nelle notti buie fu molto complicato spiegare il perché non riuscivo a parlare, non avevamo di che scrivere, così di giorno qualsiasi cosa facevamo dovevamo stabilirlo a gesti. Sembravamo due marines in preda ad un crisi di nervi.

Per i primi giorni fu anche quasi divertente, spesso a lavorare scherzavamo sull’apocalisse zombi e su come saremmo sopravvissuti tirando colpi di ascia e mazza… Ma quello non era più uno scherzo. La battuta ricorrente, indicando il primo malcapitato, era: “Sarà un piacere incontrarlo da morto…” Tutto scorreva lentamente, la tensione era talmente alta che ci sembrava di vivere a rallentatore.

Il tempo passave e le case da ripulire erano sempre meno, ci demmo una regola: non si entrava in case con la porta chiusa. Non sapevamo il perché, ma ci sembrava giusto così. I negozi e gli esercizi commerciali li “passammo” tutti, uno per uno. E di volta in volta portavamo tutto a casa mia che aveva il portoncino blindato e dove stabilimmo il nostro fortino. L’acqua non mancava e, per il momento, nemmeno la corrente.

Preferivamo il sottotetto che era accessibile solo con l’ascensore, poi un giorno, un brutto giorno la corrente cominciò a fare le bizze e rischiammo di rimanere intrappolati. Era ora di fare i bagagli e andarcene, ma dove…

Caricammo la macchina con le cose che più ci sarebbero potute occorrere.

Andrea parlava e proponeva tante ipotesi, ma nessuna era “definitiva” e che potesse in qualche modo avere una parvenza di sicurezza. Dopo qualche ora di pseudo discussione tra un muto e uno spaventato a morte, l’idea brillante venne fuori…

Mi trovai nuovamente in direzione porto…

Entrammo in officina e ne trovammo una miriade. Non so come finirono lì, non importava ne a me ne ad Andrea. Ci facemmo coraggio, alzammo le armi, se fosse dovuta per forza finire lì sarebbe finita a modo nostro, non a modo loro. Caricarono a più riprese e noi a più riprese rispondemmo, frantumammo qualsiasi cosa si avvicinasse più del dovuto, non solo teste; tranciammo mani, gambe, resti di gabbie toraciche… Quando ci fermammo attorno a noi e addosso a noi c’erano solo resti umani difficilmente identificabili e più o meno decomposti… Una schifezza rivoltante.

Finito questo lavoro, dovevamo trovare un modo silenzioso per poter entrare al terminal container. Ci riuscimmo con un paio di tronchesi tagliando l’inferiata. Con le spalle coperte dai container ci avventurammo verso la banchina. Di fronte a noi, a non più di 30 metri si stagliava la sagoma di una porta container, salimmo la scaletta, il ponte sembrava pulito, non si udivano rumori. La sensazione fu una di quelle che ti porta a pensare che da un momento all’altro ti possa mancare la terra da sotto i piedi, nel nostro caso la lamiera.

Prima di iniziare una perlustrazione non potei fare a meno di notare la bandiera “Lima” che indica la quarantena, fermai Andrea e gliela feci notare… Un po’ di grasso su una carrucola mi aiutò e scrissi “Quarantena”. Adesso sapevamo cosa ci aspettava… Iniziammo il nostro tour e non ci mancarono le visite dei macchinisti, degli ufficiali, dei sottufficiali, dei mozzi, tutti in gran spolvero e con una discreta animosità, fortunatamente gli anfratti della nave li tenevano intrappolati e tutto sommato le condizioni interne erano accettabili. Per la notte ci sistemammo in alto, dentro a un container ma sotto di noi passò qualsiasi genere di immondizia ex umana e roditrice. Roditori veri e roditori di carne… Aspettavano noi e null’altro…

La mattina seguente fu un grosso problema scendere dal nostro “posatoio” a 5 metri di altezza… Ci fanno sempre perdere un sacco di tempo, ci fanno perdere sempre così tanto tempo da far sfumare l’utilità del nostre giornate in futili partite mortali a “guardie e ladri”. Dovevamo escogitare un piano per aprirci un varco nelle barriere doganali che erano state chiuse dai finanzieri. Sostanzialmente erano dei grossi cancelli.

Non ci perdemmo d’animo, ci mettemmo alla ricerca delle chiavi per aprirli senza perdere occasione di menare randellate al turno di notte perenne, anche gli uffici erano puliti adesso; trovammo le chiavi, chiudemmo le tapparelle per trovare gli uffici puliti come li avevamo lasciati.

Aperti i cancelli perdemmo qualche ora buona a sgomberarci la strada dai camionisti morti “di ritorno”, e la sera calò; un’altra notte in quota a bordo della nave. La mattina seguente colazione a base di mazzate (Andrea aveva preso a chiamarla “la colazione dei campioni”), sbarcammo e aprimmo nuovamente i cancelli, uno alla volta portammo dentro tutti i camion messi in fila dai finanzieri prima che l’apocalisse travolgesse il porto. Per lo più erano camion vuoti, ma ci sarebbero stati utili i serbatoi di gasolio e soprattutto, una volta completato il lavoro, avevamo un’uscita libera e sicura.

Era venuto il tempo di occuparci del perimetro…

Mettemmo in moto un muletto bello grosso… Portata utile 50 tonnellate… 460 cavalli di cattiveria. Uno alla volta, e controllando il contenuto, spostammo centinaia di container lungo i confini per costruire una barriera alta 2 container. I container pieni li tenemmo da parte per esplorarli in un secondo momento.

Ci vollero giorni e giorni ad imparare bene a far manovra con quel pachiderma.

Aprimmo i container pieni e trovammo ogni ben di dio, tutto quello che ci serviva… controllammo anche quelli che non superarono l’esame doganale, ed infatti trovammo dei bei cartoni ripieni di marlboro… Non male, adesso servivano viveri, trovammo anche quelli e per giunta con una data di scadenza infinita.

Ci riposammo un po’ esplorando e cercando di capire bene la nave e cosa avremmo potuto fare.

Ci accorgemmo che ci mancavano medicinali così approntammo due mezzi per spostarci e razziare le farmacie e i supermercati, con due strani camion cominciammo ad uscire in città e più o meno trovammo quello che ci serviva; alcuni giorni andava un po’ meglio, altri decisamente peggio, la prudenza, la paura e soprattutto la presenza di tanti lenti bipedi che avevano esaurito il viale del tramonto umano ma che erano passati oltre, ci infastidiva e costringeva a lunghi appostamenti. Purtroppo erano silenziosi, lenti e dormiglioni ma avevamo come l’impressione che conoscessero le nostre mosse.

In mezzo a queste peripezie riuscimmo a fare ottime scorte di medicinali, insulina, antidolorifici, antipiretici, alcool, i nostri mezzi erano così capienti che potemmo concederci il lusso di prendere una griglia, riempimmo taniche e taniche di gasolio e benzina… La razzia durò giorni e giorni… Fino a che il “raccolto” non giustificasse più l’uscita.

Stivammo tutto in dei container frigorifero puntando i termostati al minimo possibile.

Adesso andava protetta la nave e l’accesso ai viveri così, ai piedi della scaletta facemmo un quadrilatero di container con le porte verso l’interno ed un lato sul filo della banchina in modo da poter isolare la scaletta per salire a bordo.

Potevamo finalmente fare completa pulizia di quei “non qualcuno”.

Iniziammo dalle stive, era tutto deprimente, illuminato da quelle due luci che portavamo con  noi, li trovammo anche lì incastrati in anfratti e luoghi stretti, pochi colpi ed era fatta, continuavamo a sporcarci sempre di più, anche dentro, notai nella tasca posteriore dei pantaloni di Andrea qualcosa sporgere, lo afferrai, era un calzino minuscolo, gli diedi una pacca sulla spalla, si girò di scatto e fece per caricare un destro… Vide il mio volto rigato dalle lacrime, ora sapevo perché lo trovai solo. Gli allungai la mano col il calzino, lo riprese delicatamente, a modo mio gli chiesi se andava tutto bene, non mi rispose, mi appoggiò una mano sulla spalla, alzò lo sguardo al cielo e la chiacchierata si concluse con un mezzo abbraccio. Eravamo stanchi. Era ora di riposare.

Andammo nelle cabine dell’equipaggio, tutte troppo in basso e con poche vie di fuga, provammo quelle degli ufficiali… Quelle erano meglio. Ci sistemammo in due cuccette diverse una di fronte all’altra. Durante la notte un vero morto di mare ci fece visita, “bussò” ad una delle due porte che si aprirono nello stesso momento per far uscire un vibrante lirismo onirico a base di ferro e lame. Problema risolto.

Nei giorni a seguire sistemammo un po’ tutto quello che avevamo raccattato a destra e a manca, messo un po’ di ordine a bordo e preparato una trappola per i nostri amici… In qualche maniera riuscivano ad entrare nel nostro perimetro, ma sistemammo quattro container per formare un recinto con un falso cancello che si apriva solo verso l’interno e una scala per poter uscire. Quando ci avventuravamo da soli ad aprire container ogni tanto ne trovavamo uno disperso e ci dirigevamo verso il recinto, aprivamo il cancello facendoci inseguire, il cancello si apriva solo verso l’interno per poi non riaprirsi più, salivamo sul tetto dei container e tiravamo su la scala, a tenere compagnia al nuovo amico, adesso, pensavano i gabbiani. Per ovvie ragioni era un gioco a cui io raramente partecipavo, le mie anche non mi permettevano quasi più nulla e il diabete aveva irrimediabilmente leso i miei occhi, per non parlare dei piedi, ma quel fulmine di Andrea sembrava nato per quel lavoro. Le cose si sistemavano, piano piano, avevamo conquistato il piano dirigenziale del terminal con connessione ad internet e docce calde (non so per quanto).

Ora è tempo di parlare al presente… Gli occupanti della nave sono stati definitivamente debellati e le notti le passiamo qui. Abbiamo trovato anche buone scorte per l’igiene degli ambienti così riusciamo a dormire in luoghi abbastanza puliti e profumati. Ora ci stiamo dedicando alla nave, vogliamo riattivare i motori ausiliari e per questo abbiamo iniziato anche raccogliere tutto l’olio possibile da usare come combustibile. Per le serate fredde accendiamo un fuoco che scalda i nostri pavimenti senza affumicarci e nel contempo lo usiamo per cucinare il cibo in attesa di riparare ed avviare la cucina di bordo. La cosa che ci preoccupa di più è il petrolchimico, tutte le sere prendiamo 2 binocoli ed approfittando dell’oscurità scrutiamo le fiammelle pilota delle ciminiere che bruciano le sostanze tossiche, quando si spegneranno sarà ora di fare le valige ed andarcene.

Ho scoperto questo blog per caso, navigando dai computer del terminal container, siamo due persone, non abbiamo bisogno di persone ciniche, il nostro orizzonte è largo ed individuare intrusi è facile; non abbiamo bisogno di cibo perché ci siamo organizzati con un orticello, tanti semi e qualche animale. Cercheremo sopravvissuti, ma accetteremo solo chi decidiamo noi. Non tentate di farci imboscate siamo preparati e ci muoviamo con mezzi che abbiamo corazzato.

Attenti a quello che scrivete e a quello che fate. Non sareste i primi ne gli ultimi esseri umani di cui ci sbarazziamo.

Ravenna vi saluta.

4 thoughts on “164 non risponde più

  1. antonio scrive:

    bel servizio da provare, complimenti per il blog ;) Continuo a seguirvi, aspetto con ansia nuovi aggiornamenti!!

  2. claudia scrive:

    Sono impressionato dalla qualita’ delle informazioni su questo sito. Ci sono un sacco di buone risorse qui. Sono sicuro che visitero’ di nuovo il vostro blog molto presto.

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