LES MILLE ET UNE NUITS

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15 maggio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Andrea Mesina]

Qui continua a piovere, da giorni. Ogni tanto l’acqua ci dà tregua, ma è settimane che piove, sembra che il cielo voglia lavare via le brutture e la pazzia di questo mondo. La pioggia ha inzuppato i morti viventi e il vento li ha smembrati accuratamente.

Ci spazzasse via tutti quanti. Aguzzini e torturati, mostri umani e mostri zombi, padri, madri, figli. Quelli nati e quelli che nasceranno presto. Penso spesso a quante altre donne sono nella stessa situazione di Maria Francesca. Quante altre portano dentro una vita, con quale spirito affrontano questo orrore.

Soffia il maestrale, vediamo il mare da casa, è da incubo, è possente, presumo che la spiaggia non esista più e se continua così anche le dune spariranno. Ma il paese è a distanza dalla costa, questo schifo di posto non verrà sommerso, è un peccato.

Noi siamo sempre più isolati. Dopo quello che è successo anche le deboli convenzioni ipocrite che ci tenevano legati al resto della comunità sono saltate. In realtà sono saltate molto tempo prima e il mio sequestro è stato solo una delle conseguenze e neanche la peggiore. Siamo diventati mostri, ci cibiamo dei nostri simili, non beviamo più un bicchiere di vino, che è la misura della civiltà, e la terra non ci dà più niente.

I miei dolori sono finiti, le unghie sono ricresciute, i lividi, le bruciature e i tagli sono guariti. La testa no. E l’udito va e viene. Ogni tanto sembra migliorare ma continuo a perdere sangue dall’orecchio sinistro. Vivo in uno stato di ansia, riesco a controllarlo e non entro troppo nel panico, ma è comunque uno schifo.

Siamo fortunati però, e non dobbiamo smettere di essere grati alla buona sorte, nonostante tutto.

Abbiamo l’acqua del pozzo e la corrente dai pannelli, abbiamo da mangiare.

I libri ci tengono compagnia e anche la rete, per quanto zoppa, orba e singhiozzante ci aiuta a passare il tempo, anche se ogni giorno dieci – o cento – server nel mondo smettono di funzionare.

Presto anche questo blog di sopravvissuti sparirà, le sue storie e le sue persone spariranno con lui, fortunatamente. Qualcuno o qualcosa toglierà la corrente e allora noi non saremmo mai esistiti.

I bifolchi con i quali condivido vento e pioggia non hanno internet. Nei due mesi che ho trascorso di là non ho mai sentito nessun commento. Guardavano la televisione. Qualche genio di Telesardegna tiene attiva la programmazione. Vecchi telefilm, vecchi telegiornali, Umberto Smaila e Funari conducono all’infinito brutte trasmissioni anni ottanta.

Ognuno di noi, a modo suo, alimenta il mito della passata e decaduta civiltà, fino a quando sarà possibile venerare questo cadavere in putrefazione lo faremo. Poi ci occuperemo di continuare a precipitare, con ancora più zelo.

I libri invece, finchè ci sarà luce per gli occhi, ci terranno la mano. Con Maria Francesca stiamo leggendo Le Mille e una Notte in francese, a voce alta davanti al fuoco. Dopo che si addormenta la porto sul letto – adesso pesa parecchio – e qualche volta esco a fare un giro.

Qualche tempo fa ho iniziato a fare dei giretti notturni. Porto con me il fucile o la pistola, ma uso sempre il coltello, meglio non svegliare nessuno.

Resto fuori qualche ora e mi impegno moltissimo per non farmi scoprire, ma è solo questione di tempo. Lo so bene, ma non posso fermarmi.

Certi corpi li taglio e li congelo in un posto segreto. Gli altri li nascondo. Ci sono case qui intorno, case vuote che chiamano. Con finestre nere come occhi e bocche spalancate come mandibole slogate mai sazie. E diavoli nelle cantine che parlano, urlano e sussurrano cose con la voce di persone morte.

Prima dell’alba sono a casa, e riesco a dormire anche tre o quattro ore filate, senza ansia, senza mal di testa, senza sogni.

 

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