La verità, tutta la verità.

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6 maggio 2013 di thesurvivaldiaries

Per quello che ne so, posso essere finito al centro della terra. Il montacarichi si arresta lentamente, davanti a me il buio. Non appena esco dalla cabina, sopra di me si accende una luce, fioca e tremolante, che rischiara parzialmente quello che sembrava un interminabile tunnel. É freddo ed umido, quaggiù. Acqua gocciola dal soffitto. Dal fondo immerso nell’oscurità, la galleria sembra respirare un miasma che mi arriva a zaffate cariche di muffa, acqua marcia, salmastro, pesce morto. Abbandono, decadimento, putrefazione. L’odore che potresti avvertire in una cripta. Questo posto è una tomba, penso.

Una voce femminile, improvvisa e gracchiante, si diffonde da un altoparlante che non vedo, rimbombando sulle pareti, scrostate, che un tempo non lontano erano state bianche.

-Benvenuto “sopravvissuto”,- dice marcando l’ultima parola con un accento ironico che non mi sfugge. -Ti stavo aspettando, sai? Ti tengo d’occhio dalla Fidia, bel casino hai combinato…

-Chi sei?- chiedo rivolto al vuoto, volgendo lo sguardo intorno.

-Sono una maleducata, hai ragione,- mi schernisce. -Io sono Rosa, la creatrice di mostri, come mi avete definita su quel vostro stupido diario. Lo leggo, sai? All’inizio mi divertiva vedervi scappare di qua e di là, uccidere gli Zulu (complimenti a chi ha coniato questo nome), rinchiudervi inutilmente in cantine, appartamenti, Venezia. Tutto inutile, vero? Gli zombi sono implacabili, l’esercito perfetto…”,- mi sembra di vederla sorridere.

-Poi, però, le cose sono cambiate. Vi siete ostinati a voler sapere, capire, dare un inutile senso alla vostra condizione. Già il vostro amico Carlo aveva trovato quel libro…E, lo ammetto, Area e gli Untori, come li chiamate voi, vi hanno provocato troppo: farsi vedere in giro, lasciare tracce, e poi quel video delirante. Glielo avevo detto di lasciare stare, ma Area è sempre stata così, se si mette in testa una cosa… Ma sto divagando, scusa sopravvissuto

-Cos’è questo posto? Devo stare qui o mi fai vedere l’appartamento ?- dico con una sfacciataggine di cui mi sorprendo subito.

-Sei sfrontato, sopravvissuto…

Chiamami Zamma, penso, ma non lo dico: non avrebbe lo stesso effetto di “Chiamami Iena”.

-Comunque, -prosegue Rosa- accomodati pure: non ti ho permesso di arrivare vivo fin qui solo per tenerti sulla porta.

Mi avvio lentamente nel lungo corridoio, calpestando pozze di acqua stagnante colata dal soffitto, mentre al mio passaggio altre luci si accendono davanti a me.

-Ti racconterò una storia, sopravvissuto,- riprende Rosa.

Non rispondo.

-Non mi dilungherò nei dettagli, potresti annoiarti. Ti basterà sapere che dopo la Guerra ci fu un giovane tedesco, di nobile lignaggio, tale Marcus Von Rotkönig, che ereditò una vera fortuna. Questo giovane, afflitto da una malattia genetica degenerativa delle cellule, investì tutti i suoi averi nella ricerca di una cura per la sua rara malattia. Accadde che Marcus entrò in possesso di un antico manoscritto alchemico, in cui si parlava di un’ancestrale popolo i cui sciamani erano in grado, tramite un miscuglio di erbe allucinogene, di raggiungere il regno dei morti e di farvi ritorno. Questa scoperta, unita alla sua paura di morire, lo rese “ossessionato” dall’idea dell’immortalità, tanto da voler indirizzare le ricerche che finanziava alla riproduzione dell’intruglio sciamanico di cui aveva appreso nell’antico manoscritto.

Costituì, quindi, la Ouroboros Foundation raccogliendo in essa alcune tra le più alte personalità scientifiche del tempo, dalla biologia alla filosofia, dalla medicina alla fisica subatomica. Scopo ufficiale della fondazione era quello della ricerca scientifica a 360 gradi, ma, in realtà, tutti erano votati alla creazione del siero dell’immortalità. Idea affascinante, vero? Negli anni, furono creati laboratori segreti in tutto il mondo e coinvolti sempre nuovi scienziati. In Italia, sfruttando le leggende sui nazisti che giravano sul lago di Garda, e con la complicità delle autorità adeguatamente ricompensate, la fondazione fece costruire il laboratorio in cui sei ora. Non male, eh? Marcus lo considerava il suo fiore all’occhiello, tanto da eleggerlo a sua base operativa. Qui confluivano tutte le informazioni e gli aggiornamenti sulle ricerche, consentendo a Marcus di impartire le opportune direttive.

Man mano che procedevo nel lungo corridoio, gettavo l’occhio nelle stanze che si aprivano lateralmente: vidi dormitori, una mensa, laboratori e stabulari, computer ed apparecchiature distrutte ed altre, chissà perché, ancora in funzione. Tutto versava nello stesso stato di decadimento ed abbandono che si trovava in superficie.

-Quindi, fammi capire,-intervengo io- un multimiliardario pazzo e una manica di mad doctors che giocavano a fare Dio inseguendo una leggenda, hanno creato IL casino? No, perché sarebbe proprio “bizzarro” sapere di essere finiti come siamo per colpa di una sceneggiatura demente che nemmeno quelli della Asylum avrebbero comprato per un film!

-Ah ah ah, voi e il vostro citazionismo cinefilo. Il vostro blog né è pregno, sopravvissuto. In tempi diversi, qualcuno vi avrebbe accusato di plagio.

Comunque, per rispondere alla tua domanda, in parte andò così. Riuscimmo a sintetizzare due sieri: il primo, non solo rigenera le cellule, ma anche le potenzia, riuscendo, se assunto in dose massiccia, a trasformare temporaneamente il soggetto in una creatura dalle fattezze e dalla forza sovrumane. E poi, dà anche un po’ alla testa e…all’ego,- ebbi di nuovo l’impressione che sogghignasse.

-Lo chiamammo D20, un gioco di parole, un calembour che richiamava il verbo diventare e quei dadi a 20 facce usati in quei giochi da nerd che tanto vi piacevano. Era il nome perfetto.

L’altro siero, invece, lo chiamammo EM0, dava sensazioni vicine all’eroina e all’LSD, ed era quello che, chimicamente, più si avvicinava all’antico intruglio. Anzi, diciamo pure che avevamo centrato l’obiettivo, visto l’effetto collaterale che provocava, ma questo lo scoprimmo solo dopo…

Inizialmente notammo che l’EM0 portava a stati allucinatori molto simili alla trance e dava esperienze mistiche ed extracorporee.

Marcus, ormai molto vecchio e malato, fu entusiasta delle scoperte e pretese che entrambi i sieri gli venissero iniettati, convinto che il loro effetto combinato gli avrebbe permesso di superare indenne il momento del trapasso definitivo.

-E voi lo avete fatto, giusto?

-Inizialmente lo sconsigliammo, ma lui insistette minacciando di chiudere la fondazione e con essa tutte le ricerche. Non potevamo permetterlo, così lo accontentammo.

-Funzionò?- chiedo.

-Sì e no- risponde evasivamente Rosa. Poi, dopo una breve pausa, riprende.

-Il Vecchio, così avevamo cominciato a chiamare Marcus, scomparve e la fondazione, senza la sua guida, in breve tempo cadde nel caos.

Alcuni di noi pensavano che distribuire sul mercato la EM0, come droga allucinogena, fosse una buona possibilità di arricchirsi. Altri, invece, avrebbero preferito proseguire le ricerche e le sperimentazioni, presi com’erano dal sacro fuoco della Conoscenza. Poveri illusi. Nacque una lotta intestina alla fondazione, tra scienziati pro e contro la distribuzione della EM0, lotta vinta dai primi, anche grazie all’uso della D20. Morirono in parecchi, tra luminari e semplici tecnici, ma ne valeva la pena.

I laboratori furono abbandonati o distrutti, tranne quelli in cui producevamo la EM0 che venne, pertanto, gettata sul mercato delle droghe.

I drogati ci si buttarono a capofitto, come piccioni sul mangime. La EM0 ebbe un gran successo tra quelle teste liquefatte. Poi ci furono i primi casi di cannibalismo. Anche noi, come i media, demmo la colpa agli effetti allucinatori della droga. La droga degli zombi, l’avevano chiamata. Per una volta, ci avevano azzeccato. Non effettuammo verifiche, tuttavia. Eravamo sicuri della nostra merda, ricchi e, soprattutto, fatti duri di D20. Arrivò anche la prima overdose, e lì cominciò tutto.

Rosa si ferma nuovamente, fa una pausa quasi voglia riflettere su quello che avevano fatto all’umanità.

Poi continua. -Scoprimmo, così, che i morti di EM0 tornavano in vita e potevano contagiare i vivi tramite morso o saliva o altri liquidi. I vivi morivano e resuscitavano, dando così il via ad una catena che sarebbe finita solo con l’estinzione dell’ultimo essere umano.

Nel frattempo, sono arrivato davanti ad una grande portone a due ante che mi impedisce di proseguire. Ho la sensazione che tutta quella messa in scena -il buio, gli altoparlanti, le luci che si accendono in sequenza- sia preordinata ad un coup de theâtre finale che sta per arrivare. C’è, nella storia di Rosa, qualcosa che non torna.

Ho ascoltato il racconto in silenzio. Ripensandoci, sono meno sconvolto di quanto mi sarei aspettato.

-Non dici niente, sopravvissuto? Non sei sbigottito nel sapere com’è finita la civiltà che conoscevi, quel mondo fintamente felice in cui vivevi prima, in cui la morte era solo il capolinea di un’esistenza che ci avevano insegnato essere lineare, con un inizio ed una fine? Oppure sei restato senza parole nello scoprire le potenzialità delle nostre scoperte? La possibilità che un gruppo di eletti possa ricostruire un nuovo ordine mondiale dalle ceneri di una civiltà che aveva comunque le ore contate?

Questo pensammo noi, quando il mondo cominciò a finire. Io, Area, Guile, Blanka, Charlie, Dalshim, il “dottorino” di Roma, i tuoi Uomini-topo, e altri in tutto il mondo. Qualcuno, ultimamente, ha cambiato idea, ha tentato di aiutarvi, avvisandovi, fornendovi indizi, ma il problema è stato già risolto. Nessuno può ostacolare noi, gli Ouroboros, oggi signori del Caos, domani padroni di un nuovo mondo! Ricreeremo Thule e la razza superiore degli Iperborei!

Il racconto pacato di Rosa si è trasformato, in un lampo, in un discorso programmatico alla Dottor Zero (“IL MONDO È MIOOOO! AAAAH-AAAAH-AAAH-AAH!, ricordate?), tanto delirante quanto tristemente reale.

Le ante della grande porta che ho innanzi iniziano ad aprirsi, lasciando trapelare una luce a cui non sono abituato e che, per questo, mi acceca. Devo ripararmi gli occhi con la mano prima di poter vedere bene.

Intanto, la pazza prosegue. -Ti abbiamo scelto affinché tu sapessi e ti facessi portavoce presso i tuoi amichetti, nascosti nelle loro fetide tane, della parola degli Ouroboros. Dì loro che non ci sono che due strade: quella che porta a Noi e ad una nuova e lunga vita, e quella che porta alla morte, certa e non naturale.

Ora è venuto il momento di scegliere, sopravvissuto! Inginocchiati all’Ouroboro, il grande drago che si mangia la coda, in un perpetuo ciclo di vita, morte e rinascita!

Il portale finisce di aprirsi. Da esso si accede ad un’ampia sala. Sulla parete di fronte a me, ricoperta di marmo bianco e luminoso, spicca un enorme stemma raffigurante il serpente autofago. Gli altri muri sono tappezzati di monitor, alcuni dei quali rimandano immagini sgranate: riconosco scorci di Verona, una centrale elettrica vicino al mare, Padova in fiamme, cadaveri impalati o ammucchiati in fosse comuni. Vedo zombi aggirarsi famelici e consunti a Roma, Parigi, Londra, Manhattan. Squadre della morte che catturano ed uccidono in nome degli Ouroboros. Terrore, morte e distruzione ovunque. E poi laboratori in cui uomini si affaccendano intorno ad apparecchiature e cavie, umane e non umane. E dati che scorrono sui monitor come un flusso continuo.

Al centro della sala, un trono marmoreo nero con fregi barocchi color oro, sul quale sta fissamente adagiato un uomo, o quello che ne resta, vestito con una lunga tunica nera che gli copre anche i piedi, radi capelli lunghi e bianchi che cadono morti sulla fronte e sulle spalle, la pelle incartapecorita tirata sul volto, le mani secche ed adunche poggiate sui braccioli.

Accanto a lui, l’ennesimo mostro di Rosa. La creatura, che doveva essere stata una donna alta e formosa, ora si presenta -magra, emaciata e quasi esangue- vestita da infermiera, con tanto di crestina con la croce rossa fissata tra i capelli stopposi. Il camice, leggermente aperto sul petto, lascia intravvedere, flosci ed avvizziti, seni che una volta erano stati sodi e floridi. É scalza. La donna non è uno zombi, così come non lo era il giullare che Adamo aveva incontrato, tempo fa, nel centro commerciale a Verona. E come il giullare, la mia crocerossina ha la bocca suturata con il fil di ferro ad eccezione di un foro centrale per l’alimentazione. Anch’essa porta un auricolare fissato nell’orecchio ed una piccola videocamera sul lato della testa. Legato ad una cinta, un radiomicrofono. In una mano tiene una grossa siringa. Un altro burattino di Rosa.

L’uomo sul trono è senza dubbio il Vecchio, penso. Composto com’è, sembra dormire, proprio come aveva “visto” Alienone. E l’infermiera è la sua badante.

Rosa ha detto che era morto, e allora questo deve essere il suo cadavere mummificato. Mi viene in mente la mamma di Norman Bates e il nonno di Non aprite quella porta 2 e maledico la mia cinefilia sempre a sproposito.

Mi domando perché sia lì e non in fondo ad una fossa. Allora comprendo ciò che non tornava nel racconto di Rosa: la folle non aveva detto che il Vecchio era morto, ma che era sparito. E se ora si trova lì, c’è solo una spiegazione: non se ne è mai andato. Gli Untori avevano trasformato il laboratorio in un mausoleo, la sua tomba, perché volevano che nessun altro lo vedesse.

-Rosa!- chiamo rivolgendomi alla marionetta vivente. -Dimmi la verità! Voi avete ucciso il Vecchio, perché si era opposto al vostro delirante piano! Voi conoscevate già gli effetti della EM0, vero? Razza di bastardi! Lui vi aveva in qualche modo minacciati e voi gli avete regalato il suo sogno, vero? L’immortalità, sì? Con la EM0 l’avete spedito a vedere cosa c’è dall’altra parte e, quando è tornato, con la D20 avete fatto in modo che il corpo non si decomponesse, o quanto meno l’avete rallentato.

Perché non ucciderlo, allora? Perché lo avete tenuto così?

Sopravvissuto, tu non capisci,- ora la voce proviene direttamente dal radiomicrofono al fianco dell’infermiera. -Lui è la nostra creatura, il nostro esperimento : né vivo, né morto. Nè zombi. Lui è lì dentro, ma è anche dall’altra parte. Lui dorme, ed è come in un sogno. Quella è la vera immortalità! Purtroppo, al momento non è perfetta. Ogni tanto occorre una “ricarica” di D20, per questo gli ho affiancato lei. Il D20 ci crea un “leggero” problema all’organismo, ed è per questo che stiamo continuando a lavorare. Cosa credi che facciano nei laboratori come la Fidia?

Penso allo Ialufix-Z che avevo visto sperimentare dagli Uomini-topo.

La Candy Candy dei mostri si scosta leggermente dal trono, invitandomi con la mano a farmi avanti, mentre Rosa prosegue. -Avvicinati, sopravvissuto, -sempre con quella nota dispregiativa quando pronuncia la parola. -Rendi omaggio al Vecchio.

Avanzo. Il Vecchio sta lì, immobile come deve essere un cadavere. Mi avvicino al trono e, quando gli sono vicino, il cadavere spalanca gli occhi e in quei globi oculari, fissi, aperti e senza più alcun colore, io intuisco l’ angoscia profonda ed il terrore atavico ed ancestrale che tutti noi abbiamo innato e che non riusciamo a rimuovere mai del tutto, in lui elevato all’ennesima potenza, perché il Vecchio, nel suo ultimo viaggio, ne ha visto l’origine e l’essenza, e non ne è più potuto scappare.

In quegli occhi vitrei c’è la paura del buio, la paura del vuoto. Perché di là c’è il Nulla. “E tu vivrai nel terrore…”(ops, i did it again!).

-Adesso che sai, sopravvissuto, inchinati a Lui, l’essere perfetto ed immortale che genererà la sua stirpe, gli Ouroboros, i nuovi dominatori del mo…

Non finisce la frase. Il radiomicrofono trasmette rumori di trambusto, esplosioni, urla, grida concitate.

Rumori di mezzi pesanti che sfondano.

Poi di nuovo Rosa, ma non parla a me.

-Cosa succede?! Che cosa? Lince?…- statica, rumore. -Sparate, fateli a pezzi! Mandate i Giganti!- scariche elettriche, un’esplosione.

Rosa,-Cosa credi di fare? Credi di potermi spaventare così? Chi sei tu?

Voce di uomo,-Lo sai chi sono, Rosa. Te lo avevo promesso…

-A…Adamo?!

Seguono tre spari, poi più nulla.

Adesso siamo soli, dentro al mausoleo: io e il Vecchio. E la badante.

Prendo la pistola e sparo a Candy. Mi sembra di vederle in volto quasi un’espressione di riconoscenza. Poi sparo al Vecchio. Le ossa del cranio, assottigliate dal tempo, si polverizzano. Il corpo non ha un sussulto e rimane lì, acefalo, sul suo trono, sovrano solo del silenzio che si sta impadronendo nuovamente di quella tomba man mano che l’eco dello sparo va dissolvendosi.

Ripercorro a ritroso il tunnel, raggiungo il montacarichi e torno in superficie.

É quasi sera, e raggiungo la sponda di Assenza poco dopo. Non temo le truppe di Rosa, qualcosa mi dice che non mi attaccherà nessuno.

Mi addormento sulla spiaggetta, esausto.

Ricordo vagamente delle braccia forti che mi trascinano.

Mi sono risvegliato poco fa, nel rifugio di Toni il Saggio. Lo vedo ai fornelli, sta cucinando quell’ottimo stufato dell’altra volta.

Devo ricordarmi di chiedergli la ricetta.

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