LA BAMBOLA DI VETRO

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30 aprile 2013 di thesurvivaldiaries

Il vecchio era il vetraio del paese. Prima dell’inizio della pestilenza. Molto prima che gli venissero strappati via gli occhi. Aveva un laboratorio in Contra’ Campana. Proprio ai piedi del paese.

Dentro al deposito sembrava fosse esplosa una bomba. Vetri e schegge dappertutto.

Ha detto di cercare un vecchio schedario a pannelli verdi. L’ho cercato in mezzo a tutto quel casino e quando finalmente l’ho trovato mi ha esortato a spostarlo. Così ho fatto, con fatica ma l’ho trascinato al lato e sul pavimento è apparsa una botola.

Un coperchio in ghisa fermato con un grosso lucchetto.

– Sullo schienale del mobile, ci sono le chiavi che lo aprono. – Dice il vecchio con un filo di voce. – Cercale, devono essere attaccate a del nastro adesivo. Poi, una volta aperto, sul primo scalino troverai una torcia. Ti conviene usarla, non si vede un cazzo lì sotto . – Fa un lungo respiro e, toccandosi i bulbi oculari vuoti, prosegue: – Puoi pure tenerla poi, a me non serve più .

Il coperchio è pesante e io sono debole. Molto debole. Il vecchio se la ride sentendomi annaspare invano. Io continuo a tirare, bestemmio, sudo e alla fine si alza. E ricade sul pavimento con un tonfo che manda in frantumi i pochi vetri rimasti illesi.

Una folata di muffa e acqua stagna sale dal basso. Niente tanfo di decomposizione. E questa è la buona notizia.

Il vecchio seduto sui cocci di quello che era stato il suo laboratorio, si schiarisce la voce e biascica qualcosa di incomprensibile. Un nome, forse.

– Cosa? – chiedo io.

– Beatrice. La piccola… Si chiama Beatrice.

– Ok – faccio io inchinandomi sulla botola, – lo terrò presente. A tastoni trovo la torcia, l’accendo e inizio a scendere. Le tavole di legno della scala sono strette e scricchiolano sotto il mio peso. Scendo giù per circa quattro metri e gli stivali appoggiano la suola sul pavimento liscio della cantina.

La palla di luce della torcia fa una rapida panoramica e si ferma subito su dei ripiani. Ripiani di quella che sembra una grande dispensa. Scatolami e barattoli di ogni forma e colore. Ci sono pure dei sacchi di iuta. Fagioli secchi, riso e farina. Il bendidio insomma.

Mi manca il fiato quanto sono felice.

In tutto il tempo della pestilenza e della ricostruzione poi, il figlio di puttana s’era dato da fare a sgraffignare in giro per tutto l’altopiano la sua assicurazione per la vecchiaia.

Ma per quanto il mio stomaco sia felice per la scoperta, c’è una cosa che cattura la mia attenzione, distraendomi da tutta quella manna caduta improvvisamente dal cielo. E’ proprio al centro dell’ampia cantina.

E’ una struttura lucida. Vetro, credo. Sì, lastre di varie forme e colore siliconate tra loro per formare quello che sembra una cupola di vetro. E’ lì, al centro, come un installazione. Come un opera d’arte contemporanea.

Mi avvicino, il fascio di luce passa per le lastre di vetro impolverate e illumina il suo interno.

No, non è un opera contemporanea. E’ una gabbia. Una gabbia di vetro.

E dentro c’è Beatrice.

Ha circa tredici anni la bambina. I jeans strappati, le sneakers colorate ai piedi e una felpa scura che inneggia a una qualche band musicale a me sconosciuta. La pelle candida come il latte e capelli neri come i corvi, proprio come aveva detto il vecchio.

Beatrice è giovane e bella. E se non fosse per il suo sguardo vuoto, si direbbe che sia ancora una viva.

E’ in perfette condizioni ma è comunque una zombie.

Sigillandola lì dentro, il vecchio l’ha protetta dall’aria. E così facendo ha rallentato la fase di decomposizione e non ha permesso agli agenti patogeni di assalirla e divorarla. Il corpo e la pelle appaiono ancora come l’ultimo giorno della sua vita. Certo, un po’ incupita e incazzata. Pallida, magra… Insomma, non molto diversa da tante altre sue coetanee.

E’ come una bambola nella sua confezione colorata. C’è il letto e il comodino in disordine, fogli e vestiti a terra che sembrano la ricostruzione scenica di quell’età specifica.

L’immagine e usanze di un mondo del passato ricostruite in una palla di vetro per i posteri.

Dentro non sente nulla, neppure gli odori. Non si accorgere minimamente della mia presenza. Segue solo con lo sguardo la palla di luce.

Rimaniamo così per un lungo periodo. Lei nel suo mondo ovattato, io fuori imbambolato a guardarla. La palla di luce fra noi.

A guardarla sembra che non sia successo niente. Voglio dire, tutta ‘sta roba dell’apocalisse. I fottuti zombie e i cugini cannibali. Lì dentro è tutto come prima.

Resterei ore a guardarla. Ma lo stomaco brontola e improvvisamente si attorciglia su se stesso e allora torno al mio presente.

Stacco gli occhi dalla palla di vetro colorata e dopo aver fatto una cernita di tutto il materiale sui ripiani inizio a portare su i viveri che mi sembrano più trasportabili.

Il lavoro è duro, ma non penso ad altro. E con l’aiuto dei sacchi di iuta finisco relativamente presto. Stremato mi accascio vicino al vecchio.

– Vecchio, ti eri sistemato proprio bene qui eh? Un piccolo supermarket aperto 24 su 24 e una ragazzina sempre giovane… E non mi dire che era tua figlia.
Rantola qualcosa di incomprensibile e poi: – No, non è mia figlia. L’ho trovata in fin di vita nel bosco. Era ridotta male. Mi sono accorto del morso solo quando ho iniziata a spogliarla… Sai, erano passati anni che non vedevo un corpo così, allora, tu mi capirai…

– Continua.

– Sì, certo… quando ho visto il morso mi sono fermato. Mi ha ricordato la mia povera Luigina. Anche lei era stata morsa e poi s’era trasformata in una di quelle cose. – Il vecchio scuote e abbassa la testa. – Povera Luigina.

– Uhm. E allora, hai pensato bene ad imprigionarla, giusto?

– Sì.

– Perché?

– Ehm… non lo so. Forse perché credevo fosse troppo bella per sciuparsi. O per trasformarsi in una di quelle cose. Lì dentro almeno stava tranquilla. Era bello vederla… E poi, mentre mangiavo, avevo qualcosa da guardare. Tutto qua.

– Tutto qua?

– Tutto qua. Ora invece credo non mi serva più.

– Già.

Abbiamo aperto qualche scatoletta e ho iniziato a muovermi solo quando mi sono sentito veramente schifosamente sazio. Ho Legato e riempito per bene i sacchi di cibo e dopo averli caricati sulla schiena del cavallo mi sono lasciato alle spalle il laboratorio e il vecchio.

Credo che vivrà finché avrà esaurito le sue scorte. Ma forse anche oltre. Il vecchio ha sette vite come i gatti.

E ora che ho anch’io del cibo vero, devo recuperare le mie armi.

Siamo di nuovo in strada.

La neve ha iniziato a sciogliersi e, grazie soprattutto al vecchio Larum, ci mettiamo solo un giorno a ritrovare la baita. Dio e suo fratello appena sentono il latrato del cavallo escono.

Dio ha la mia cintura con gli attrezzi alla vita e mi punta contro la mia balestra. Il fratello un po’ demente invece tende la lama di un coltello sulla gola di una giovane vacca.

– Allora straniero… hai portato il nostro regalino per lo scambio? – domanda dio in persona.

Tutto intorno alla baita c’è una poltiglia di fango e neve. E inizia pure a piovere. La voce si sente appena.

– Certo- urlo io. – Lascia la vacca e le armi a metà strada e io faccio proseguire la ragazza.

– Niente armi figliolo. Queste le tengo io. – Risponde dio mostrandomi la mia balestra. – E se vuoi questo bel esemplare di vacca, prima devi farmi vedere la ragazza. Oppure… torna da dove sei venuto. Straniero.

‘fanculo, penso io. Sapevo che sarebbe stata dura recuperare le mie armi.

Afferro la ragazza adagiata sulle mie gambe, la sollevo un po’ e rotola giù nel fango. E’ legata come un salame, cappuccio in testa e del nastro adesivo sulla bocca. Il fatto di non aver mai “mangiato” l’ha resa debole, facilitando il mio lavoro. Digrigna un po’ i denti, ma chi non lo farebbe trovandosi nella sua stessa situazione.

Scendo dal cavallo, la tiro su e sollevo appena il cappuccio, giusto il tempo di capire che appartiene al genere femminile, e lo riabbasso subito.

– Ok – fa lui e mi viene incontro. A metà strada, dopo un paio di occhiate velenose, facciamo lo scambio. Tutto fila liscio.

I due, appena abbracciano la ragazza, spariscono dentro la baita. Io rimango lì sotto la pioggia.

Lego la vacca a Larum e aspetto.

Non molto in verità.

Dopo il primo urlo, inizio a correre e quando sono davanti alla porta della baita la sfondo con un calcio. Il primo che incontro è dio. Si tiene il collo con le mani. Gli spruzzi di sangue che escono schizzano su tutte le pareti. Ha gli occhi terrorizzati. Lo atterro con una testata al torace. Lui anche giù continua ad urlare e a dimenarsi, dalla cintura che indossa sfilo la mia mazza e gli sfondo il cranio.

Almeno, ci provo. Dopo un paio di colpi a vuoto il terzo lo tramortisce e lo finisco a mazzate.

Continuo per un po’ finché non mi sono del tutto sfogato. E solo quando mi calmo e ritrovo un po’ di pace, mi accorgo che c’è troppo silenzio all’interno della baita.

Mi asciugo il sangue e la materia celebrale dalla faccia e vado verso la sala principale. Ci sono brandelli di carne e sangue da tutte le parti. Riconosco il piede di Beatrice dalle sneakers che indossava. Il resto è solo carne e interiora.

Inginocchiato nel mezzo di quel macello c’è l’altro fratello. Di schiena, chino su qualcosa.

Carico la balestra e puntandogliela alla testa mi avvicino.

Quando mi sente alle sue spalle, solleva la testa e voltandosi dalla mia parte accenna ad una specie di sorriso.

In mano tiene qualcosa. Me lo mostra. E’ il moncherino di un dito. Lo tiene stretto a mo’ di gessetto.

Il fuoco illumina la sala. Sul pavimento di terra c’è scritto qualcosa. Leggo.

LA FILIA DEL DOTORE

Indietreggio di scatto e, quando sto per premere il grilletto, mi sorride ancora.

Non ho più forze. Mi sento svuotato. E lui non presenta segni di morsi. Abbasso l’arma ed esco fuori.

L’aria è fredda e quando mi allontano, un brivido interno mi toglie il fiato, costringendomi a rallentare.

Ripenso alle sneakers colorate di Beatrice e mi dicono che nulla ha più senso.

La bambola di vetro è andata in frantumi.

Vorrei mollare ma ho dei doveri verso chi un tempo mi ha salvato. Verso famiglie come i Bettin che mi hanno accudito e salvato. A uomini d’onore come Tony che m’hanno insegnato il significato di sopravvivenza.

E’ per loro che devo continuare.

Elisa ho visto il tuo video messaggio e ho letto le storie di molti di voi. Di Carlo, Andrea, Zamma e di molti altri che ormai non ci sono più.

Ho deciso di scendere giù in pianura e di unirmi a chiunque di voi voglia ristabilire un po’ di ordine sociale.

Abbiamo un nemico in comune.

La destinazione ormai è chiara a tutti.

Date e luoghi dovranno rimanere segreti o usati solo all’ultimo.

Mi metto in viaggio. Ho del cibo e ho riavuto finalmente indietro le mie armi e se il vecchio Larum non mi abbandonerà, raggiungeremo presto il mare.

Accenderò di tanto in tanto il portatile per sentire vostre notizie.

Spero di incontrarvi presto.

E da vivo.

Coma

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