L’ isola.

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22 aprile 2013 di thesurvivaldiaries

Dovetti attendere che il tempo volgesse al bello e le nubi si diradassero, per poter attuare il piano di sbarco sull’isola di Trimelone.

Remai molto quella notte, conducendo il più silenziosamente possibile la piccola imbarcazione di legno con la quale ero salpato alcuni chilometri più a sud rispetto ad Assenza e all’isolotto. Assenza era interamente controllata dalle truppe di Rosa e sarebbe stato impensabile partire da lì per raggiungere Trimelone, che distava solo qualche centinaio di metri.

Risalii il lago, tenendomi sotto costa, guidato solo dalla luce fioca della luna che, filtrando dalle rade nuvole, mi permetteva di intravedere in lontananza la sagoma scura dell’isola.

Mentre remavo, ripensavo alle storie che Toni il Saggio mi aveva raccontato: alcune vere, come il fatto che la zona settentrionale del lago fosse piena di caverne sotterranee e che i nazifascisti avessero realizzato delle gallerie di accesso a tali grotte, nelle quali avevano poi trasferito -per difenderle dai bombardamenti degli Alleati- non solo le più importanti strutture di produzione bellica, ma anche i loro laboratori di sperimentazione di misteriose e potenti armi che, forse, sarebbero state risolutive per la vittoria del conflitto mondiale.

Raggi verdi, dischi volanti, macchine capaci di spazzare un esercito in un soffio, nemmeno fossero state l’Arca dell’Alleanza: sul punto la realtà prendeva il largo, lasciando spazio alla più fervida fantasia.

Altra verità: l’isola di Trimelone, benché fosse poco più di uno scoglio, era sempre stata un luogo strategico sin dal decimo secolo. Prima una fortezza armata, dagli anni trenta era diventata una polveriera militare e tale era rimasta fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Una notte d’ottobre del 1954, mi raccontò Toni, una serie ininterrotta di misteriose esplosioni provenienti dall’isola, fece tremare le case di Assenza e dei paesi limitrofi, spaventando a morte i loro abitanti. Delle casematte sull’isola rimase poco o niente. La versione ufficiale dell’epoca fu che le esplosioni erano state causate da ordigni che ancora si trovavano nella polveriera, ma vi fu chi, anche in tempi recenti, sostenne che qualcuno stesse cercando qualcosa che i nazisti, fuggendo dall’Italia, avevano nascosto sotto l’isola: si diceva oro, ma forse anche altro.

Qualsiasi attività intorno all’isola fu inibita nel raggio di 100 metri, finchè negli anni novanta fu decisa una bonifica dell’area.

Vennero i militari, disse Toni, ma erano militari strani, con delle divise nere che non si erano mai viste, e un simbolo strano, circolare, cucito sul petto. Andavano e venivano dall’isola, giorno e notte, trasportando enormi casse e macchinari da scavo, e nessuno sapeva cosa stessero facendo laggiù, né lo si seppe mai. I lavori di “bonifica” durarono alcuni anni, la terra tremò spesso, e saltuari sordi boati provenivano anche dal fondo del lago, provocando un’increspatura sulla superficie dell’acqua. In quelle occasioni, tantissimi pesci furono ritrovati morti sulla spiaggia di Assenza.

I militari alla fine se ne andarono, ma il divieto di sbarcare sull’isola, o anche solo di avvicinarsi, non fu mai tolto.

Mentre remavo, guardavo l’acqua scura che scivolava sotto la barca, appena rischiarata in superficie dalla luna, ma, comunque, nera come la notte che mi avvolgeva, coltre impenetrabile a difesa dei misteri celati nelle profondità del lago. Misteri che, come cadaveri affondati, ora stavano lentamente riemergendo.

Grotte, laboratori, nazisti, tesori, strani militari, esplosioni sottomarine. E poi l’apocalisse che ci aveva colpiti regalandoci la resurrezione dei morti e il redde rationem finale. Pezzi di un puzzle che, piano-piano, andavano al loro posto, a formare la cornice generale del disegno.

Tirai a riva la piccola barca nascondendola tra la vegetazione che arrivava a lambire l’acqua, poi attesi l’alba: non potevo rischiare di accendere la torcia rivelando la mia presenza a quelli sull’altra sponda.

Quando ci fu luce, iniziai a perlustrare quelle quattro rocce di cui era composto l’isolotto, aggirandomi tra i fitti arbusti selvaggi che avevano invaso anche ciò che rimaneva dei pochi edifici presenti, setacciando ogni metro in cerca di un indizio, qualcosa che nemmeno io sapevo cosa potesse essere.

La mia attenzione fu attirata da una specie di parallelepipedo di cemento, molto più nuovo della costruzione al fianco della quale era adagiato. Mi portai sul suo lato frontale e scoprii quello che sembrava in tutto e per tutto l’ingresso di un montacarichi. Non vi erano maniglie sulla porta metallica: visto che la porta, ora, era spalancata, intuii che, una volta, si aprisse solo dall’interno. Pensai con un brivido a chi, o cosa, poteva esserne uscito.

Vi entrai e mi trovai in una cabina di acciaio lucido. Su un lato una bottoniera, con un unico grosso pulsante d’ottone sul quale era raffigurato, molto elegantemente, un simbolo che avevo già visto sulle divise di quei nero-vestiti domatori di mostri: il serpente che si mangia la coda.

Esitavo, ma continuavo a guardare il pulsante ed il serpente autofago che vi era rappresentato. Quell’immagine mi ripugnava e mi attirava allo stesso tempo, mi invitava a scappare e, ugualmente, a lasciarmi divorare dalla mia stessa paura e umana curiosità. Mi sembrava che il rettile si muovesse, in un moto sinuoso e circolare per permettere a sé stesso di inghiottirsi meglio, percorso da un fremito che aveva qualcosa di sessualmente osceno.

Così ipnotizzato, premetti il pulsante. Si accese una luce, la cabina vibrò leggermente sotto di me e iniziai la mia lunga discesa all’inferno…

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