Seguendo il vettore

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5 aprile 2013 di thesurvivaldiaries

Strade secondarie, deserte come i paesi che attraversavano. Rallentavo per guardare la desolazione e il decadimento delle cose. La vegetazione selvaggia e la ruggine hanno ormai preso il sopravvento e tutto, lentamente, si distrugge, si sgretola e si dissolve, come quei corpi che, deambulando silenziosi sotto l’incessante pioggia di quei giorni, lentamente si decomponevano andando a mescolarsi al fango in cui si trascinavano.

Sembrava di passare nelle Terre Desolate del Medio-Mondo, ed io mi sentivo Roland di Gilead. E, come il Pistolero, sapevo che il mio Ka era quello di seguire il Vettore, aye sai!, che mi avrebbe portato dritto alla mia personale Torre Nera: l’isola di Trimelone.

Spesso, lungo certe strade, ho incontrato filari di cadaveri impalati, sempre più lunghi mano a mano che mi avvicino alla meta, lugubri cippi che mi indicavano la via del Vettore, macabri avvertimenti che stavo attraversando i feudi di Rosa e dei suoi mostri.

Li ho visti, sapete. Ero sulle colline di Soave, in Valpolicella. Con il mio binocolo controllavo la situazione nel paese sottostante. Creature di proporzioni inumane inguainate in esoscheletri metallici, in parte carne e in parte ferro, un bestiario sputato fuori da un delirante, perverso e sadico immaginario cyber-punk post apocalittico: lame al posto delle dita, fruste agganciate su monchi avambracci e altri abominevoli innesti chirurgici da far impallidire un Cenobita di Hellraiser. Placche metalliche, imbullonate direttamente sul cranio, proteggono le loro teste. Letali ed inesorabili, catturano o massacrano, vivi e (non) morti, ubbidendo agli ordini di algidi personaggi vestiti con lunghi pastrani neri e sulla cui manica destra spicca una fascia rossa con un disco bianco. All’interno del disco, due simboli concentrici: un serpente che si mangia la coda e, dentro, una rosa.

Strade secondarie, terre desolate abitate da mostri. Non sempre sono riuscito ad evitarli. Gli zombi, dico. Quelli a cui, oramai, crediamo di esserci abituati, sbagliando. Quelli stanno ovunque, rintanati come predatori, in attesa che si presenti l’occasione. Hanno più pazienza di un bonzo tibetano.

Dovevo fare benzina e mi sono fermato ad un distributore con annesso ristoro. Dopo il rifornimento, incautamente sono entrato nel bar, apparentemente deserto, senza controllare. Avevo solo la pistola. Troppo tardi mi sono accorto che mi assalivano in tre. Retrocedendo, mi sono trovato stretto in un angolo: ho fatto fuoco e ne ho centrato uno. Pistola scarica. Molto utile, ho pensato. Cado rovesciando uno scaffale, mentre gli zombi, sbavando, sgomitano per chi arriva primo su di me. Sono lenti, per fortuna. Allungo un braccio in cerca di qualcosa che mi aiuti a difendermi. Trovo una cosa lunga, dura e pesante, a sezione triangolare. Non so cosa sia, non mi interessa, la strigo nel pugno e inizio a sventagliarla, come una bandierina a scacchi, sulla testa del primo morto che taglia il traguardo. Funziona, l’atleta perde l’equilibrio e cade in avanti. Lo scanso e colpisco quello dietro. Giù anche quello. Mi rialzo e mentre i due mezzofondisti fanno gli esercizi di rilassamento scivolando su un coloratissimo tappeto di M&M’s, io li batto forsennatamente sulla testa come se battessi il tappetino del cesso. Sono inerti e la loro materia grigia si impasta con le caramelle in un’improbabile tavolozza da pittore. Respiro, respiro ancora. Mentre li guardo, alzo la mano per vedere con cosa li ho annientati. Sgrano gli occhi e scoppio in una risata isterica. Con le lacrime agli occhi, tra una risata ed un singhiozzo, esco dal supermercato lasciando cadere a terra 50 centimetri di Toblerone mandorlato supersize.

Ancora tremante, salgo in auto canticchiando un vecchio jingle, fuori luogo come una scoreggia in ascensore: “Quando è lungo così, quando è grosso così…è un piacere morderlooo…”

Ormai ci sono. Appostato sulle colline che sovrastano il Garda, vedo sotto di me Assenza e, poco oltre, l’isola.

Assenza: vorrei che il nome del paese riflettesse lo stato delle cose, ma in realtà così non è. Il paese è l’ultimo avamposto di Rosa e del suo abominevole esercito, ultimo presidio a difesa dell’isola di Trimelone a poche centinaia di metri dalla spiaggia.

Penso che raggiungere quello scoglio deserto potrebbe essere impossibile, sono solo e disarmato.

Sobbalzo quando una mano mi afferra una spalla, e una voce mi chiede se mi piace il panorama. Mi volto di scatto, dietro di me il baratro. Davanti, invece, mi trovo faccia a faccia con Giuseppe Verdi, o forse è Babbo Natale in vacanza al lago. Un uomo anziano, barba folta e bianca, capelli lunghi da guascone altrettanto bianchi, che spuntano da sotto un berretto di lana da marinaio. Indossa un vecchio giaccone pesante a quadroni rossi e neri. Asciutto e robusto, mi sorride divertito dalla mia reazione e alza le mani grosse e nodose in segno di resa.

Ehi ehi ehi, giovanotto! Mi arrendo, mi arrendo! Non sono una di quelle carcasse ambulanti o uno di quegli altri mostri che hai visto laggiù…!”.

Ci presentiamo. Lui è Antonio, una volta detto Toni Il Saggio, ultimo sopravvissuto del paese, memoria storica di Assenza e dei limitrofi luoghi gardesani.

Siamo nel suo rifugio, un vecchio acquartieramento militare scavato nella roccia, invisibile da valle, usato dai soldati della R.S.I. che difendevano la parte nord del Lago di Garda negli ultimi fuochi della Seconda Guerra Mondiale: non so come, ma Toni l’ha dotato di tutte le comodità possibili. Arredamento minimal, del tipo Ikea della nuova Era. C’è persino una vecchia cucina economica a legno che funge anche da riscaldamento, sulla quale Toni sta cucinando qualcosa che, dal profumo, sembra particolarmente succulento.

Toni ha vissuto la guerra, mi ha detto, e per lui non è stata una grossa difficoltà dover arrangiarsi con ciò che il mondo oggi offre.

È proprio della guerra, e di ciò che accadeva sul lago a quel tempo, che Toni inizia a parlarmi, mentre porta in tavola due piatti, fumanti, di ciò che sembra essere un’ottimo stufato.

Il suo racconto è strabiliante, e mi schiude la porta verso la strada alla comprensione della Verità su quel che è accaduto a questo mondo.

Ma questa è un’altra storia. Ora sono stanco: penso che dormirò per uno o due millenni.

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