In memoria di Michael, un ragazzo “speciale”.

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3 aprile 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Cristian Del Vecchio]

21 marzo 2013. Incredibile pensare che sia riuscito ad arrivare così lontano, ancor più impensabile che esistano ancora connessioni a internet.

Voglio dedicare questo post alla memoria di Michael, un ragazzo che soffre della sindrome di down che è stato il mio unico compagno di disavventura per tutto questo tempo.

Partiamo dall’inizio: mi chiamo Cristian e ho venti anni. Il virus si è diffuso per tutta l’Italia mentre io avevo il culo appoggiato ad una poltrona di seconda classe del treno che connetteva Taranto a Milano.

Ero andato a trovare la mia nonnina che vive a Castellaneta.

Una volta a destinazione raggiunsi Bergamo, dove si trova la mia residenza, fino ad arrivare in un paesino della provincia denominato Fornovo San Giovanni. Lungo il viaggio mi accorsi del numero spropositato dei mezzi delle forze dell’ordine e dell’esercito che riempivano le strade ma ad arrivare fino al mio piccolo paese di tremila abitanti nessuno mi fermò. La radio la lasciai spenta per ascoltarmi il disco del mio rapper preferito quindi non vi fu modo per me di sapere cosa stesse succedendo finché non lo vidi con i miei occhi.

Fornovo era deserta.

Non c’era traccia della mia famiglia, nessuno dei miei amici rispondeva al telefono ed improvvisamente mi sentii come abbandonato.

Accesi la tv di casa mia per capire cosa stesse succedendo, quei pochi canali che ancora mandavano in onda qualcosa trasmettevano immagini raccapriccianti di atti di violenza ingiustificata e brutali, si parlava di un’epidemia o forse di spiriti maligni.

Non credetti ad una di quelle cazzate che dicevano, avevo capito abbastanza bene che cosa stava succedendo; andai nella mia cameretta, presi uno zaino e setaccia la casa in cerca di tutto ciò che potevo: presi molte razioni, bottiglie d’acqua e una mazza da baseball che tenevo nascosta nell’armadio.

Non mi va di descrivere nel dettaglio come ho avuto il mio primo incontro con loro o di come ho dovuto uccidere quelli che prima erano i miei familiari, quello che realmente conta in questo racconto come nella realtà è come sopravvivere.

Ho raggiunto una cascina isolata dal paese, apparteneva ad un mio carissimo amico che studiava medicina in qualche università di Milano. Speravo di raggiungerlo e che potesse aiutarmi, invece lo trovai trasformato che sguazzava nella sua piscina.

L’acqua era tinta di rosso e lui inveiva verso di me con le sue braccia putrefatte.

Ho ripulito la cascina e mi sono chiuso dentro per giorni; avevo paura persino a guardare dalla finestra.

La corrente elettrica in quel piccolo e stupido paese fu la prima cosa ad andarsene assieme al riscaldamento.

Per i primi tempi mi limitai a rimanere lì ma sapevo che non sarebbe durato molto. I viveri cominciarono a scarseggiare già dopo una settimana e senza gas non avevo idea di come cucinare: non ho fatto il boy scout e anche se fosse avevo troppa paura per uscire ad accendere un focolare per arrostire della carne, paura che mi vedessero.

Ogni mattina ne trovavo sempre qualcuno che mi fissava dall’altro lato della recinzione e si lamentava.

Fu durante la seconda settimana che decisi finalmente di uscire. Avevo una lista delle cose da procurarmi in paese:

  1. Cibarie di ogni genere, possibilmente cibi in scatola e a lunga conservazione.
  2. Torce elettriche, pile e/o candele.
  3. Sigarette (anche con la morte in strada il mio tabagismo non trovava pace).
  4. Armi (non ci sono veri e propri negozi di armi da noi, il più vicino distava parecchi chilometri)
  5. Una buona lettura per passare il tempo.

Dunque, stilata la lista setacciai il garage in cerca di qualcosa di utile: trovai molte “armi bianche”.

Indeciso tra una falce e un’accetta da boscaiolo, puntai sull’arma perfetta: trovai un ottimo machete, con tanto di fodero, molto professionale.

In realtà non avevo la minima idea di come usarlo ma supponevo che avrei imparato molto presto qualora si fosse presentata l’occasione, anzi, la sciagura.

Presi una bicicletta, uno zaino vuoto e partii.

Tutti i negozi avevano le serrande chiuse tranne un panettiere che vendeva anche altri generi alimentari. Feci rifornimenti lì.

Non trovai torce da alcuna parte ma molte candele.

Il tabaccaio era chiuso, venni tentato dall’idea di sfondare qualche vetrina ed entrare ma mi preoccupavo del rumore. Certo, le strade di Fornovo (ripeto che si tratta di un paese di tremila abitanti) erano deserte ma non mancava qui e lì qualche non morto. I più vecchi erano stati i primi a subire questo disastro quindi per strada c’erano solo loro, i giovani non mancavano ma non erano molto più rapidi degli anziani.

Capii che finché correvo o pedalavo più veloce di loro non mi avrebbero mai raggiunto.

Non trovai armi per tutto il paese, suppongo che qualcun altro avesse avuto la medesima idea molto prima di me. Tuttavia trovai un piede di porco.

L’ultima cosa della lista erano i libri.

Il cancello verso il giardino della biblioteca era aperto, quindi mi fu facile accedervi, ma la porta che portava all’interno era chiusa. La forza ed entrai. Immediatamente mi investì una puzza nauseabonda.

Non odore di morto ma puzza di merda, sudore e cibo scaduto. Sul pavimento erano sparsi escrementi e scatolette di cibo vuote.

Feci un giro di perlustrazione tappandomi il naso e fu in quel momento che lo sentii singhiozzare.

Era rannicchiato in un angolo sotto ad un tavolo, tremava come una foglia ed era in lacrime. Era la prima persona viva che non cercava di mangiarmi.

Capii che doveva essere rimasto chiuso lì dentro da giorni e giorni, questa cosa gli aveva salvato la vita.

Michael era lì, sotto quel tavolo a masticarsi nervosamente l’unghia del pollice della mancina.

Gli dissi che andava tutto bene e che non ero come gli altri, che poteva uscire e venire con me. Fino a che non lo vidi in faccia non potevo immaginare che fosse un portatore di handicap: era un ragazzone largo quanto un armadio e alto quasi due metri.

Mentre lo tranquillizzavo parlandogli e chiedendogli di lui presi numerosi libri, tra i quali ci tengo a citare quello che per il resto di quei mesi mi avrebbe mantenuto in vita: Manuale per sopravvivere agli zombie, di Max Brooks. Ironico.

Ci presentammo e diventammo così amici.

Lo portai con me alla cascina. Era terrorizzato nel vedere quei non morti per strada ma gli dimostrai che, presi singolarmente, non erano poi così pericolosi e che bastava piantargli una lama in mezzo agli occhi per freddarli.

Passammo così molti giorni a conoscerci e a consultare il manuale per riuscire a costruire una vera e propria fortezza nella nostra cascina.

Lui non era un gran chiacchierone e per fortuna neppure io ma la sua innocenza era di estremo conforto per me che forse mi stavo lasciando troppo prendere dalla cosa, diventando giorno per giorno sempre un po’ più spietato e aggressivo con quei bastardi lì fuori. Michael li chiamava zucconi.

Così gli insegnai a non aver paura e a colpirli alla testa. Aveva una forza sovrumana, l’ho visto più volte aprire in due una testa con un singolo colpo della mia vecchia mazza da baseball.

Non avevamo né armi da fuoco e né archi o balestre. Solo le nostre braccia, qualche arnese e la voglia di sopravvivere.

In breve costruimmo una recinzione ancor più solida sulla base di quella che già c’era intorno alla cascina, lui mi diede man forte ed utilizzammo tutti i materiali reperiti nel fornitissimo garage.

Il manuale parlava anche di pannelli solari ma sinceramente non avevo idea di dove reperirli e tantomeno come installarli.

Cercate di capirmi, in fin dei conti ho frequentato la scuola fino alla terza media. Anche se in realtà non credo che esistano scuole capaci di prepararti a pieno per tutto ciò che viviamo quotidianamente da un anno a questa parte.

La notte riempivamo la casa di candele e badavamo a non far rumore.

La mattina sveglia alle sette per fare un giro della nostra recinzione per sbarazzarci di eventuali zucconi, poi perlustrazione dei paesi limitrofi in cerca di provviste ed eventuali sopravvissuti. Abbiamo cominciato a muoverci con la macchina.

Sapevo che a Caravaggio c’è un’armeria e sapevo pure dov’era situata, da ragazzi io e i miei amici flippati di CoD osservavamo affascinati quelle vetrine.

Quando arrivammo notammo che qualcuno aveva già saccheggiato l’armeria, non trovammo granché, giusto qualche pugnale ma alla cascina eravamo già pieni di armi da corpo a corpo. Ci serviva della potenza di fuoco.

Il tempo passava.

Evitammo le città come Treviglio e Mozzanica perché so che più abitanti significano più zombie.

Michael diventava giorno per giorno sempre più socievole e non aveva più paura della morte, affrontava gli zucconi con l’audacia di un vero gladiatore. Mi ha salvato la vita in molteplici occasioni.

Con l’arrivo dell’inverno arrivò anche la neve. Saccheggiammo numerosi negozi di vestiti per fornirci di scarponi e giubbotti; confesso che faticammo molto per trovarne uno della sua taglia.

Ormai non speravamo più di trovare altri sopravvissuti e quasi non ci importava. Ignorammo deliberatamente tutti gli inviti ad unirsi a colonie di superstiti rimasti uniti o gruppi militari ancora operativi, e leggendo molti dei vostri racconti su questo blog mi rendo conto d’aver fatto la scelta giusta.

Ormai avevo persino perso la speranza di rivedere i miei amici. Chissà se erano sopravvissuti o anche loro vagavano in trance per le strade e le campagne in cerca di carne fresca. Chissà che un giorno non tocchi anche a me.

La mia speranza era finita. Ad essa si sostituì solo la vendetta ma presto anche questa morì.

Ho compreso la realtà.

Gli zucconi non hanno colpe, non hanno coscienza, hanno solo l’istinto di nutrirsi come qualsiasi essere vivente (non sono sicuro però che sia giusto definirli tali) e questo lo capisco bene.

L’importante per noi come per loro è sopravvivere.

Durante il pomeriggio ci concedevamo un po’ di relax: io amo comporre poesie quindi passavo molto del mio tempo libero a scrivere versi sulle ragazze che ho avuto nella mia vita precedente. È buffo pensare che mi è toccato abbatterne un paio.

Com’è passato rapidamente questo anno.

Agli ultimi di gennaio di questo 2013 Michael mi confessò che gli mancava molto sua sorella, che era l’unica che si era sempre preoccupata di lui. Prima di allora non me ne aveva mai parlato, mi chiedevo quanti altri segreti custodisse nella sua testolina.

Me la descrisse come una bella ragazza e molto intelligente. Si chiamava Alice. Fu lei a chiuderlo dentro la biblioteca e l’ha vista scappare per il giardino.

Gli aveva promesso che sarebbe tornata ma così non è mai stato. Michael si rimproverò di non essere rimasto ad aspettarla ma io avevo un brutto presentimento.

Come la mia famiglia, ero certo che anche lei vagava lì fuori senza più fiato e luce negli occhi.

Gli promisi che ci saremmo impegnati a cercarla. Però io non sono bravo con le promesse, gli ho mentito.

Non c’è più speranza.

Lui invece ne aveva ancora molta, mi parlava spesso di come immaginava il mondo dopo che gli zombie sarebbero tutti spariti.

Com’era fantasioso Michael. Così pieno di fiducia e così ingenuo, come un bambino.

Era un periodo che non dormiva molto, spesso lo sentivo alzarsi durante la notte per camminare un po’ per la cascina. Controllava fuori dalla finestra, si assicurava che tutte le candele fossero accese, beveva un goccio d’acqua e tornava in branda.

Una notte mi svegliò col suo vocione. Urlava a squarcia gola il nome di sua sorella. Mi alzai di soprassalto e notai che tutte le candele erano spente e tirava un’aria gelida per la casa, forse una finestra era stata lasciata aperta.

Le grida di Michael provenivano dall’esterno. Il mio cervello scattò immediatamente sull’allerta e capii che qualcosa non andava.

Mi vestii, presi il machete ed una torcia elettrica e corsi all’ingresso senza meravigliarmi che la porta fosse aperta. Avevo capito subito cosa stava succedendo.

Anche il cancello del recinto era aperto e gli zombie stavano entrando. Credo che definirla mandria sia il modo più adeguato, non ne avevo mai visti così tanti tutti insieme.

Non vedevo il mio amico da nessuna parte ed ero paralizzato dal terrore. Era tutto buio, freddo e nella mia testa sentivo solo i loro lamenti ed il suono dei loro passi sulla ghiaia del cortile.

In mezzo a tutta quella confusione la voce di Michael era solo un eco distante.

Cosa avrei dovuto fare? Non c’era tempo di salvare nulla, se fossi tornato dentro casa avrei automaticamente firmato la mia condanna a morte.

Non mi restava che fuggire.

Ne falciai un paio con un colpo di machete alla testa e corsi immediatamente verso la mia macchina. Proprio per i casi di emergenza come questi, tenevo tutte le cose importanti come le chiavi dentro al giubbotto per non rischiar di perderle ed altri utensili utili come coltelli e il piede di porco nel bagagliaio del mezzo.

Misi in moto, feci retromarcia buttandone giù uno e partii a tutta birra verso di loro che si ponevano davanti al cancello, formando un muro di morte invalicabile. La mia macchina non era di certo un monster truck, quindi piuttosto che investirli badavo bene ad evitarli con rapidi slalom.

Fu in mezzo a quella ressa che lo vidi: gli zucconi lo avevano preso. Gli erano tutti addosso e lo spolpavano come un branco di cani affamati che si contendono un osso.

Nei suoi occhi non c’era più quell’innocenza, quella sua infantilità che mi rendeva più umano. C’era solo terrore e dolore.

La rabbia mi pervase, urlai come una bestia e piansi lacrime sincere, purtroppo sapevo di non potermi fermare ad aiutarlo. Tese una mano verso di me e sulle sue labbra dalle quali colavano rivoli di sangue lessi una richiesta d’aiuto.

Tra i suoi carnefici c’era la ragazza bionda che mi aveva descritto, sua sorella.

Mi sento terribilmente in colpa e responsabile della sua morte.

Se avessi fatto più attenzione e l’avessi controllato di più a quest’ora saremmo ancora nella nostra cascina.

La mia vita era rovinata per la seconda volta.

Da allora continuo a spostarmi senza sosta. Sono a Treviglio attualmente, mi trovo in un condominio; i corridoi sono infestati e brulicano di zombie.

Sto morendo di fame, qui non c’è altro che marciume. C’è solo questo computer dal quale vi scrivo.

Ho paura che un giorno Michael verrà a vendicarsi della mia imprudenza e irresponsabilità, ho paura che un giorno possa venire a bussare a quella porta come uno di loro.

Ho paura che non avrò il coraggio di porre fine alle sue sofferenze.

Ho scritto questo per permettere a tutti di non dimenticare la forza di questo ragazzo che nonostante il suo handicap non si è mai arreso. Le persone muoiono ma i ricordi purché vengano trasmessi sono immortali.

Non vi chiederò di aiutarmi, oramai sono spacciato.

È da un po’ che sento le loro unghia stridere sulla porta, l’ho barricata come meglio potevo ma non so quanto durerà ancora. State vicini ai vostri cari, vogliategli bene e difendeteli.

Tra qualche istante attuerò il mio piano di fuga. Auguratemi buona fortuna.

Del Vecchio Cristian.

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