Kilometro Zero

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18 marzo 2013 di thesurvivaldiaries

Nei giorni successivi al casino della Fidia, pensai solo a riprendere in mano la mia vita di sopravvissuto. Niente più lasciarsi morire, niente più deliri: la realtà era già abbastanza delirante di suo.
Decisi che se dovevo crepare come una cavia da laboratorio con una sonda nel culo o con il mio cervello servito come dessert ad un branco di non morti affamati, beh!, almeno gliela avrei resa difficile.
I morti, già. Ce n’erano ancora tanti in giro, ma sempre più consunti e lenti. Il pericolo, comunque, non andava sottovalutato.
Durante alcune delle mie prime esplorazioni, mi capitò di avere un faccia a faccia con alcuni di loro, magari involontariamente incastrati in un angolo, o dietro ad una porta, come un fastidioso“bug” di un videogioco.
Provai a vedere se funzionasse ancora l’empatia che avevo sperimentato con Bub, ma rischiai, un paio di volte, di lasciarci le penne. Capii, quindi, che l’effetto era stato solo temporaneo. Chissà se era stata la merda fluorescente che mi avevano iniettato quegli scienziati psicopatici, oppure qualche giochino che avevano fatto su Bub & Co.
Tante domande, e così poche risposte.

Comunque, avevo recuperato un arco e delle frecce e avevo imparato a cacciare, allenandomi usando gli zombi come bersagli. Certo, le lepri sono molto più veloci di quegli stupidi deambulanti, però col tempo e la pratica qualche bestiola riuscii a prenderla.
Dalla mia nuova dimora, una casetta nascosta nei boschi dei Colli Euganei, con il pick-up scendevo periodicamente a valle perlustrando i paesi alla ricerca di qualunque cosa mi potesse servire.
Scoprii presto di non essere solo. Ad Abano vi erano ancora persone che, radunate in una micro-comunità, avevano creato una saccha di sopravvissuti occupando un piccolo quartiere del paese. Mi ricordavano molto i sopravvissuti che si erano asserragliati nel campo sportivo dirimpetto alla mia ex-casa al Portello, in un tempo che ormai sembra lontano anni luce. Chiusi e diffidenti. Sapevamo gli uni dell’altro, tuttavia ci ignoravamo, in una sorta di tacito gentlemen agreement: io non avrei rappresentato un problema per loro fintanto che non avessi invaso i loro spazi, e viceversa.
Alla fine l’inverno era arrivato, ma il freddo e la neve non fermavano le carcasse ambulanti. Certe mattine, li vedevo muoversi nei campi brulli e gelati o tra i filari di quelle che un tempo erano vigne rigogliose e ora sono solo rami secchi, accartocciati come le dita di quei morti che passavano lentamente nella bruma, diretti verso mete che solo loro conoscevano.
Passò così il mio tempo, in una nuova routine quasi quotidiana fatta di caccia, approvvigionamento, controllo del territorio e lunghe chiacchierate sui massimi sistemi con Felix, il mio nuovo amico: un gattone bianco e nero che abitava la casa prima di me e che i proprietari avevano probabilmente abbandonato fuggendo verso un destino facilmente immaginabile.
Lui se l’era cavata egregiamente: i topi ed i piccoli animali nel bosco non mancavano. L’istinto aveva fatto il resto.
Quando non parlavo a Felix, tuttavia, la mia nuova esistenza era caratterizzata soprattutto da una cosa: il silenzio, come mai ne avevo sentito (se mai il silenzio si può sentire…).
Tutto questo fino ad oggi, quando il silenzio è stato rotto dal rumore dell’orrore a cui ho assistito impotente.

La noia procuratami da certe giornate invernali troppo lunghe, mi aveva convinto che forse era ora di ricominciare a leggere qualche bel libro, giusto per tenere in allenamento il cervello.
Quindi questa mattina sono sceso a valle. La biblioteca pubblica di Abano poteva fare al caso mio.
Lasciai il pick-up in un parcheggio dietro l’edificio: non so per quale motivo, ma la scelta inconsapevole forse mi ha salvato la vita.
L’interno della biblioteca era occupato: un gruppo di tre morti sgranocchiava placidamente una carcassa umana, come maiali nel trogolo.
Tre frecce, in rapida successione, e mi liberai dei tre porcellini. “Ezechiele è arrivato…”, ho sibilato mentre recuperavo i dardi da quelle teste marce.
Mi avvicinai al cadavere: un maschio adulto, fresco di macelleria. Pensai ad un incauto membro della nuova comunità aponense che si era avventurato in una solitaria ricerca; tuttavia, quel cadavere non mi convinceva. Una cosa soprattutto: era troppo armato. Vicino ai suoi resti trovai una pistola ed un fucile automatico. Roba grossa. Roba mia, adesso. Addosso, sotto le viscere fuoriuscite, gli trovai svariati caricatori imbrattati di sangue. C’era anche una bomba a mano.
I tizi della comunità erano poco socievoli, è vero, ma non erano così riforniti.
Quindi, ipotizzai che quello non fosse di queste parti e che, forse, aveva degli amici che lo cercavano. Sarebbe stato meglio sbrigarmi nella mia ricerca di letture.

Uno sparo, all’esterno della biblioteca, mi fece sussultare. Prendere arco e armi fu un istante, precipitarmi fuori ancora meno. Mi nascosi dietro il muro della biblioteca.
Ciò che vidi mi lasciò senza fiato. Una rumorosa carovana di mezzi e uomini avanzava lentamente lungo il viale provenendo da nord, cioè dalla direzione di Padova. Una squadra di 30 uomini, allineati in tre file e vestiti come in un film post-atomico italiano degli anni ’80, precedeva il convoglio.
Quelli della prima fila avevano i “cani”, tenuti al guinzaglio con grosse catene. Solo che non erano cani, quelli all’estremità della catena: erano zombi con la museruola e ai quali, per ulteriore sicurezza, avevano tagliato i legamenti dietro le ginocchia, cosicché avanzassero carponi.
Li usavano per stanare i vivi (quelli della comunità) dai loro precari nascondigli: come famelici cani da caccia, i non morti annusavano l’aria puntando, in piena frenesia alimentare, verso le “tane” dei sopravvissuti.
La seconda fila di quei bifolchi provvedeva al recupero della “selvaggina”: li trascinavano fuori degli edifici e li legavano l’uno all’altro, in fila indiana, con altre catene, le mani bloccate dal fil di ferro che scavava le carni. Uomini, donne, bambini. Vecchi e giovani. Non faceva differenza. Chi opponeva resistenza era picchiato a sangue.
L’ultima fila faceva da scorta di copertura. Ogni morto vivente che compariva era polverizzato dalle armi di grosso calibro di cui la masnada era dotata.
Le catene umane erano sospinte a forza verso le retrovie dove stazionavano due camion presso i quali si affaccendavano altri “specialisti” i quali, tra sputi, calci, insulti e risate sguaiate, portavano a termine il compito loro assegnato.
Le prede erano liberate e fatte salire, una alla volta, sul primo veicolo, un camion con cassone telonato, da sotto il quale gocciolava un rigolo continuo di sangue, che creava grosse pozze, rosse e dense, vicino alle ruote.
Dall’interno provenivano urla strazianti, di supplica e di dolore, e dei colpi, secchi e ripetuti. Poi le grida finivano e, dopo poco, uno dei carnefici scaricava una grossa cassa di plastica nella quale erano riposti i cadaveri smembrati delle vittime. Mio Dio, là dentro li facevano a pezzi!
La cassa di plastica veniva, infine, portata nel secondo camion, dotato di cella frigorifera.
Era il sistema usato sui pescherecci: pesce pescato e lavorato direttamente a bordo, pronto per il mercato. Un prodotto a “chilometro zero”.
Notai, al contrario, che i bambini erano separati dagli altri e caricati (vivi) su un piccolo scuolabus: non pensai nemmeno per un istante ad un atto di misericordia verso quelle creature innocenti.
Da una delle scatole cadde una gamba di donna che indossava ancora la scarpa. Dal camion-macelleria balzò giù un uomo enorme e calvo, sul cui petto nudo, nonostante il freddo, era steso un lungo grembiule di cuoio grondante sangue. Sugli occhi indossava un paio di occhiali di protezione, ma il resto della faccia era una gocciolante maschera rossa, così come le mani e le braccia. Cazzo, gli mancava solo una motosega in mano, ma sicuramente l’aveva nel camion.
L’orco si chinò, raccolse la gamba e la scagliò con forza contro il facchino, il quale cadde a terra rovesciando il suo carico sull’asfalto. I suoi compari risero sonoramente dileggiandolo, mentre il macellaio si limitò a guardarlo succhiandosi voluttuosamente il sangue che aveva sulle dita della mano. Il facchino abbassò lo sguardo e silenziosamente raccolse tutti i pezzi sparsi sulla strada.

Da una casa lungo la strada uscì all’improvviso una bambina che iniziò a correre nella mia direzione, tenendo in mano un orsacchiotto di pezza. Dietro di lei scattò anche la madre che urlava disperata il suo nome. Non fece dieci metri che la sua testa esplose in una bolla rossa di sangue, carne ed ossa. La bambina, invece, continuava a venire verso il mio nascondiglio.
Quando cominciai a temere che mi avrebbero scoperto, un colpo di fucile pose fine alla sua corsa. La bimba cadde in avanti, come al rallentatore, le braccia aperte e la schiena arcuata, mentre sul petto le cresceva un grosso fiore rosso.
Ebbi l’impressione che mi guardasse e che dalla sua bocca, spalancata in un urlo strozzato, mi lanciasse una muta accusa di aver permesso tutto quello. Stingeva ancora in mano l’orsacchiotto che, pochi istanti dopo, aveva già iniziato a tingersi del sangue della sua amichetta.
Due dei carnefici si avvicinarono ai corpi: uno afferrò la donna per i piedi e la trascinò lungo la strada fino alla macelleria ambulante, lasciando dietro di sé una viscida scia rossa. L’altro, in piedi vicino alla bambina, la guardò grattandosi distrattamente lo scroto sotto le luride braghe mimetiche che indossava, una grossa doppietta da caccia appoggiata alla spalla. Le diede un calcio e, voltandosi verso il cecchino, gli gridò: “Questa è stecchita, casso! Te a ghè copà, brutto mona! Area non sarà contenta! Xè cassi tùi, adesso!”.
Il cecchino, di contro, lo liquidò con un gesto della mano ed uno scaracchio marrone sputato sulla testa di uno dei “cani”.
Il primo, dopo essersi disinvoltamente annusato la mano con cui si era grattato le palle, prese la bimba per i piedi e, sbuffando, la trascinò ad unirsi alla sua mamma.

Il quartiere fu rastrellato in fretta, mentre le operazioni di macelleria presero necessariamente un po’ più di tempo.
Io me ne stetti nascosto nel mio posto, dove nessuno ancora aveva pensato di guardare.
Nel frattempo, un ragazzino sporco e cencioso si aggirava tra le case e gli edifici sgomberati, con una bomboletta di spray.
Segnava il territorio con un marchio che non avrei più dimenticato. Due lettere rosse gocciolanti, come il sangue che quelle bestie avevano sparso: MT.
I Magna Tuto sono arrivati anche qua…

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