L’inizio della fine

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14 marzo 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Serena Casagrande]

 Oggi ci hanno detto che tutti noi sopravvissuti di J. dovremo trasferirci all’interno della miniera locale. Non so se sia una buona o una cattiva notizia, ma i capi, qua, ce l’hanno praticamente imposto. Chissà quando potrò ancora scrivere… per almeno un bel po’ non se ne parla proprio. Quindi ne approfitterò per raccontarvi della mia fuga da Praga, del mio viaggio lungo la Moldava e del mio arrivo in questa deprimente cittadina. Che almeno sia servito a qualcosa tutto ‘sto sbattimento. Magari riesco a strapparvi un sorriso; anzi, volendo, c’è pure da ridere.

È andata più o meno così: io e il tipo straniero abbiamo fatto di corsa le scale e ci siamo chiusi nel bagno della birreria. Dopodiché lui ha aperto una finestrella situata sopra il wc e mi ha invitato ad uscire. “Calma” ho pensato. “Che c’è là fuori? Un salto di cinque metri minimo, ecco che cazzo c’è.” L’ho fissato esterrefatta, ma lui mi ha detto: «Roof!». Boh, mi pareva sicuro di sé (forse aveva controllato durante una precedente seduta). Mi sono fidata e ho tentato di arrampicarmi quando, però, mi sono ricordata dell’altro ragazzo, rimasto giù con gli altri. «The other boy?» gli ho chiesto. Il suo sguardo ha assunto prima un’espressione triste, ma poi i suoi occhi sono diventati due fessure. Scuotendo la testa, ha chiuso così la faccenda: «I’m sorry». Cazzo, che situazione di merda (lo so, devo averlo scritto almeno mille volte nei miei farneticanti post, ma vi assicuro che ci stanno tutte).

Sono salita sul wc e sono riuscita a sedermi sulla finestra, quindi ho sollevato le gambe. Il tipo ha fatto lo stesso: finalmente fuori! C’era una vista magnifica, ma non eravamo nello spirito giusto per concederci delle digressioni culturali. Abbiamo iniziato a camminare pian piano sul tetto dell’edificio. «Take care» mi raccomandava di continuo il mio compagno di sventure. Una parola! Scivolavo a ogni passo, percorrere anche solo dieci metri richiedeva un tempo infinito. Ogni tanto mi giravo per controllare se qualcuno ci seguiva, ma era praticamente impossibile: quei cechi erano troppo grossi per passare dalla finestra della toilette.

Mi sforzavo di non pensare al poveretto che avevamo abbandonato a se stesso. Il mio accompagnatore ha capito e mi ha fatto qualche domanda per distrarmi: «Where are you from?». «Italy» gli ho risposto. «And you?» Era austriaco, ma viveva da anni a Praga, proprio in quella zona (per questo sapeva il fatto suo). Voleva raggiungere la Moldava e da lì imbarcarsi. Aveva letto in rete che era stato organizzato un servizio straordinario per l’evacuazione: delle navi speciali, presidiate dall’esercito, caricavano le persone e le portavano il più lontano possibile dalla capitale. Embè? Non era mica detto che altrove non ci fossero zombie. Gli ho raccontato di mia sorella e lui mi ha rassicurato, dato che sapeva che a J., la città dove lei si trovava, era relativamente tranquilla e che la nave avrebbe fatto una sosta proprio lì vicino.

A un certo punto si è bloccato e mi ha mostrato fin dove voleva arrivare. In lontananza si stagliava una folla enorme, che si accalcava per cercare un posto sulla prima bagnarola in partenza. C’erano anche militari e carri armati. Zombie non se ne vedevano, ma non dubitavo che si nascondessero da qualche parte laggiù. Abbiamo zampettato sui tetti per un’ora circa, finché ecco apparire una scala di servizio, all’esterno di una parete. A occhio e croce, saremo stati a circa cento metri dal presidio militare e dal fiume. Siamo scesi e, non appena abbiamo toccato terra, lui mi ha detto sottovoce: «Run!». Ce n’era bisogno? Ho corso come non ho mai fatto in vita mia e ho pure urlato: «Pomoc! Help! Aiuto!». Non si sa mai… Qualche solerte soldatino avrebbe potuto scambiarmi per un morto che cammina e farmi un buco in testa.

Poi è stato tutto un casino pazzesco, ho dovuto fare una fila lunghissima, dichiarare le mie generalità e dire dove volevo andare. Mi hanno ordinato di prendere la nave in partenza alle tre e mezza dal “molo” quattro. Nuova fila per l’imbarco. Il mio compagno mi ha afferrata per un braccio: lui prendeva la direzione opposta e doveva muoversi perché aveva soltanto pochi minuti per salire a bordo. L’ho ringraziato e lui mi ha sorriso. Basta. Stava per andarsene, ma si è fermato di colpo: «What’s your name?». «Serena» gli ho detto. «Goodbye, Serena. Take care. I’m Jan.» Ed è filato via.

Il viaggio è durato un’eternità perché il fiume era zeppo di cadaveri di umani e di zombie e si faticava ad avanzare. Dalle pance gonfie dei morti ogni tanto uscivano dei gas che infettavano l’aria. Mai sentito una puzza più schifosa di quella della carne putrefatta. Però, tutto sommato, eravamo ancora vivi e solo quello importava. Ero persino riuscita a mettermi in contatto con mia sorella (alla buon’ora). Un tipo mi ha prestato il suo tablet e ho trovato una mail della stronza: mi aspettava per il giorno dopo a J. e diceva che lì andava abbastanza bene e che c’erano dei locali con lo schioppo che stanavo zombie che era una meraviglia.

La mattina seguente siamo arrivati a J. e ci siamo preparati per la discesa, di nuovo tutti in fila indiana. Dovevamo attraversare un pontile di legno tremolante che teneva attaccata la nave alla terraferma. Ed era vero, oltre a mia sorella (che si sbracciava per salutarmi), c’erano un tanti omoni con fucili, pistole, archi e persino balestre. Ricordo di aver constatato: «Andiamo bene!». E non so più un cazzo perché uno zombie dell’ultima ora è sbucato da un cespuglio. Un tipo ha imbracciato lo schioppo da caccia e l’ha colpito in testa; anzi, gliel’ha proprio staccata dal resto del corpo. Il cranio è partito in aria e, disegnando una parabola perfetta, si è schiantato sul mio brutto muso. Una botta pazzesca, credetemi!

Eccoci, siamo giunti agli addii. Non sono tranquilla, ve lo dico sinceramente. Perché effettivamente, a pensarci bene, c’è qualcosa che non va. Che cazzo faremo nell’umido sottosuolo? Senza luce non si può vivere a lungo e poi, quando finiranno le già esigue scorte alimentari, non sarà comunque necessario tornare un superficie? Mia sorella è molto più scettica di me. Lei nell’underground ci ha lavorato fino a pochi mesi fa e già giravano strane storie a proposito delle reali attività che vi si svolgevano. Chi vivrà, vedrà.

Buona fortuna a tutti, dunque! Riguardatevi e fate i bravi. A presto (spero).

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