IO SO PERCHE’ GESU’ PIANSE, FIGLIO DI PUTTANA!

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22 febbraio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Fabrizio Astrofilosofo Melodia]

 Dio è il Silenzio, Dio è l’Assenza,

Dio è la Solitudine degli uomini.

Jean Paul Sartre, “Il diavolo e il buon Dio”.

 L’orda irruppe violentemente nel corridoio stretto, lamentosa e claudicante.

L’orrore dello smembramento cui io e Francesca Cuciaro avevamo assistito era ancora presente nella nostra testa, vivido e vero.

Il presagio del nostro destino.

Una mandria di predatori saliti in cima alla catena alimentare era pronta a sbudellarci e rosicchiare con gusto e avidità le nostre ossa, come una buona costata alta due dita, con contorno di patate al forno e magari bagnate da una buona birra.

La visione di questa cuccagna mi consolò alquanto del triste destino cui erano andati incontro Bepi Cuciaro e suo genero Adelino, finiti in pasto all’orda che avevo fatto entrare nell’Ipermercato Panorama, solo per salvarmi la vita da loro.

Purtroppo ora ero letteralmente finito dalla padella alla proverbiale brace.

Ora sarei diventato io il piatto del giorno, insieme alla puttana che, insieme ai suoi familiari, aveva tentato di farmi la pelle e prendermi tutti i miei pochi averi.

Francesca Cuciaro si staccò dal mio abbraccio, mentre ancora le lisciavo i lunghi capelli biondi dopo che aveva assistito al massacro del marito e del padre.

Era una donna forte, ma vederla cosi vulnerabile e sofferente mi trasmise uno strano senso di compassione, che in quel momento non avrei dovuto avere se volevo salvarmi la pellaccia.

Avrei dovuto usarla come carne di scambio, buttarla tra le braccia dell’orda e guadagnare cosi il tempo necessario a mettermi in salvo e continuare nella mia ricerca di un posto sicuro dove poter costruire un bunker per passare il periodo di crisi profonda che si prospettava negli anni a venire.

«Fabrizio, cosa facciamo? Quelli ci sbranano e digeriscono subito dopo!», disse Francesca, gli occhi rigati dalle lacrime e i sudori freddi colavano dalla fronte alta.

La guardai dritta nei suoi occhi verdi e in quel momento decisi che una mano in più mi sarebbe stata utile, anche se avrei sempre dovuto dormire con un occhio aperto e le orecchie ben tese.

Staccai lo sguardo da lei, osservandomi intorno con tutta la mia capacità di concentrazione e d’improvvisazione, sperando in cuor mio che si accendesse la lampadina della sopravvivenza.

Fu allora che l’individuai.

«Corriamo verso la scala che porta agli uffici in alto, muoviti, corri!», le urlai.

L’orda si dirigeva verso di noi, caracollando con una certa rapidità, ma una cosa che avevo imparato in questi giorni maledetti era proprio che i nostri cari non morti erano meno veloci degli esseri umani, vantaggio questo che andava sfruttato al massimo, come stavamo per fare ora.

Francesca si chinò a raccogliere frecce ed arco compound, con il quale mi aveva già procurato un bel foro alla gamba, nel tentativo di fermarmi durante il nostro primo scontro.

Si lanciò elasticamente verso le scale a poca distanza dalla reception, le quali portavano agli uffici superiori, in una stanza dove normalmente si eseguiva il lavoro di back office dell’ ipermercato.

Recuperò anche la faretra con le frecce, non molte in verità, ad un primo sguardo ma le diedi ragione mentalmente, le armi non sarebbero state troppe, di li a poco, ne ero certo.

La massa di zombie, molti di loro indossavano vesti lacere e stracciate, altri erano completamente nudi e ricoperti del sangue rappreso di chissà quante persone, tutti emanavano un fetore che mi diede d’impulso il voltastomaco, facendomi piegare in avanti a vomitare tutti i succhi gastrici che avevo in corpo.

Francesca Cuciaro mi vide riverso a terra, con gli zombi a poca distanza, preparò una freccia al suo arco e la scagliò con precisione, colpendo uno di loro nell’orbita vuota di un occhio.

Afferrai il mio zainetto con entrambe le mani e mi precipitai carapicollando verso le scale, dove mi aspettava Francesca, con una freccia già pronta a coprire la mia fuga.

«Fabry, non c’è la porta in questa stanza, siamo fottuti, puttana miseria!», esclamò Francesca.

«Non ti preoccupare, ho pensato anche a questo, tienili occupati il più possibile, non mi serve molto tempo per svitare questi bulloni», risposi, avendo già tirato fuori dalla sacca una delle mie innancabili teste di chiave inglese esagonale, residuato dei miei attrezzi casalinghi.

Intrapresi immediatamente l’opera di svitamento, tirando molte sacre bestemmie per la durezza con cui i bulloni erano serrati, sicuramente avevano usato un trapano avvitatore, ma non mi persi d’animo e continuai a manovrare con tutta la forza centuplicata dalla paura e dall’adrenalina che mi scorreva in corpo.

Francesca scoccò un’altra freccia, colpendo con la medesima precisione una bella e procace donna zombie, trapassandole il torace da parte a parte. La donna nuda e mugulante non sembrò accorgersi minimamente del fatto, continuando ad avanzare.

Ormai erano a pochi metri da noi, ma io nel frattempo avevo mollato il primo bullone, la scala si era già inclinata in avanti, a causa del mio peso.

Mi mossi con circospezione verso l’alto, per svitare gli altri.

«Sbrigati, Fabry! Non so per quanto riuscirò a tenerli impegnati, non morti figli di puttana!», urlò Francesca, colpendo la donna di prima questa volta in piena fronte, dandole la pace che il virus non aveva voluto lasciarle.

«Brava, Francy! Continua a colpirli alla testa, a quanto sembra il virus rende funzionante solo le funzioni dell’ipotalamo, come raccontava il dottor Romero alla televisione. Quindi eliminato quel poco che resta del cervello, dovrebbe funzionare, come abbiamo visto. Ho quasi finito, tieniti pronta a far cadere la scala, a proposito prendi questa», le dissi, porgendole dalla mia sacca una bottiglia di alcool dal sinistro colore rosso, con la chiara indicazione della sua infiammabilità.

«Vuoi che li disinfetti, cosi muoiono ben puliti?», mi chiese Francesca.

«No, prova a incendiarli! Ho visto che con il fuoco si comportano esattamente come noi, solo che devono finire completamente carbonizzati, prima di lasciarci le penne!», risposi di rimando con una certa rapidità, mentre armeggiavo, imprecando non poco, con il penultimo bullone, operazione non facilitata dalla cattiva posizione in cui ero costretto a rimanere.

Francesca trasse dalla tasca un pacchetto di sigarette, da cui tirò fuori un accendino. Poi si tolse la maglietta, mettendo in risalto un semplice reggiseno bianco che a malapena conteneva il suo seno strabordante e sodo.

Svitò il tappo dalla bottiglia di vetro dell’alcool e inserì la maglietta dopo averla ben sfilacciata e imbevuta con un po’ di liquido, poi accese la fiamma dell’accendino e diede fuoco alla miccia improvvisata, mentre gli zombie avevano iniziato a salire le scale, ostacolati dalla strettezza del passaggio, che permetteva a malapena il passaggio di una persona.

Ero all’ultimo bullone, quando la molotov improvvisata da Francesca investì gli zombie che tanto bramavano vogliosi la nostra carne, incendiando completamente le creature innanzi che già avevano intrapreso la salita.

Il bullone era ben incastrato nella parete, imprecavo disperatamente mentre rivoli di sudore mi scendevano dalla fronte e la schiena era un bagno freddo, da tanto che ne buttavo fuori.

La paura mi aveva preso la mano, cominciai a tirare calci alla chiave esagonale, sperando di far scattare il tutto con un colpo secco, ma non accadeva nulla.

Vidi le torce non morte che si agitavano scompostamente, ma ancora non morivano, dato che il cervello non andava ancora a carbonizzarsi.

Francesca Cuciaro continuava a scagliare frecce, sempre con grande precisione, ammiravo da morire il suo sangue freddo e la grande bravura che stava dimostrando, niente sembrava scuoterla anche se potevo vedere la sua schiena nuda, bella armoniosa e arquata, imperlata di gocce.

«Fabry, ho ancora quattro frecce e qui sono troppi davvero, muoviti!», urlò Francesca, mentre ne impiantava una manualmente nell’occhio dello zombie che le si era avventato contro, ormai erano saliti e, seppure inclinata e vacillante, l’ultimo bullone non ne voleva sapere di mollarsi.

Preso dalla disperazione più nera, mi ricordai delle grosse tronchesi con cui avevo spezzato molti catenacci alle porte chiuse e che mi erano state cosi utili ancora nella mia casa, durante la mia fuga per la libertà e la vita.

Le trassi dallo zainetto, mentre Francesca menava potenti pugni in faccia agli zombie, divincolandosi abilmente dalla loro presa. Un calcio ben assestato al petto, mandò non pochi non morti a ruzzolare giù per le scale.

Non era solo una grande tiratrice, ma una caparbia lottatrice. Che donna.

Misi la tronchesi proprio sul filetto scoperto del bulone, facendo leva a terra, chiusi il tutto, tranciando di tetto la vite.

La scala barcollò sotto il peso della massa dei non morti, io diedi una spinta poderosa, facendola cadere giù pesantemente, con un grande fragore, mentre Francesca, sbilanciata, cadde in avanti, incontrando però la mia mano che l’afferrò per un braccio.

Rimase cosi a penzoloni, mentre io mi aggrappavo allo stipite della porta, per non seguirla nella sua corsa in avanti, non aveva appigli e finire giù non l’avrebbe uccisa, ma sarebbero state le fauci dei non morti a farle fare una fine orrenda.

«Fabry… mollami…non ce la fai a tirarmi su… avanti, potrai sopravvivere meglio… ti chiedo perdono per aver cercato di farti fuori… avanti… lasciami andare a raggiungere i miei cari…», mormorò Francesca, mentre i suoi piedi erano lambiti dalle dita rapaci degli zombie, che percepivano chiaramente l’odore della sua paura.

Se lo sarebbe meritato, quella puttana. Prima cerca di derubarmi e poi di farmi la pelle, per poco non mi massacra e poi si pente.

Ho scritto “Giocondo” in fronte?

Urlando dal dolore, sentendo il braccio e la spalla che mi facevano male, come se mi stessero infilando un ferro rovente nelle carni, diedi un colpo di reni e mi issai all’interno, portando con me la malcapitata arciera che aveva più volte tentato di farmi la pelle.

Le sarebbe costata una serie di notti di sesso sfrenato, con quel seno da primato, questo era poco ma sicuro come l’inferno che ci attendeva.

La tenni abbracciata a me, tremava tutta, ma non credo per la paura, sembrava quasi fosse in crisi d’astinenza, come un drogato senza la sua dose.

Mi fece cenno verso la tasca esterna dei suoi jeans, da cui trasse una bustina di pastiglie di strana fattura, non le avevo mai viste e neppure sentite nominare.

Erano grandi come un bottone e lei se ne mise una in bocca, accolando la testa sulla mia spalla.

La tenni abbracciata per qualche minuto, non so dire per quanti, tutta questa maledetta e fottura cronaca la sto scrivendo in differita sul mio quaderno, che sto riempiendo ora che siamo più tranquilli, prima era davvero improbabile farlo.

Francesca Cuciaro si calmò dopo un po’, la scostai da me, eravamo entrambi sudati e doloranti ma decisamente ancora vivi.

«Sei stato davvero in gamba, Fabry! Non avrei mai pensato a un rifugio cosi, saremmo di certo finiti in pasto a quei quattro merdosi cannibali. Grazie, davvero!», disse Francesca, con occhi pieni di sincera gratitudine. Aveva dei profondi occhi neri, che contrastavano nettamente con la carnagione pallidissima e i capelli biondo chiari, quasi platino, che potevano benissimo essere tinti, ma non presentavano un colore diverso alla radice.

Aveva un bel viso regolare, a forma di cuore e dei lineamenti non troppo marcati, ma decisi.

La memoria andò a mia moglie, alla fine orribile cui era andata incontro e mi ritrovai senza nemmeno sapere come a piangere come un bambino, non riuscendo in alcun modo a fermare le lacrime che copiose mi ottenebravano lo sguardo.

Fu il turno di Francesca a tenermi abbracciato, fino a quando non smisi di piangere e i singulti non cessarono, non ero di certo un eroe e nemmeno un cuore coraggioso, ero solo io, un ex disoccupato cui un virus terribile aveva trasformato la famiglia in una mandria di mangia carne e che ora stava mettendo a dura prova per la sopravvivenza.

Avevo i nervi a pezzi ma caparbiamente non volevo dare soddisfazione a quel fottuto virus di mettermi con le spalle al muro una volta per tutte.

Lo dovevo alla mia famiglia.

Lo dovevo a me.

«A chi vuoi darla a bere, Francy? Se non fosse stato per la tua bravura con l’arco e la tua capacità di lottatrice, il mio piano sarebbe presto andato in fumo e ora quassù avremmo un nugolo di zombie a pasteggiare con le nostre carni. Credimi, nonostante tutto, sono io a ringraziarti», esclamai, tendendole la mano destra aperta.

Francesca la osservò per alcuni secondi ma poi la strinse con fermezza e calore.

«Abbiamo cominciato con il piede sbagliato, Fabry. Ammetto, per colpa mia e dei miei familiari. Ora siamo sulla stessa barca e dobbiamo cercare di venirne fuori uniti, oppure non ce la faremo», affermò con fermezza Francesca Cuciaro.

Guardai fuori dal nostro rifugio, sotto di noi un esercito numeroso di zombie famelici distruggeva ogni scaffale possibile, cancellando in poco tempo le antiche vestigia del benessere umano.

Tutte le merci e i desideri degli uomini erano alfine stati distrutti dal senso stesso del bramare, del volere il proprio egoistico ed immediato appagamento del desiderio.

Un desiderare in continuo, ciò che il virus porta a fare, rendendo ciechi, sordi e immortali a ogni sorta di evento esterno.

Una maledizione unica, dal sapore dantesco, aveva condannato l’umanità ad una lenta e inesorabile estinzione, non avrei saputo dire quanto rapida sarebbe stata.

Una catastrofe apocalittica di dimensioni inimmaginabili, l’apoteosi perversa della sola libertà che l’essere umano aveva creato in terra, la libertà di sciegliere il prodotto da desiderare, sempre, continuamente, a ciclo continuo, quasi infinito.

Ora so perchè Gesù pianse, figlio di puttana!, esclamai mentalmente rivolto a ciò che comunemente veniva denominato come Dio.

Pensai al dottor Romero, alle sue trasmissioni ecologiste e alla sua battaglia sull’uso di pesticidi, diossine e concimi chimici in modo sfrenato e non controllato.

Pensai all’allarme degli ultimi periodi, quando nascevano troppi bambini deformi, quando le fabbriche contavano più morti che lavoratori, quando il mio mondo ancora si crogiolava nel benessere della pubblicità ingannevole e dei talk show televisivi.

«A cosa ti servono quelle pastiglie», chiesi a Francesca, interrompendo il flusso dei miei pensieri.

«Ho una forma di anemia piuttosto seria, che tengo sotto controllo con queste medicine. Purtroppo me ne rimangono poche, dovrò trovare il modo di reperirne altre», rispose Francesca, le braccia intorno al suo corpo.

«Le troveremo insieme e uniti metteremo in atto il mio piano per costruire una casa dove passare questo momento di crisi. Le forze internazionali non possono essere state spazzate via e presto i soccorsi arriveranno. Dobbiamo essere uniti, come hai detto tu», dissi.

La alzai da terra e l’abbracciai, suggellando cosi la nostra strana alleanza.

«Grazie», sussurrò in modo sommesso.

«Di nulla. Ma ti costerà caro, sono un alleato esigente e ho parecchi sgarbi da farti riparare. Comunque non sono senza cuore e ti permetterò di ascoltare insieme a me un po’ di sana musica rock che ci aiuterà a pensare al da farsi, penso ti sia chiaro che qui non possiamo stare», spiegai.

«Certo, qui non c’è nemmeno il bagno, quindi, anche se non ho problemi a spogliarmi davanti a te, non penso che siano condizioni igieniche ottimali. Dobbiamo elaborare un piano, metti su la musica e al lavoro, coraggio», rispose Francesca, gli occhi nerissimi illuminati da una luce di speranza.

Ci sedemmo a terra, un auricolare dell’ I-Pod per orecchio, e discutemmo per un po’. All’alba, avevamo un piano ben preciso.

Suicida, ma ben preciso.

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