DIARIO DI GUERRA NR 12

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15 febbraio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Nicola Furia]

RELAZIONE del Capitano dei Carabinieri Salvo Nero, responsabile della sicurezza all’interno dell’OASI di Rieti

E’ Assurdo!

Quello che è accaduto è veramente assurdo! Anche io che l’ho vissuto stento a crederci.

Eppure è successo… ed io ne sono responsabile!

E ora sono qui, barricato nel mio ufficio, a cercare di riordinare le idee, a mettere insieme i pezzi, a tentare di tamponare le falle di una nave che sta colando a picco…giù, negli abissi, ai confini di una realtà ormai stravolta.

Forse sono impazzito anch’io…qui tutti stiamo impazzendo. E come non impazzire in questo mondo fuori controllo, senza regole, senza più equilibri… dove non si riesce più a capire cosa sia vero e cosa sia frutto di allucinazione?

Ma voglio scrivere quanto si è verificato. Perché, scrivendolo, lo rendo in qualche modo tangibile, concreto, reale. Quanto ho visto, o ho creduto di vedere, non deve, non può, rimanere solo nella mia mente.

Voglio che si sappia…si deve sapere.

Da dove inizio?

Da quel pazzo bastardo di Nicola Furia, ovviamente.

Si, vi ho mentito. No, non era morto…non del tutto.

Qualche settimana fa si presentò da me nel cuore della notte.

  • Capitano, ho bisogno di te” – mi disse.

Fui sorpreso di vederlo davanti all’uscio dell’abitazione che occupavo. Da circa un mese non usciva più di casa. Si rifiutava di ricevere visite e si era abbandonato ad una profonda depressione.

Io ero l’unico cui consentiva di andarlo a trovare. Ma vederlo in quelle condizioni mi straziava il cuore. Si era lasciato andare anche fisicamente. Era dimagrito, non si radeva e non si lavava da settimane. Sotto quel ciuffo di capelli unti i suoi occhi non brillavano più.

Ma quella notte che venne a bussare alla mia porta era come improvvisamente rinato.

Rasato, pettinato, fiero e impettito nella sua uniforme da combattimento. Era il vero Comandante Furia che conoscevo. I suoi occhi divampavano come un incendio nella foresta.

Dopo essersi assicurato che ero solo, Furia entrò in casa, ma rifiutò di sedersi.

  • Come procede il tuo lavoro di responsabile della sicurezza, Capitano? L’onorevole Rusitani ti tiene sempre stretto per le palle?” – mi chiese il Colonnello con atteggiamento ironico.

  • Le cose sono cambiate, Comandante, lei lo sa” – risposi.

  • Lo so. Abbiamo perso la guerra”- disse lui abbassando lo sguardo.

  • Io non la vedo così” – affermai – “Siamo una comunità che vive in sicurezza. E’ un grande risultato. Ed è merito suo. Lei ha fatto tutto quello che poteva fare”.

  • Non ho fatto ancora tutto” –disse distrattamente.

Io non approfondii quello che voleva dire. E me ne pentirò per tutti i giorni che mi rimarranno da vivere.

  • Nero, ho un desiderio assurdo. Ma da solo non posso realizzarlo. Mi serve il tuo aiuto” – disse infine risolutamente.

  • Mi dica, Comandante. Per lei farei l’impossibile” – risposi incautamente.

  • Ed è proprio l’impossibile che ti chiedo di fare… Io voglio morire”.

Colto all’improvviso da quell’affermazione, sgranai gli occhi senza riuscire a dire nulla.

  • Non ti sto chiedendo di uccidermi. So farlo da solo” – continuò lui – “Ti chiedo solo di aiutarmi a inscenare il mio suicidio”.

  • Io non capisco, Comandante” – balbettai confuso.

A quel punto Furia mi espose le sue assurde volontà, e il suo pazzesco progetto.

Voleva andarsene dall’OASI, sparire per sempre, vagabondare da solo nel mondo invaso dai morti viventi. Ma, nel contempo, non voleva turbare gli equilibri della comunità. Un esilio volontario sarebbe stato visto come un rifiuto delle regole che la nostra piccola società stava dandosi. E, inoltre, temeva che qualcuno avesse voluto seguirlo nella sua folle impresa. Invece lui voleva andarsene di nascosto, in punta di piedi.

Furia voleva che tutti pensassero che la depressione lo avesse vinto. E che lui si era suicidato. In quel modo sarebbe passato come un perdente e tutti si sarebbero scordati di lui.

Aveva già pianificato, nei dettagli, la messinscena. Furia è stato sempre un maestro nell’organizzazione dei suoi piani.

Avrebbe assunto un fortissimo anestetico, si sarebbe procurato una profonda ferita alla tempia e si sarebbe fatto trovare nel suo studio, privo di sensi, con la pistola fumante in mano.

Io, a quel punto, avrei dovuto certificare la morte, dare il triste annuncio e farlo chiudere rapidamente in una bara.

Dopo il funerale, segretamente, avrei dovuto tirarlo fuori dalla bara, svegliarlo e aprirgli le porte dell’OASI.

Cercai con tutte le mie forze di dissuaderlo, ma non ci fu nulla da fare. Furia non voleva sentire ragioni.

E alla fine accettai.

Se questo era il suo ultimo desiderio, avrei aiutato a realizzarlo. Tutti noi dovevamo tanto a quell’uomo e non me la sentii di dirgli no.

Fatto sta che, ovviamente, tutto andò secondo i piani di Furia e, dopo il funerale, nel cuore della notte, trasportai il corpo sotto le querce della boscaglia che circonda l’OASI.

Attesi pazientemente che si svegliasse, controllando che non ci fossero zombi nelle vicinanze.

Furia riemerse dal suo sonno di morte apparente e si guardò immediatamente in giro. Appena comprese che avevo adempiuto alle sue disposizioni, si tranquillizzò.

  • Comandante, facciamo ancora in tempo a fermarci “ – gli dissi aiutandolo ad alzarsi.

  • Il tempo è finito, Capitano, è ora che il mio destino si compia” – rispose il Colonnello.

Estrasse lentamente le due pistole automatiche che gli avevo messo nelle fondine, tutti i caricatori inseriti nel cinturone, il fucile a pompa SPAS 12 che gli pendeva a tracolla dietro la schiena e… mi restituì tutto l’armamentario.

  • Che cazzo, Comandante, vuole affrontare il suo viaggio disarmato?” – gli chiesi allarmato.

  • Dove vado non servono armi” – mi rispose come in trance.

  • Perdio! Lei è del tutto impazzito!” – gli dissi alzando la voce.

Lui mi guardò fisso negli occhi e mi rispose: – “Tutto l’universo è impazzito”. Poi mi sorrise, mi abbracciò forte e si allontanò.

Non riuscii a trattenere le lacrime e lo vidi sparire lentamente tra la fitta vegetazione, appena illuminato dal chiarore della luna di quella notte irreale di circa due settimane fa.

E quella fu l’ultima volta che vidi il Comandante Furia.

Sapevo che non aveva speranze e che il suo destino era segnato… e lo sapeva benissimo anche lui.

Era convinto di aver perso la guerra contro gli zombi e, come un condottiero sconfitto, voleva consegnarsi al…nemico. Offrire la sua vita e il suo corpo, come gesto di onore, ai vincitori.

Questo fu quello che pensai…prima che il nostro mondo deflagrasse!

Gli zombi sono apparsi, all’improvviso, all’imbrunire di ieri sera.

Quando la sentinella, sui bastioni, li avvistò, erano distanti 300 metri dalle mura.

Uscivano dalla boscaglia e avanzavano compatti e silenziosi. Non emettevano quei soliti lamenti continui che preavvisano il loro arrivo. Una mandria infinita di zombi muti.

Era assurdo…ma sembrava quasi che marciassero!

Il panico si scatenò immediatamente ed io, attirato dalle urla di terrore, corsi subito sui bastioni delle mura.

  • Tutti i civili in coperta!” – urlai – “presto, suonate l’allarme! Voglio immediatamente i fucilieri sulle mura!”.

Percepii subito che avremmo scontato amaramente tutti quei mesi d’inattività, passati senza combattere. Gli uomini non reagivano più con quella grinta e quella determinazione che avevano espresso nei giorni in cui combattevamo per sopravvivere. Erano tutti imbambolati, totalmente rincoglioniti.

Quando i primi uomini riuscirono a raggiungermi sulle grate, armati dei fucili di precisione, l’esercito di zombi era già a 100 metri dalle mura.

  • Azionate i fari!” – ordinai e, dopo qualche minuto, l’orda di morti viventi fu illuminata e mostrò tutta la sua spaventosa potenza.

Erano migliaia e migliaia di cadaveri ambulanti che si avvicinavano lentamente ma inesorabilmente. Una massa decomposta che pareva un’onda di marciume che stava per infrangersi sulle mura.

  • Capitano! Che sta succedendo?” – mi chiese agitato il senatore Rusitani che, in vestaglia, bianco in volto, si era frettolosamente portato sulle mura e guardava strabiliato quella scena terribile.

  • Lo può vedere da solo, senatore” – gli dissi mentre armavo il mio fucile e disponevo gli uomini sui bastioni.

  • Ma…ma… non possono scavalcare le mura” – balbettò Rusitani.

  • Non ho mai visto uno zombie arrampicarsi” – gli risposi – “ma è dai tempi dell’operazione DECIMAZIONE che non ne vedo così tanti insieme. E si muovono in maniera inusuale. C’è qualcosa che non va”.

Mentre Rusitani, terrorizzato, si allontanava prudentemente dalle mura, urlai i miei ordini: -“State tranquilli! Mantenete la calma! Prendete la mira e cominciate a sparare. Fuoco a volontà’!”

Nella sera riecheggiò il crepitio delle armi da fuoco e le teste degli zombi cominciarono a esplodere.

I primi a cadere furono quelli che si accalcavano sotto le mura. Sparammo istintivamente ai morti viventi più vicini a noi. E lì facemmo una cazzata immane.

Quei figli di puttana non si erano sparsi su tutta la circonferenza delle mura che stavano assaltando. No! Gli zombi si erano tutti concentrati su un punto specifico e si accalcavano tutti lì. Quelli che venivano da dietro spingevano i primi, fino a farli cadere a terra. A terra, poi, ci finivano anche quelli che noi stavamo abbattendo. E così quelli in piedi salivano su quelli distesi e, usandoli come dei gradini, si issavano sempre più in cima alle mura.

Sembrava incredibile ma quel modo di assaltarci non era casuale … stavano usando una tattica!

E fu in quel momento che lo vidi.

Lo vidi ai margini della boscaglia, dalla quale continuavano a uscire frotte di morti viventi.

Era l’unico zombi che non si muoveva. Stava fermo, ritto e impettito, grugnendo oscenamente, come per incitare gli altri morti viventi ad attaccare.

Ritto, con la sua uniforme da combattimento, con il casco e il giubbotto anti proiettile…quel grandissimo figlio di puttana di Furia!!!

Furia lo zombie!!!

Un bagliore improvviso, il deflagrare di uno scoppio e una pioggia di detriti mi distolse da quella visione.

Qualcuno aveva usato un lanciagranate contro i morti viventi che stavano issandosi sulle mura. Quel colpo, sparato a distanza ravvicinata sugli zombi che si accalcavano sotto di noi, non solo causò l’abbattimento di una decina di zombi, che si trasformarono in gradini per quelli che spingevano da dietro, ma, nel contempo, lesionò anche le mura.

  • Che cazzo fai!” – urlai al mortaista, strattonandolo violentemente – “Vuoi aprirgli un varco? Coglione!”

L’uomo non sentì neanche cosa gli stavo dicendo. Il terrore si era impadronito di lui e non capiva più un cazzo.

  • Non sparate a quelli sotto le mura!” – strillai con quanto fiato avevo in gola – “Più ne ammazzate e più date la possibilità agli altri di salire! Sparate a quelli nelle retrovie! Sparate a quelli che stanno uscendo dal bosco! Dobbiamo spezzare la loro formazione!”.

Tutto inutile.

Nel mio esercito non c’erano più soldati. Erano tutti civili allo sbando. Per loro il pericolo era rappresentato solo dagli zombi più vicini e solo su di loro continuavano a concentrare gli spari.

Non ci volle molto prima che gli zombi scavalcassero i bastioni e si lanciassero famelici sui fucilieri.

La posizione era ormai indifendibile e ordinai la ritirata. Fu un ordine inutile. Gli uomini stavano già scappando disordinatamente, scendendo le scale a rotta di collo.

  • Non disperdetevi! Mettiamoci in formazione. Formiano le tre file” – ordinai, cercando di riportare un po’ di ordine in quel caos ingestibile.

Ma non c’era più alcuna traccia di disciplina in quegli uomini terrorizzati che sparavano senza neanche più mirare.

Intanto gli zombi avevano preso possesso dei bastioni e, lentamente e goffamente, stavano scendendo le scale per raggiungerci e invadere l’OASI.

E quella fu la seconda volta che rividi Furia.

Era arrivato anche lui sui merli delle mura e lanciava dei suoni gutturali terrificanti. La sua figura, illuminata da fari, spiccava in tutta la rabbrividente potenza.

Non avevo dubbi: stava ordinando al suo esercito di morti di viventi di annientarci. E gli zombi obbedivano ciecamente.

Al contrario, i miei uomini non mi seguivano più. Il panico dilagava inarrestabile. Ne afferrai per il bavero uno che aveva gettato il fucile a terra e, vigliaccamente, stava per scappare all’interno dell’OASI.

  • Dove cazzo vai, pezzo di merda!” – gli urlai.

Lui si divincolò e, a sua volta, si aggrappò al colletto della mia uniforme.

  • Che cazzo vuoi, sbirro di merda!” – strillò istericamente – “Non vogliamo morire! Dobbiamo metterci in salvo, dobbiamo…” – non finì la frase e la sua testa si aprì come un melone, schizzandomi addosso materia cerebrale.

Qualcuno gli aveva sparato a brucia pelo con un fucile a pompa.

Era stato uno di loro. Uno dei 9 reduci. Uno di quei 9 carabinieri superstiti, con i quali avevamo iniziato la guerra. E gli altri 8 erano con lui, armati ed equipaggiati…pronti a combattere fino alla fine, nuovamente pronti a morire.

Le jene di Furia” li avevano soprannominati i cittadini dell’OASI, e, quando fu dichiarata la fine delle ostilità, si erano messi in “pensione”.

  • Siamo qui, Capitano” – mi disse il Brigadiere Orlando, conosciuto con il nome di battaglia di “Nibbio”, mentre ricaricava il fucile a pompa con il quale aveva fatto saltare la testa del fuggiasco.

Vederli mi ridiede speranza. Con loro al mio fianco non tutto era perduto.

L’ingloriosa fine del loro compagno impedì che gli altri componenti del mio esercito seguissero il suo esempio e, strattonati, come una mandria di pecore, da quei 9 cani da guardia in uniforme, si ricompattarono e formarono le 3 file.

  • Dago! Dirigi le danze” – ordinai al Maresciallo Raciti, usando il suo nome di battaglia – “Nibbio, vieni con me” – dissi poi al Brigadiere.

Dago cominciò a scandire gli ordini: “Pima fila a terra! Seconda fila in ginocchio! Terza fila in piedi! …prima fila, puntare, fuoco! Seconda fila, puntare, fuoco! Terza fila puntare, fuoco!…”.

Finalmente l’avanzata degli zombi subì un arresto, e i loro corpi putrescenti cominciarono a cadere sistematicamente come birilli.

  • Dobbiamo eliminare la scala!” – dissi a Nibbio correndo verso il garage.

  • Quale scala, Comandante?” – mi chiese lui seguendomi.

  • Gli zombi stanno usando i cadaveri ammassati sotto le mura per scavalcarle. Dobbiamo impedirglielo”.

Irrompemmo all’interno del garage e salimmo a bordo dell’escavatore. Lo azionammo e, tramite un’uscita secondaria, effettuammo una sortita fuori dall’OASI, dirigendoci verso quel lato delle mura preso d’assalto dall’orda. Lanciammo al massimo della potenza l’escavatore verso il cumulo di cadaveri, sfaldandolo e disperdendo i corpi nell’area circostante.

Impedimmo così agli altri zombi di scalare le mura.

Combattemmo ininterrottamente per tutta la notte.

All’alba, finalmente, riuscimmo a fermare l’attacco degli zombi.

La moltitudine di morti viventi, che non era riuscita a scalare le mura, stazionava adesso confusa e inerme attorno all’OASI.

Centinaia di cadaveri di zombi, che invece erano riusciti ad entrare, giacevano ammassati uno su l’altro, davanti alla nostra linea di fuoco.

Ma non eravamo assolutamente fuori pericolo.

Una decina di zombi era riuscita ad oltrepassare le nostre fila, e, adesso, scorrazzavano liberi all’interno dell’OASI.

E poi c’era un’altra emergenza, più subdola e pericolosa: molti uomini erano stati morsi durante le prime fasi dell’attacco e, dopo essere fuggiti dalla zona di combattimento, si erano rintanati da qualche parte. Sicuramente qualcuno si era già trasformato e stava diffondendo il virus.

Ci dividemmo in 10 squadre, ognuna capeggiata ovviamente da uno di noi, e cominciammo a pattugliare l’OASI palmo a palmo, cercando di scovare ed eliminare gli zombi infiltratisi.

E quella fu l’ultima volta che vidi Furia!

Con la mia squadra stavo pattugliando l’ala est, quando notai che la porta dell’abitazione del senatore Rusitani era spalancata.

Feci circondare l’edificio e, insieme ad un giovane volontario, cautamente entrai.

Trovai Rusitani nella camera da letto.

Era disteso a terra, in un lago di sangue, con lo stomaco squarciato.

E sopra il cadavere del senatore c’era lui, Furia! Continuava ad estrarre le viscere fumanti del morto e, dopo averle lacerate, le lanciava sulle pareti, formando dei macabri affreschi scarlatti.

Furia percepì la nostra presenza e ringhiando si voltò, cominciando ad incedere lentamente verso di noi.

Il giovane miliziano che era al mio fianco sparò, scaricando sulla testa dello zombie l’intero caricatore della sua pistola automatica. Tutti i colpi rimbalzarono sul casco anti proiettile e non fermarono la sua avanzata.

Afferrai il fucile a pompa, lo armai e sparai due colpi indirizzati sulle ginocchia del morto vivente. Le articolazioni esplosero e Furia cadde in ginocchio.

Mi avvicinai cautamente e, con la canna del fucile, agganciai un incavo del casco che indossava. Furia non fece alcuna reazione. Con una mossa repentina e decisa, facendo leva con il fucile, feci saltare il casco, lasciando scoperta la testa del Colonnello.

Lui reclinò il capo sulla sinistra e mi piantò addosso quegli occhi vitrei, colmi di rabbia…e di tristezza.

Non esitai. Scarrellai l’arma inserendo il colpo in canna e, dopo aver poggiato la bocca del fucile sulla fronte dello zombi…feci fuoco!

La testa di Furia si disintegrò completamente, ed il corpo decapitato cadde a terra con un tonfo sordo.

  • Capitano, ma quello zombie era…il Colonnello Furia?” – mi chiese incredulo il ragazzo.

  • No” – risposi –“…gli Zombi non hanno un nome”.

Questo è il resoconto di quanto accaduto.

La battaglia ancora infuria dentro l’OASI.

Scopriamo focolai del virus da ogni parte. Appena ne debelliamo uno, ecco che urla di terrore e colpi di arma da fuoco ci segnalano la presenza di altri contagiati.

E’ scattato il coprifuoco.

Stanno tutti rintananti dentro le proprie abitazioni. Squadre di bonifica pattugliano le strade, controllando casa per casa e sottoponendo gli abitanti ad ispezione corporale. Chiunque viene sorpreso a girare per l’OASI viene immediatamente abbattuto.

Viviamo tutti nel terrore.

Anche io mi sono rintanato nel mio ufficio.

Non riposavo da oltre 48 ore e mi sono preso un pausa. Ma la speranza di riuscire a dormire si è rivelata vana. E allora ho deciso di scrivervi.

Sappiate che, comunque vada, questo è l’ultimo DIARIO DI GUERRA che leggerete.

Non ho voglia di continuare a informarvi di quanto accadrà. Né ho voglia di leggere le vostre relazioni… tanto è tutto inutile.

Metterò il punto finale e staccherò per sempre la spina.

Non so se riusciremo a riappropriarci dell’OASI, o se moriremo tutti nel tentativo, o se saremo costretti ad abbandonarla.

Chi vivrà vedrà…e chi non vivrà, risorgerà a vita eterna.

La storia finisce qui, qui dove è iniziata e finita la vita di Furia, del Comandante Furia, l’uomo che visse e morì due volte, l’uomo che sfidò l’apocalisse.

E’ assurdo…ma malgrado quello che è successo non riesco ad odiarlo. Mi piace pensare che Furia abbia voluto darci un ultimo messaggio. Che si sia “sacrificato” per ricordarci che non dobbiamo mai arrenderci, non dobbiamo mai sentirci al sicuro. Mai… finché non avremo debellato completamente l’epidemia in tutto il mondo. E per farlo dobbiamo combattere, combattere ininterrottamente, senza tregua, combattere finché ci sarà anche un solo morto vivente che vaga sulla terra.

Ma io non ce la faccio più, sono stanco, completamente svuotato.

Come sarebbe facile, adesso, lasciarmi andare, mollare tutto, dormire profondamente aspettando la fine, sprofondare nel nulla.

Non ho la sua forza, il suo carisma, la sua rabbia, la sua fredda determinazione…la sua pura follia.

Sono solo un uomo. E come ogni uomo sono debole e incapace di affrontare questa immane catastrofe. Faccio parte di quel genere umano che Furia disprezzava.

Forse qualcuno di voi, in ascolto, spera ancora nella salvezza, e vorrebbe incitarmi a non mollare, a proseguire la guerra, a riprendere lì dove Furia aveva interrotto.

No. Comunque vada non lo farò.

Non fate affidamento su di me.

Se sperate nell’avvento di un uomo che possa cambiare l’epilogo del nostro disperato destino, che possa risollevare le sorti del genere umano, che possa sconfiggere gli invasori e riportare la razza umana a riappropriarsi del pianeta… quell’uomo non sono io.

quell’uomo non c’è più.

.si salvi chi può.

FINE

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2 thoughts on “DIARIO DI GUERRA NR 12

  1. Nicola Furia ha detto:

    … e con questo brano interrompo la mia collaborazione con TSD.
    Ovviamente continuerò a seguirvi con piacere e a lasciare i miei commenti sulla pagina di FB.
    E’ stato un piacere fare questo viaggio con voi (Furia, da vecchio soldato, avrebbe detto: “è “stato un onore combattere al vostro fianco”), ma ritengo che tutto quello che volevo esprimere sono riuscito, bene o male, a tirarlo fuori (forse…pure troppo).
    Nel personaggio del Colonnello c’è molto di me, ed inevitabilmente dovrò continuare a convivere con Furia (quello che Dexter chiama il “passeggero oscuro”).
    Grazie alla vostra iniziativa ho potuto dare libero sfogo alle mie fantasie apocalittiche, e spero di non avervi annoiato.
    Un ringraziamento particolare agli ideatori di questo blog dove ci si può “lanciare” nella scrittura collettiva… Bravissimi! State dando la possibilità a tanti di noi di cimentarsi nella scrittura e nello sperimentarne il piacere (e nell’epoca dell’apparire e della forma senza sostanza, non è poca cosa).
    Un saluto speciale a Licia (il crossover con Furia è stato intenso e bellissimo)… se Furia non l’avesse “allontanata” dall’OASI, forse avremmo letto un finale diverso (…ma io odio i finali lieti).
    Un saluto anche a Ivan Zamorano (i “fuori onda” con lui mi hanno spesso ispirato).
    E un salto finale a Felix “il cinico” (anche con lui mi sarebbe piaciuto un crossover…se il cinico raggiungeva l’Oasi, Furia avrebbe avuto solo due alternative: o lo avrebbe fatto fucilare o lo avrebbe nominato Generale).

    Detto ciò, l’anima maledetta di Furia si congeda e vi saluta definitivamente.

    …ma se un domani dovreste sentire il bisogno di far scendere in campo le “Jene di Furia”, provate pure a chiamarle… forse verranno… ma se lo farete, sarà a vostro rischio e pericolo.
    In bocca al lupo a tutti i sopravvissuti

    il fu Nicola Furia.

  2. Ivan Zamorano ha detto:

    Da località Riale circa 2000 m slm.
    Capitano Nero la prego di sparare delle salve per me alla memoria del comandante.
    Stavo per postare quanto mi è successo in questi mesi, e a quello che ho scoperto sui puzzoni, ma il comandante non ha voluto aspettare, come ha detto qualcuno in odore si santità, per quanto possa valere questa parola, è sceso dalla croce troppo presto.
    Ora tocca a lei Capitano, si carichi l’onere del comando e vada avanti.
    Posterò appena possibile quanto scoperto, non ci abbandoni anche lei.
    Addio comandante Furia, in un certo senso è stato un onore servire sotto il suo comando…

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