SEGNI DAL FUTURO – Parte Prima

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14 febbraio 2013 di thesurvivaldiaries

Coma
Da qualche parte

La neve fresca ha rallentato il mondo. Erano anni che non nevicava così abbondantemente da queste parti. Abbiamo trovato riparo in un vecchia cascina abbandonata. Eravamo completamente esausti, infreddoliti e affamati.

Nella piccola stalla accanto alla cascina c’era del fieno, il vecchio Larum ha apprezzato. Dopo aver recuperato un ascia e una sega da un armadietto arrugginito, sono andato a ispezionare l’interno.

Un calcio alla porta di ingresso e sono stato accolto dal buio e dal silenzio assoluto. Sembrava tutto così tranquillo, forse pure troppo.

Nella cucina ho trovato dei barattoli: fagioli, piselli e crauti. Erano ben conservati, scaduti ma ben conservati. Niente inquietanti rigonfiamenti. Comunque per sicurezza, dopo aver acceso la stufa, ho messo su un po’ di neve in una pentola e li ho fatti bollire.

Avrei dovuto prima ispezionare la casa ma la debolezza e i morsi della fame hanno rallentato la mia percezione del tempo e del pericolo. E quando ho sentito muoversi qualcosa all’interno della cascina, c’ho messo un po’ a realizzare dove mi trovavo.

Era come un suono metallico. Ripetitivo. Allora ho afferrato l’ascia e avvicinandomi ad una porta vicina alla cucina, ho appoggiato l’orecchio al legno. Il rumore proveniva da là. Ho piegato la maniglia e la porta s’è aperta subito.

Una scala completamente al buio che saliva alle stanze superiori.

Dopo un attimo di indecisione, sono tornato vicino alla stufa, ho legato una fascina di rametti e dopo aver dato fuoco alla estremità sono salito per la rampa di scale.

Un corridoio con tre porte chiuse.

La buona notizia era che non serviva ispezionare tutte le stanze per capire da dove veniva quel rumore. Mi è bastato osservare le maniglie delle porte. Due ferme e la terza che si muoveva su e giù. Emettendo appunto quel rumore metallico e ripetitivo.

Sono rimasto fermo per un po’ senza sapere cosa fare.

Il corridoio si stava riempiendo di fumo per via del fuoco, ho iniziato a tossire e allora mi sono avvicinato alla porta e stringendo l’ascia nell’altra mano ho sferrato un calcio all’altezza della serratura. Ma la porta non si è mossa di un millimetro. E la maniglia continuava il suo sali e scendi.

Illumino bene il telaio e mi accorgo solo in quel momento che la porta si apre all’interno del corridoio. Un genio insomma. Appoggio un piede alla parete, strattono forte la maniglia e al terzo tentativo la porta cede.

La prima cosa che ho notato era un braccio e una mano che ciondolavano attaccati alla maniglia interna.

Il padrone del braccio invece era in piedi davanti a me. E da come digrignava i denti non sembrava molto felice che lo avessi aiutato ad aprire la porta.

Era un vecchio rachitico, e se non fosse stato che non dimostrava nessun interesse per il suo braccio penzolante alla maniglia neanche lo avrei capito che si trattava di uno zombie.

Ha mosso verso di me e io l’ho abbattuto subito infilzandogli la lama dell’ascia tra i due bulbi oculari. Szoch ed è caduto di schiena.

Nella stanza c’era pure la moglie del vecchio. Legata con delle corde alle sponde del letto. Zombie pure lei.

I cassetti degli armadi e dei comodi erano sottosopra. La famiglia che abitava la cascina era scapata via di corsa, forse sperando di trovare delle risposte da qualche altra parte a ciò che stava accadendo di marcio al mondo. E nella confusione s’erano dimenticati i vecchi a casa.

La nonna sembrava ancora lamentarsi del fatto. Grugniva, sbavava e sembrava parecchio incazzata. Ho sfilato l’ascia dal cranio del marito e ho posto fine ai suoi tormenti post mortem.

Siamo rimasti lì nella cascina per non so quanto tempo. Il fieno e i barattoli di conserve poi però sono finiti, e la neve s’è appiattita e congelata, pronta per essere calpestata senza più sprofondarci dentro fino al collo.

Non aveva più scuse e allora ci siamo rimessi in cammino.

E’ stato un lungo viaggio. La neve ha ricoperto tutto, rendendo l’altopiano tutto uguale. Abbiamo girato a lungo senza realmente sapere dove andare. Ero scoraggiato e ad un certo punto ho smesso di preoccuparmi e di chiedermi se saremmo mai riusciti a tornare a casa.

Sembrava tutto così assurdo.

Eravamo come un’unica ombra allungata e ingobbita che vagava in un pianeta alieno.

Poi Larum ha annusato qualcosa, ha iniziato a risalire un sentiero e non si è più fermato. Io ho chiuso gli occhi e mi sono fatto trasportare. Dopo un giorno intero di cammino s’è fermato di scatto e allora ho riaperto gli occhi.

Sono a casa.

Davanti a me c’è la barriera che chiude e difende il nostro paese verso nord. Una barriera di auto e vari rottami sorvegliata dalle sentinelle di Grizzly.

Solo che le sentinelle non ci sono.

Lego Larum al paraurti di quello che sembra un furgone arancione e decido di proseguire a piedi. Scavalco i rottami e mi metto in piedi sulla barriera. Nella neve fresca non ci sono orme.

Niente fumo dai cumini dei bunker giù in paese.

Discendo giù e osservo la misera ascia che stringo in mano. Penso che forse avrei fatto meglio a non tornare. Poi però mi tornano in mente Grizzly e i Bettin, allora mi faccio forza e proseguo.

Passo vicino al Bunker 1, pure qui non ci sono orme. Salto la recinzione e mi fermo impietrito davanti alla porta blindata divelta in due dall’esterno.

Deglutisco, stringo l’ascia ed entro.

Il sangue mi si raggela. Dentro c’è il caos completo. Fori di proiettili, schizzi di sangue e strani disegni sulle pareti. Chiamo, urlo ma nessuno mi risponde. Il buio rende difficile decifrare quei segni lasciti ovunque e il pensiero dei Bettin e del Bunker 3 mi offuscano ogni pensiero.

Con il cuore in gola, esco e inizio a correre.

                                                                             CONTINUA

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