La ballata del Puma

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13 febbraio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Adamo Dagradi]

Ti ho ascoltato, Guile. Non volevo ma ti ho ascoltato. Non per me, per Amanthi e i bambini. È necessario che li sappia al sicuro. O almeno che possa illudermene.

Quella troia veneziana che ha postato il video sul blog mi ha tolto la corrente. Tre giorni al freddo e al buio. Non è stato il freddo a convincermi a fare quello che ho fatto.

Il buio sì.

A lampioni spenti e cielo nuvoloso Verona è diventata un fondo di botte. Roba da non riuscire a muovere un passo. Una vasca di catrame piena dei mostri di Rosa.

Qualche mese fa mia cugina è riuscita a mandarmi un’email. C’erano informazioni riguardanti la mia famiglia, rimasta bloccata nella casa al mare.

Mio padre era stato infettato e aveva mangiato moglie e figlia. Aveva finito il lavoro svolto per decenni da sano. Mia cugina, che abita al piano di sopra con i figli, era riuscita a chiuderlo in casa dove, per quello che ne sapeva, il vecchio stava ancora in agguato.

Mi scriveva anche che, lì vicino, si era creata una comunità sicura. Un antico villaggio di pescatori. Collegato al mondo da una sola strada, fatta brillare con diversi quintali di esplosivo. Il resto sono sentieri di montagna, troppo remoti e scoscesi per gli Zulu. Oppure il mare. Profondo e agitato, il fondale coperto di rocce aguzze. Niente a che vedere con la laguna di Venezia.

Appena è tornata la luce ho deciso. Sarei partito. Ecco il perché del mio recente silenzio. Avrei portato laggiù i miei amici. Ma come viaggiare per centinaia di chilometri in un mondo post-apocalittico, popolato da mostri affamati?

La risposta ce l’ho avuta davanti per un anno. Tutte le volte che mi muovevo in bici per andare in centro a fare razzie. Un blindato Puma 6×6 dell’esercito, in mezzo a Piazza Vittorio Veneto. Sapevo anche che era abitato. Ogni volta che ci passavo vicino c’era qualcosa di diverso. L’impronta di uno scarpone infangato sulla fiancata. La mitragliatrice ruotata di qualche centimetro. Profumi di caffè o di sugo che aleggiavano vicino ai portelloni.

Il sergente Nino Schifano si è rivelato un bravo Cristo. Un po’ sospettoso, dapprincipio. Non parlava da mesi. Viveva come un animale, rintanato nella sua tana di acciaio. Non sapeva dove andare o che fare. Sopravviveva.

La prospettiva di uno scopo e di compagnia l’hanno fatto rinascere. Credo che, strada facendo, si sia innamorato di Amanthi. Meglio così, spero che si prenda cura di lei e dei ragazzi. A me interessavano le sue abilità di pilota e il suo pieno di gasolio. 700 chilometri di autonomia e nessuno che potesse fermarci.

Per tre giorni abbiamo pianificato il percorso. Niente autostrade. Minimizzare i rischi di dovere fare dietrofront per colpa di code di auto abbandonate. Solo statali di campagna e Appennino. Cibo e acqua sufficienti per una settimana. Nessuna previsione di uscire, durante il tragitto. Il Puma non ha finestrini: ci sono quattro schermi collegati ad altrettante telecamere esterne che mostrano al pilota ciò che lo circonda, a 360 gradi. Un botola di emergenza sul fondo ci è servita da gabinetto. Strada facendo Schifano mi ha insegnato a guidare, giusto in caso.

Che viaggio! Amici miei sopravvissuti e sopravviventi. Le cose che non abbiamo visto. Incubo, delirio, allucinazione. Non saprei. Da tempo non mi fido di ciò che credo di vedere.

Già all’uscita di Verona ci ha salutato uno Zulu femmina, Un esoscheletro di ferro arrugginito la bloccava nella posizione preferita dalle autostoppiste dei film: gamba all’infuori, coscia scoperta, braccio teso con pollice all’insù. Al suo collo un cartello: “Con voi dovunque andiate”.

Lo so, Rosa, lo so.

Quattro schermi: il reality infinito dell’Italia post Zulu. Non ho staccato gli occhi da loro per giorni e notti intere. Visione diurna. Visione a infrarossi. Visione termografica. Tutto il ben di Dio delle moderna tecnologia bellica al servizio del nostro tour. Tutto silenzioso, distante. Irreale.

Ho visto una città senza nome assediata da un esercito di ombre.

Ho parlato col Presidente di una nuova nazione e col Papa di una nuova religione.

Ho sentito corni barbarici suonare tra le brume degli Appennini.

Ho visto un prete dire messa a un branco di cani randagi.

Ho spiato nuovi predatori, peggiori degli Zulu e degli esseri umani, muoversi furtivi nella nebbia

Ho visto campi sconfinati coperti di corvi.

Ho confessato i miei peccato a uno stilita.

Ho visto una Zulu portata in processione da una congrega di bambini.

Ho ascoltato i Creedence passando con sei ruote motrici su una tappeto di carne affamata.

Ho trovato l’ultimo autogrill aperto d’Italia.

Ho dormito con Marilyn Monroe, cantato con Frank Sinatra, sparato con Buffalo Bill e guidato come Niki Lauda.

Ho imparato Moby Dick a memoria.

Ho ucciso mio padre con la sua Smith & Wesson mentre mi caricava, agile come non mai, la bocca ancora sporca del sangue più sacro.

Ho consegnato i miei amici e quello che restava della mia umanità alle mani callose di un pescatore, tese al di là di una barricata che non attraverserete mai, untori di merda.

La comunità esiste.

Volte sapere dov’è, cari amici e nemici? Venite a chiedermelo.

Vi scrivo dal computer del Puma. Sono fermo davanti a un cartello bianco con su scritto: Verona.

Qualcuno ci ha aggiunto, col sangue: “abitanti 0”. Sbagliato.

Abitanti 2.

Io e te, Rosa.

Dì la verità? Non te lo aspettavi.

Sono tornato.

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