La missione 8 – … Vieni, c’è una casa nel bosco!

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12 febbraio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Licia]

Likcia?!”

La voce , rauca e soffocata, veniva dalla mie spalle e sembrava umana.

Quella voce, vagamente familiare, sciolse il mio gelo.

Mi voltai e fui felice di vedere ciò che avevo davanti agli occhi.

Wolff, il lupo, il tipo strano che avevo rischiato di ammazzare qualche giorno prima, era lì !

Lkcia, was machst du hier? What are … cosa tu here?” mi parlava guardandomi con I suoi grandi occhi azzurri, pieni di luce, ed intanto aveva preso le mie mani fra le sue. Erano calde ( buon segno!). Non avevo capito un cazzo di ciò che mi aveva chiesto ma gli sorrisi, senza staccare i miei occhi dai suoi e stringendo forte le sue mani grandi e ruvide.

Ciao, Wolff, che bello vederti!”- dissi – “ Ciao!- ripeté con quel suo accento strano ricambiando il mio sorriso.

Per parlarmi senza alzare troppo la voce si era chinato , era altissimo, almeno 40 cm più di me. Poi si raddrizzò e guardò rapidamente intorno, corrucciando la fronte e stringendo gli occhi, come per vedere meglio.

Da lontano giungeva l’eco assordante di strazianti gemiti .

Go, Likcia, go! “ – disse serio con un’espressione preoccupata – e cominciò a camminare con le sue lunghe gambe senza lasciare la mia mano. Lo seguii in silenzio, camminavo cercando di tenere il suo passo e voltandomi continuamente per constatare se quelle merde erano vicine

I loro versi disumani avevano un suono terrificante, che rimbalzava tra gli alberi producendo una strana eco, ma non riuscivo a vederli.

Probabilmente erano ancora lontani.

Wolff procedeva spedito e sicuro, dirigendosi nuovamente verso la parte più fitta del bosco, non aveva alcuna incertezza, come se conoscesse bene quel sentiero. Ora il percorso si faceva ripido e sassoso, i miei anfibi avevano la suola consumata e scivolavo sul terreno umido. Più di una volta Wolff fu costretto a tirarmi su, ero già stanca per la fuga di poco prima ed erano giorni che non mangiavo qualcosa che meritasse di essere chiamato cibo: avevo davvero poca energia!

Per fortuna lui sembrava forte, sembrava quasi non avvertire il peso del mio corpo, mi trascinava e mi reggeva come se non percepisse nemmeno le mie incertezze e le mie scivolate, senza nessuna titubanza o indugio nella sua andatura.

Wir sind fast da, Likcia! “ disse senza voltarsi e proseguendo con le sue grandi falcate.

Anche questa volta non avevo capito nulla, ma ebbi la sensazione che volesse rassicurarmi.

Giungemmo così davanti ad una vecchia casa di pietra grigia, sembrava una di quelle tante case cantoniere disseminate sul nostro territorio. Fatiscente, quasi invisibile così com’era aggredita dalla vegetazione spontanea e selvaggia. La porta era stata murata ed anche tutte le finestre del piano terra. Si voltò è mi fece segno di aspettare in silenzio, rapido, sollevò una specie di coperta fatta di tela di sacco, che si mimetizzava benissimo con il colore del sottobosco, prese un scala a pioli di legno e l’appoggio alla ringhiera di ferro del balcone posto al primo piano.

Io salii per prima, quando fui arrivata ,scalando i pioli a 2 per volta, mi raggiunse. Tirò su la scala ed entrammo: finalmente potevamo riprendere fiato.

Nella stanza arredata con pochi mobili semplici e sgangherati, c’era un tepore rassicurante e disegni, bozzetti, colori e fogli, pennelli sparsi dovunque.

Tutto quel colore e quella puzza di trementina mi fece sentire a casa!

Da quanto tempo non disegnavo più…sembravano secoli.

Mi guardavo intorno e osservavo Wolff mentre con gesti metodici sprangava la finestra, stendeva e sistemava un tappeto logoro lungo l’apertura del vecchio balcone per impedire al freddo di entrare. Si muoveva come se fosse solo, quasi dimentico della mia presenza. Questo mi mise a mio agio e mi lasciai cadere su una vecchia poltrona , sprofondando rumorosamente nella seduta sfondata.

Scoppiai a ridere, una risata nevrotica e liberatoria, ridevo e non riuscivo a smettere di ridere, con gli occhi chiusi e la testa reclinata sulla spalliera.

Ridevo. Finalmente.

Wolff mi venne vicino e con la mano mi sfiorò la guancia.

Aprii gli occhi, mi guardava con un’espressione piena di tenerezza e si mise a ridere pure lui.

Poi riprese la sua attività.

Andò nella stanza affianco, lo sentii trafficare con un accendino, riapparve dopo un po’ reggendo un vassoio con sopra due tazzoni spaiati. Si sedette a terra, su un cuscino rosso cremisi di velluto, poggiò il vassoio e mi porse una delle due tazze, quella azzurra.

Thè verde, caldo, ristorante: che meraviglia!

Mi sembrava di essere in paradiso!

Non mi ricordavo nemmeno da quanto tempo non bevevo qualcosa di caldo.

ist bitter! Piace? “

Bitter? Ma che dici, è the!” – risposi riprendendo a ridere – “ Certo che mi piace!” Bevevo tenendo la tazza stretta tra le mani, per riscaldarmi, e quella sensazione era piacevolissima.

Yes, the! “ – rispose – “aber, no zucker, bitter, piace?

Senza zucchero…. Amaro” – “ amaro, bitter! “ – “ Si, bitter, mi piace molto!”.

Eravamo riusciti a capirci e ci sorridemmo come due ragazzini.

Ultimata la sua bevanda, Wolff si alzò, prese dalla tasca un elastico, si legò i lunghi capelli neri che gli ricadevano continuamente avanti agli occhi, e si diresse nella stanza adiacente.

Io cercai il bagno, non fu difficile trovarlo. La porta era scardinata, quindi l’accostai appoggiandola allo stipite, aprii il rubinetto del lavandino, usciva un filo d’acqua, mi lavai il viso cercando di ripulire le ferite.

Avevo una faccia orribile con delle occhiaie spaventose.

Indugiai osservando il mio volto riflesso nello specchio scrostato, stentavo quasi a riconoscermi. Sul lavandino c’era una forbice, la presi e cominciai a tagliarmi i capelli. Non so perché lo feci: ci tenevo tanto ai miei capelli lunghi !!! Prima tagliai solo le punte e poi, a poco a poco, diedi sforbiciate sempre più audaci e convinte. Quando l’ultima ciocca cadde, rialzai lo sguardo per constatare il risultato.

Bene!

Vidi la stessa faccia di cazzo con i capelli corti, sembravo un porcospino.

Bene!

Sarebbe stato più semplice lavarli.

Si avrei proprio dovuto lavarli, prima o poi, perché i pidocchi proliferavano indisturbati : gli zombi non li trovavano per niente appetibili!

Raccolsi le ciocche e le buttai nel bidone. Scostai la porta e tornai nella stanza che mi aveva accolto. Sulla sedia di legno scolorita c’era un plaid scozzese, puzzava di naftalina, mi sedetti, questa volta adagio, sprofondando lentamente nella poltrona, mi avvolsi con cura nella coperta rannicchiandomi in posizione fetale.

A poco a poco il tepore mi abbracciò, chiusi gli occhi e mi addormentai.

Avevo bisogno di recuperare le mie forze, quegli ultimi giorni avevano devastato la mia anima ed il mio corpo.

Quando mi svegliai era ancora giorno.

Di Wolff nessuna traccia.

Mi alzai ed andai a cercarlo. Entrai nella stanza in cui era sparito e lì, al centro, c’era una botola. Mi sporsi curiosa ed anche un po’ preoccupata.

In fondo chi cazzo lo conosceva?

Questa volta non potevo e non volevo fidarmi ciecamente.

Ormai avevo imparato la lezione e me la sarei ricordata.

Cominciai a scendere.

Sentivo rumori metallici, di martellate, ed una puzza di bruciato.

Procedevo adagio, cercando di non far rumore, poi mi fermai ed istintivamente mi toccai dietro la cintola – “ Si, la pistola è ancora lì! Meno male!” – . Avevo seguito questo strano uomo, la situazione lo richiedeva, ma ora Licia, scetate a stu suonn!

Quando arrivai in fondo alla scala lo vidi.

Era lì con una mascherina intento ad armeggiare vicino ad un aereo da gran turismo.

Proprio in quel momento spense la saldatrice, tolse gli occhiali , si accorse di me e mi guardò con quella faccia da lupo ed un espressione sorpresa.: – “ Hair ? Caput ? ! ”- “ Yes!…caput! “ risposi imbarazzata.

Era sudato e sporco, ma cazzo se era bello anche così!

Likcia, aber du getan hast? – e rise.

Ma che stai dicenn? Ma che lingua parli? …- mi concentrai – You speak ? – e indicavo lui con il dito…insomma sembravo Totò!

Ich spreche deutsch…. I speak german!”

Aeh, si tedesch ! Mamma mia, ci mancava pure questa!”

Mama mia? “ e con un’espressione interrogativa attendeva una risposta.

Si, mamma mia, Wolff…Doic… tedesco…” e roteai la mano.

La sua faccia era disarmante…. Allargò le braccia, come a dire – “ Embè?”- fece spallucce mi indicò -“ italliana”- poi indicò se stesso -“ tetesco” – e poi indicò con la mano sinistra furi – “ Zompi”- fece di nuovo spallucce -“ The world, life… reality, Likcia!”- .

Ah, ma parli pure inglese…speak inglisch! “

You speak inglish?”

No, Wolff, io parlo solo italiano, napoletano e en peux de francais! “

Va pbene, good! Worte dienen nicht! Parole… nothing, nada….no?”

Si…niente parole!” ripetei sorridendogli amaramente ed abbassando lo sguardo.

Ripensavo alla sera precedente e ai miei compagni che forse non avrei più rivisto.

Si avvicinò e con la mano mi sollevò il mento in modo che lo guardassi. “O.K?” Annuii. Mi scompigliò quei capelli schifosi e sporchi che avevo, e poi si avviò sulla scala per risalire facendomi segno di seguirlo.

Si lavò le mani e preparò da mangiare. Un piatto di pasta con olio e tonno! Vino rosso e lume di candela: c’era una sola lampadina a risparmio energetico e si trovava in cucina.

Mangiammo in silenzio.

Di tanto in tanto ci guardavamo e sorridevamo. – “Piace?” – chiese ad un certo punto – “Good, grazie! Sei un angelo! “ – . Intanto cercavo di trovare il modo per domandargli a cosa serviva quell’aereo…

Cazzo, l’avevo sempre detto che volevo imparare l’inglese!

Mi concentrai cercando di pescare dalla memoria e mettere insieme quelle poche parole che conoscevo e poi mi feci coraggio -“ Wolff, where fligt? “ – dissi mimando con le braccia il volo di un areo.

Fligt? For Edimburgo! “ rispose serio imitando il mio tentativo di mimare un aereo.

You go Edimburgo?”-

Yes, I go!” e sorrise.

Bevemmo ancora facendo più volte toccare i nostri bicchieri : eravamo un po’ brilli. Poi mi chiese “ you go wid me Edimburg? Si, Likcia? “ –

E che dovevo rispondere?

Che ci andavo a fare a Edimburgo? E lui perché andava proprio lì?

Con quel casino che c’era dentro e fuori…mica potevamo starcene lì a fare progetti per girare il mondo come due adolescenti desiderosi di avventure!

Alzai le spalle, come a dire che non lo sapevo.

Allora scattò in piedi e cominciò a rovistare fra le carte, i disegni le matite e i piatti sporchi che c’erano sul tavolo. Alla fine in quel marasma, in quella confusione pazzesca, riuscì a trovare quello che cercava, prese un foglio e me lo porse.

La luce era poca e facevo fatica a leggere. Wolff venne a sedersi accano a me reggendo in mano un’altra candela, e rimase in attesa scrutando di tanto in tanto la mia espressione.

Si trattava di una mail scritta in inglese ed in spagnolo, le lingue più diffuse. Era a firma di un certo prof. Ronald Schrek ed era stata poi girata a varie persone.

Chissà chi era questo professore…

Dunque, non riuscivo a decifrare tutto, ma in pratica si diceva che era stata avviata una ricerca per tradurre il testo d antichi manoscritti druidi ritrovati fortunosamente alcuni mesi prima nella biblioteca dell’università di Edimburgo.

In questi manoscritti si faceva riferimento a delle particolari pozioni utilizzate dai sacerdoti, misture, intrugli, e venivano descritti gli strani effetti che producevano. Proprio sugli effetti prodotti erano in corso le sperimentazioni.

Pare venisse utilizzata una particolare erba…

Ma si!

Doveva trattarsi di quella stessa erba di cui aveva parlato Elisa sul Blog!

La mail si concludeva con un invito rivolto ad alcune persone affinchè entrassero a far parte di questo gruppo di ricerca. Lessi i nomi a cui era stata girata. Quello di Wolff non c’era, ma con mia grande sorpresa nell’elenco trovai il nome del Prof. Lucio Jossa.

Lucio, si, il mio ex amico Lucio…Cazzo!

Ma quello stronzo non ci aveva detto niente. Perché ?

Guardai la data: era addirittura antecedente alla nostra spedizione all’Oasi!

Che razza di merda…

Ecco perché erano giorni e giorni che non permetteva a nessuno di utilizzare il computer!

Ogni volta tirava fuori una scusa diversa…

Ma quale poteva essere la ragione per la quale non ci aveva informati di questa importante notizia???

Cosa aveva da nascondere?

Quali erano i suoi piani?

Non ci stavo capendo più niente!!!

Evidentemente dalla mia faccia trapelava lo stupore, l’incazzatura ed anche la preoccupazione…

Wolff, infatti, mi guardava con un’espressione stranita.

E come gli spiegavo il casino che avevo in testa in quel momento ?

Praticamente impossibile !

Anche se avessimo parlato la stessa lingua, avrei avuto serie difficoltà a fargli comprendere tutto quello che stavo elaborando nel mio cervello.

Decisi quindi di fingere e con lo stesso sorriso idiota di poco prima gli dissi semplicemente – “ Perciò you go from Edimburgo?” – “ Si, i go!” – rispose con tono inespressivo.

Poi prese il foglio, si alzò e lo rimise sul tavolo da cui lo aveva pescato poco prima.

Era perplesso, pensieroso: aveva capito che qualcosa in ciò che avevo letto mi turbava profondamente.

Si sedette nuovamente di fronte a me, rullo due sigarette e me ne porse una. Finimmo in silenzio il vino fumando, ognuno assorto nei propri pensieri.

Guardavo il fumo che risaliva verso il soffitto con spirali imprevedibili, improbabili come tutto quello che mi stava accadendo.

Inaspettatamente mi sentii stringere dal freddo : come se lo schifo e la paura mi cingessero in un abbraccio mortale che mi toglieva il respiro.

Cosa sarebbe successo agli altri ora che avevo scoperto che Lucio era un infame?

E cosa potevo fare?

Ripensavo agli ultimi giorni.

Ripercorrevo a ritroso tutti gli accadimenti cercando di ricordare ciò che aveva detto e fatto Lucio.

In effetti il suo comportamento era stato strano … Molto strano…

Ed anche quella battuta da bordello di infima categoria durante la litigata non era da lui !

Ora che ci riflettevo mi sovveniva che lui, proprio lui, era stato l’unico ad opporsi quando avevo chiesto di poter prendere un’arma adducendo una serie di stupide scuse!

Ma perché? Perché l’aveva fatto ?

Cosa poteva averlo spinto ad agire così?

E Lello?

Non si era accorto di nulla oppure era a conoscenza di tutto e condivideva con lui questo segreto?

Assorta nei miei pensieri, avevo dimenticato completamente Wolff.

Lo cercai con lo sguardo, ma era andato in cucina forse a mettere un po’ in ordine.

Andai da lui, volevo chiedergli se potevo utilizzare il PC che avevo visto sul tavolo. Ma non riuscivo a farmi capire ( cazzo!), allora lo presi per mano e lo condussi nella stanza, indicai il computer dicendo “ Posso?”. Annuì e tornò alle sue occupazioni.

Era pensieroso e distratto, ma non avevo né la voglia né la possibilità di chiedergli cosa gli fosse preso.

-“ E saranno pure cazzi suoi !” – mi dissi, mentre trafficavo per accendere quel pc e verificare se c’era la connessione.

Niente da fare.

Le provai tutte: l’accesi, lo spensi, lo spostai, lo mandai affanculo…

Niente, non dava segni di vita!

Ci avrei riprovato più tardi.

Wolff, i go slipper !” – urlai – “O.K.” – , fu la sua laconica risposta.

Mi sistemai alla men peggio sulla poltrona scolorita lasciando per lui il divano. Non mi era parso di vedere un letto, forse si trovava al piano terra, quello murato, ed onestamente era già tanto avere una comoda seduta e quel plaid.

Sapevo che sarebbe stata un’altra notte insonne, ne ero certa, tanto valeva approfittare di quel momento di torpore che il vino mi aveva regalato.

Mi raggomitolai nella coperta e nei miei pensieri.

Ma il sonno non arrivava.

Ora c’era solo una domanda che come un martello pneumatico scavava nella mia corteccia celebrale e tormentava il mio cuore:

cosa devo fare ?”

Quando Wolff tornò nella stanza cercai di parlargli, di spiegargli…

Mi avvicinai al tavolo presi il foglio e volevo farmi capire: “my friend, Prof Lucio Jossa – ed indicavo il nome scritto sulla mail – no speak wid me…. Wai? I verry… preoccupata… cazzo come si dice?…. Help me friends!”

Wolff mi guardava corrucciando la fronte, aveva capito che ero in apprensione per i miei amici…ma penso che non riuscisse a comprendere il perché!

Accesi di nuovo il pc per vedere se c’erano notizie….ma quella cazzo di connessione non si attivava!

Wolff posò la sua mano sulla spalla “ Calm… calm down… tomorrow … “.

Forse aveva ragione lui : per quella sera non potevo fare nulla.

Avrei atteso il nuovo giorno.

Aspettare…. Aspettare ancora…

Ero al limite del mio limite di sopportazione!

Si, mi ero completamente scoglionata di avere pazienza, di avere paura, di avere la lucidità…

Non volevo sapere più niente!!!

Una persona come me, impulsiva ed istintiva come me, che doveva da mesi tenere a freno tutta la sua anima, tutto il suo dolore, tutto…

E perché?

Per difendersi da quelle merde fameliche che erano venuta a stravolgere ancora di più la sua vita da funambola?

Mò basta! “ – Mi dissi con forza e convinzione – “ Mò accido a tutte quante!”

Presi la mia giacca, controllai la pistola e stavo per partire alla riscossa…

Djanko mi faceva un baffo !!!

Wolff mi afferrò per un braccio – “ You’re crazy? “ – mi chiese guardandomi serio .

Si, so pazza, so asciuta pazza!!! Mi sono rotta , Wolff, o mi ammazzano loro o li ammazzo io…mò basta!” ed intanto mi divincolavo dalla sua presa.

Volevo uscire fuori, volevo farla finita, non me ne importava più un cazzo di un cazzo!

O io o loro, o la vita o niente!

Non volevo più essere una talpa, nascondermi, fuggire… sarei andata in contro ai morti viventi e li avrei affrontati : o vincevo o morivo…

A noi due zombi di merda ! Non mi fate paura!”

Mi divincolavo e urlavo.

Si, ero fuori di me completamente.

Wolff mi teneva stretta e cercava di dirmi delle cose, ma io urlavo contro di lui con tutta la mia rabbia e la mia disperazione – “ Ma che cazzo vuoi? Lasciami andare stronzo! Che te ne fotte di quello che voglio fare io? Levati dalle palle!! Lasciami andare, hai capito? Levami quelle mani di mmerda da dosso!!”.

A volte la follia ti da una forza che nemmeno tu sai di avere.

Lui era grande e grosso, forte, ma io riuscii a fargli perdere l’equilibrio e a catapultarlo per terra, con un balzo lo scavalcai ed ero già vicino alla finestra.

Il lupo non si perse d’animo, con un gesto repentino allungò la sua mano e mi afferrò per le caviglie, trascinandomi sul pavimento.

Ora era sopra di me, sentivo il peso del suo corpo, urlava “ Calm ! Calm down Likcia!” . Poi mi mollò un ceffone, e poi un altro… si, proprio come tante volte avevo visto fare nei film per tranquillizzare le persone in preda ad una crisi isterica.

E volte saperne una ?

Quella cosa degli schiaffi, quel gesto che nella mia mente non era altro che una stronzata megagalattica, funzionò davvero!

Dopo quei due ceffoni ben assestati, mi calmai.

Mi calmai e mi resi conto che stavo per fare una grande cazzata!

Mi calmai e capii che dovevo riflettere bene prima di agire… Si, dovevo pensarci bene e fare le cose con il cervello e non con la pancia.

Ok, ok Wolff…Ok, sto tranquilla, va bene, ok!”

Mi scrutò attento e poi mi lasciò libera…” Sorry Likcia!” – disse con tono sinceramente dispiaciuto.

Non ti preoccupare… va bene così!”.

Mi rialzai, mi tolsi la giacca e la rimisi sulla sedia.

Avrei aspettato domani.

Un altro giorno potevo concederlo all’apocalisse!

Mi misi a sedere nella poltrona.

Ma ero irrequieta, mi giravo e rigiravo, agitata dai miei dubbi .

Allora mi alzai e raggiunsi Wolff che intanto si era steso sul divano.

Anche lui ,come me, era ancora sveglio.

Mi inginocchiai accanto a lui e lo accarezzai piano, seguendo con le dita il contorno del suo volto, delle sue labbra….

Il lupo aprì gli occhi e mi fissò intensamente.

Con un’espressione piena di tenerezza e di stupore.

Sono le cose semplici quelle capaci di disarmare il cuore.

Quello sguardo mi avvolse, come una calda carezza e senza pensare più a nulla lo baciai.

Lo baciai sulla bocca, con gli occhi chiusi, respirando il suo odore.

Era da tanto che non baciavo qualcuno in quel modo.

Ma in quell’uomo c’era qualcosa che mi aveva fatto ricordare cosa fosse un uomo e cosa significasse avere accanto un uomo che si prende cura di te …

Con la sua semplicità e la sua disinvolta tenerezza mi aveva fatto ricordare cosa fosse l’amore.

Da quando Zeno era scomparso, non sapevo più di essere una donna .

Si. Non ci avevo proprio più pensato.

Ma li, quel giorno, quella sera, su quel divano, lo ricordai e fui felice di farlo e di farlo con lui.

Fu come ricongiungermi alla vita, quella vera.

Ed in quella stanza, stretta tra le sue braccia, avvinghiata al suo corpo, distrussi tutti i demoni, annientai tutti gli zombi e dimenticai l’apocalisse…

Ci addormentammo così, persi l’uno nell’altra.

E quella notte fu solo nostra!

The last night!

  • Continua –

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