La cattura

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1 febbraio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Fabrizio Astrofilosofo Melodia]

Sono solo, braccato

come un cane

e non mi muovo,

se abbaio muoio…

serro i denti e resto prono

mentre il suono dell’angoscia

sale e mi fa male…

Frankie Hi-Nrg MC, “La cattura”

Le note di Frankie Hi-Nrg MC martellavano pesantemente i miei timpani, molto meno della gragnuola di proiettili che m’inseguivano senza sosta.

Andavano a infrangersi sugli scaffali in metallo, dove i resti marciti o distrutti dei prodotti erano sparsi in modo irregolare e ammucchiati in ammassi tali da non far distinguere più nulla riguardo alla loro struttura originaria.

Il rimbombo degli spari delle pesanti armi automatiche si spandeva per tutto l’edificio vuoto di quello che un tempo era stato l’ipermercato “Panorama”, una costruzione squadrata e ampia, dalla pittura grigia come lo smalto per pentole, con un ampia entrata ad arco, che doveva costituire il benvenuto per le centinaia di visitatori che quotidianamente varcavano le porte scorrevoli dell’immenso centro commerciale.

I proiettili sbrecciavano tutti gli scaffali, trapassando dove potevano e come potevano, per fortuna mi stavo rifugiando dietro a quello che doveva essere stato il reparto elettrodomestici o computer, perchè i colpi subirono un brusco arresto, alzando polveri e quant’altro, con un gran tonfo secco.

Non mi ero tolto l’I-Pod dalle orecchie semplicemente perchè me la stavo letteralmente facendo sotto, avevo paura di essermela fatta nei pantaloni, pregai in cuor mio di potermi prendere un cambio e di lavarmi, se era giunta la mia fine, sarei morto con dignità.

«Ehi tu, coglionazzo! Vieni fuori, non farci perdere tempo a cercarti! Oltre la porta ti aspetta un esercito di non morti, tutti affamati e vogliosi della tua pelle di seta. Che ne dici? Facciamo l’accordo e ci dai la tua roba oppure ce la dobbiamo prendere con la forza?», si levò alta la voce dell’uomo con il cappello da cowboy e i vestiti in pelle, dai folti baffoni grigi e gli occhi di cobalto.

«Se posso chiedere una cortesia, baffone, mi potresti chiamare con il mio nome, per favore? Io mi sono presentato al contrario di voi! E se devo rimetterci la pelle per il contenuto del mio zaino e la mia bici, almeno vorrei sapere chi è lo stronzo che mi vuole carne morta», risposi, cercando di mantenere un tono sull’acidato andante.

“E che importanza ha? Oro benon, per quel cazzo che può valere un nome di questi tempi. Fabrizio, per favore, saresti cosi gentile da arrenderti e costituirti a noi? Ti prometto che ti uccideremo con garbo, dopo che ci avrai consegnato i tuoi bei progetti e il tuo materiale. Non fare il timido, non riusciresti mai a sopravvivere all’orda che sta raschiando le porte corazzate. Tutto l’immenso parcheggio è completamente colmo di zombie lamentosi. Ah, dimenticavo. Io sono Bepi Cuciaro, mentre gli altri due sono mio genero Adelino e la donna alta e secca come un palo della luce è sua moglie Francesca, mia figlia. Contento, adesso?”, rispose Bepi.

Non più di tanto, pensai tra me. Purtroppo la situazione era davvero peggiorata notevolmente da quando avevo lasciato Mira, due giorni e quindici chilometri addietro.

Avevo lasciato la mia casa dopo essere sfuggito a quei maledetti mangiacarne idioti e pedalato come un ossesso dopo che ero riuscito finalmente ad evadere dalla prigione di casa mia.

Purtroppo i miei familiari si erano quasi tutti trasformati in zombie e i sopravvissuti erano stati nominati all’unanimità piatto del giorno.

Mia moglie, i miei suoceri. Ormai ero solo e non sapevo davvero dove andare. Per questo fuggii, con la mia fida bicicletta, dopo aver preso cibo e attrezzi utili, compreso un mini pannello solare fotovoltaico, che, unito alla dinamo della bici, mi forniva dell’energia elettrica necessaria ad alimentare il mio I-Pod, unica compagnia al mortifero silenzio globale e al rantolio alto degli zombi che ormai a frotte infestavano la zona.

Avevo pedalato per bene, conoscevo le mie zone, amavo far ciclismo con i miei amici e mia moglie, arrivando anche a coprire distanze considerevoli, come quella volta che partimmo da casa, in una mattina di Ferragosto non proprio cocente, insieme a Ulisse, Katia e Manolito, mio cognato.

In ultima si era aggiunta pure Lisetta, portando per noi lo zaino sulla sua possente bici da trekking, attrezzata con le sacche.

Percorremmo quasi una ottantina di chilometri, quella volta, fermandoci pure in un hotel al paese di Taggì di Sotto, vicino alla città di Padova.

No, sto divagando, sto letteralmente dando di matto, devo concentrarmi, o per me è finita. Quella stronza con l’arco e la freccia da competizione può essere letale almeno quanto il mitragliatore AK-47 in mano ad Adelino, se non rimango con la mente lucida.

Avevo avuto modo di nascondere il mio zainetto in una conduttura di areazione non molto distante da dove mi trovavo e questo mi aveva permesso di svignarmela senza colpo ferire. Erano persone violente e senza possibilità di dialogo, prendevano quello che serviva alla loro sopravvivenza e uccidevano per prevenire la nascita di un nuovo zombie a causa del virus solanum. Almeno da quanto avevano saputo dalla televisione nazionale, come mi avevano detto.

Vidi l’ombra alta di Francesca muoversi nella mia direzione, imbracciando con maestria il suo arco da caccia Compound. Avevo già avuto modo di saggiare la precisione di quella donna dai lunghi capelli biondi e dalle tette stratosferiche nonostante la magrezza.

I suoi occhi blu ghiaccio erano in grado d’individuare e colpire una moneta a grande distanza, era un’atleta formidabile e a quanto mi aveva detto quel baffone di Bepi Cuciaro non era la sola grande qualità che sua nuora avesse.

Tastai dietro di me e le mie mani incontrarono delle scatole pesanti, ne esaminai il contenuto, scoprendo con mia grande sorpresa dei ferri da stiro ancora perfettamente imballati.

Mi venne l’idea, ma dovevo muovermi rapidamente o non avrei avuto scampo.

«Ehi, bella zoccola, mi senti, vero?! Beh, mi arrendo! Basta! Give up! Bandiera bianca! Se t’interessa la mia roba, vieni qui a prenderla. La ferita che mi hai inflitto con la tua freccia al nostro primo incontro mi fa troppo male per continuare a giocare a guardie e ladri. Vieni pure, la mia roba è proprio qui accanto a me, la potrai avere senza fatica, ti chiedo solo di medicarmi il buco che mi hai fatto con quel tuo fottutissimo arco», gridai in sua direzione, facendo segno con il braccio e un fazzoletto che avevo recuperato da qualche parte.

«Oh, il bambino ha finalmente capito quando è ora di smettere di giocare. Va bene, alza le mani che le possa vedere. Mi avvicino a te ma non fare scherzi idioti. Non sono una che perdona. Se c’è tutto come mi hai detto, allora potremmo anche risparmiarti, ci serviranno due mani in più per tutta quella merda schifosa che sta fuori», rispose Francesca, camminando a passi lenti e regolari, non abbassando mai il suo arco.

Ora era davanti a me, stagliandosi con tutta la sua statura da pallavolista. Mi sentivo un nano al suo confronto e sapevo che in uno scontro corpo a corpo sarebbe stata lei ad avere la meglio, ma dovevo tentare il tutto per tutto, o per me sarebbe arrivato il capolinea.

«Allora, bel fio, dove sta il tuo zainetto? Ma lo sai che sei proprio carino? Quasi quasi dopo ti do pure una ripassatina, prima di farti fuori. Adoro giocare con gli sbarbi come te», disse Francesca.

Erano questi i momenti in cui mi sarebbe piaciuto essere rimasto chiuso nel mio bagno, come ero stato per quattro giorni, al buio, con i lamenti degli zombie che un tempo erano stati familiari e amici cari, con la sola compagnia del mio I-Pod.

Dopo la fuga dalla mia casa, ero partito per arrivare alla zona dei centri commericiali, avevo giù pianificato tutto ancora tempon addietro, con l’aiuto della mia famiglia. Avevamo pensato di trasferirci al Lido di Venezia, sperando in cuor nostro che non fosse infestato troppo dagli zombie e, alla peggio, trasferirci o all’isola di Pellestrina oppure a San Lazzaro degli Armeni, isola dirimpetto al Lido, dove avremmo potuto costituire una nuova casa abbastanza sicura e con rifornimenti continui, avendo i monaci del luogo provveduto a suo tempo a trasformarla in un paradiso per culture e energie.

Avevo pedalato per la via Sabbiona, evitando la carne morta che ammorbava l’aria e gli zombie che a turno in massa spuntavano da dietro agli angoli, inseguendomi senza pietà.

Con la bicicletta mi fu facile non ingaggiar battaglia, evitai il più possibile gli scontri, esibendomi in slalom e salti degni dei grandi campioni dello sport. Feci comunque la mia prima vittima zombie, la quale, nonostante la bici, era riuscita ad afferrarmi per lo zainetto. Le fracassai il cranio con le grosse pinze tronchesi che mi ero portato via da casa. Uno schifo di misto d’ossa e materia grigia che avrei fatto a meno di vedere.

Davvero una merda era stato il mio battesimo del fuoco.

A forte Tron la situazione non era migliorata, con gli zombie che bloccavano la strada con il loro numero, muovendosi in modo claudicante e scomposto.

A quel punto non trovai di meglio che prendere la bici in mano e scendere lungo i canali di scolo, sporcandomi fino all’osso ma evitando accuratamente che l’udito sviluppato dei famelici non arrivasse ad individuarmi.

L’operazione infiltrazione silenziosa andò alla grande, galvanizzandomi non poco.

Passai la notte in una casa diroccata e abbandonata, poco distante dall’arteria princiapale dove s’intravedevano i maestosi e squadrati edifici dei centri commerciali Leroy Merlin, specializzato in bricolage, e della SME, specializzata in elettrodomestici ed elettronica varia, oltre che del cinema multisala “UCI Cinemas”, dove andavo con mia moglie e gli amici.

All’alba, non trovai difficoltà ad attraversare la strada, automobili e camion da trasporto non passavano, tutto era silenzio, tranne che per il grande numero di zombie lamentosi che si aggiravano per i cortili e per i grandi parcheggi.

Decisi di andare direttamente all’ipermercato Panorama, dove avrei avuto facile accesso grazie alle mie tronchesi. Avevo lavorato molto in quel posto, nei tempo passati, grazie a tanti contratti a progetti o interinali che mi avevano consentito di girare l’ipermercato in lungo e in largo, anche come addetto alla sicurezza.

Sapevo che c’era una porta chiusa solo con dei grossi lucchetti e con il sistema d’allarme, collegato direttamente con la polizia. Ormai questi deterrenti non avevano più alcun significato, dovevo solo forzarli ed entrare.

Peccato che qualcun altro avesse avuto la mia stessa idea.

Dopo aver visto che una saracinesca era stata grossolanamente forzata, mi spaventai molto, ma volli comunque verificare se gli zombie non fossero usciti, lasciandomi campo libero.

Entrai per il negozio al pianterreno specializzato in videogames e console, il “GameStop”.

Si, lo ammetto, mi macchiai di un’azione riprovevole, m’impadronii di una PlayStation Portable e di alcuni videogiochi, tra cui la versione del popolare “Metal Gear Solid” e della serie di ammazza zombie “Resident Evil”, giusto per tenermi in allenamento.

Lo so che era rubare ma i proprietari non avrebbero protestato e io avevo bisogno di compagnia, per rilassarmi e non impazziere. Stranamente non trovavo libri e questo era davvero strano, era come se tutta la carta si fosse volatilizzata. Sperai di trovare il reparto libri ancora disponibile, mi avrebbe davvero fatto comodo, mentre mi sarei rifornito di derrate alimentari a lunga durata e ne avrei approfittato per farmi un piatto di pasta al sugo.

Fu in quel momento che percepii un dolore fortissimo alla gama destra, guardai in direzione della sensazione e vidi una freccia lunga piantata proprio nella mia coscia.

Un’ondata di panico puro mi travolse, ricordo che caddi a terra, urlando e scalciando dal dolore, non dovevo essere un bello spettacolo ma in quel momento pensai solo al mio dolore e alla ferita.

Fu allora che la vidi la prima volta, quella troia di Francesca, con quel sorrisino soddisfatto e compiaciuto per l’ottima impresa.

Richiamò i suoi due compagni, entrambi divertiti dall’insolita preda. Erano settimane che non vedevano un umano non trasformato.

Mi riempirono la testa con le loro stronzate.

Compresi che mi avrebbero derubato e ucciso, esattamente come avevo fatto io con i videogames, con la sola differenza che avrebbero ucciso loro il proprietario.

«Ehi, Fabrizio, dov’è il tuo cazzo di zainetto? Qui non lo vedo!», disse Francesca con voce burbera e arrabbiata, destandomi dai miei ricordi.

Non badava a me, proprio come avevo sperato. Il box informazioni, dove tempo addietro e grazie a quel contratto interinale, avevo prestato servizio come addetto alla sorveglianza, non distava che una trentina di metri, tutto quello che dovevo fare per attuare il mio piano era correre li a perdifiato e girare nella sua serratura la chiave custodita nella cassetta, premendo contemporaneamente il pulsante rosso a destra del quadro comandi, spalancando cosi le porte principali e attirando dentro tutte le bestie non morte e affamate.

«E’ sotto allo scaffale, l’ho nascosto bene perchè non lo trovaste! Ecco, guarda, proprio sotto…», risposi, indicando con il dito un punto indistinto sotto allo scaffale.

Francesca si protese in avanti, distogliendo il contatto visivo, i suoi compari stavano scendendo da dove si erano appostati e compresi in quel momento che dovevo farlo.

Calai il ferro da stiro che avevo nascosto per bene sulla testa di Francesca, provocando un secco suono d’urto e un dolore acuto alla troia, la quale si porto le mani al punto leso, urlando.

Non le diedi il tempo di riprendersi e calai ancora e ancora, colpendo scompostamente prima la spalla e poi la schiena. Menai un calcio al costato con tutta la forza che avevo in corpo, seguito da un’altro e ancora, non perdendo altro tempo mi precipitai al box informazioni, mentre un’altra scarica di mitra vomitava piombo dietro di me e le revolverate della Colt Python 357 Magnum di Bepi Cuciaro andavano a infrangersi sui bancali al mio fianco.

Coprii la distanza come se fossi stato un centometrista esperto, un autentico figlio del vento, spiccai un balzo di cui non credevo essere capace e mi ritrovai al riparo del box informazioni, mentre l’ennesima scarica di proiettili alzava detriti nell’area che avevo occupato prima.

La chiave era nella cassettina di cui mi ricordavo cosi bene, non ebbi difficoltà a trovarla e ad aprirla, la fissai per qualche istante con un’aria di trionfo, come se quella fosse la chiave per la libertà che mi aspettava dietro l’angolo.

La inserii nel quadro comandi e premetti il pulsante.

Immediatamente i clangori dei cancelli che si sollevavano furono ben chiari al mio orecchio, mi alzai dalla mia posizione rannicchiata senza pensare e commisi un grave errore senza pensare.

Due mani femminili mi afferrano per il vestito, trascinandomi fuori dalla mia momentanea protezione, scaraventandomi poi a terra.

Al dolore alla schiena, si unì la sorpresa di vedere Francesca, con la fronte sanguinante ma incolume, prontendersi a sollevarmi in piedi.

Mi colpì con una poderosa ginocchiata ai miei poveri gioielli di famiglia, facendomi diventare bluastro e strappandomi un grido strozzato, mentre un suo pugno si fracassò sulla mia mascella dal basso verso l’alto, scaraventandomi a fare la conoscenza ravvicinata con il pavimento.

Prima che potessi anche solo formulare consapevolmente un piano per riprendermi, mi fu subito addosso, riempiendomi di pugni a raffica.

Un grido rauco e gutturale fu la sola cosa che la distrasse dall’impresa di trasformarmi in carne macinata da farci carpaccio con la rucola.

I passi di parecchie persone e i rispettivi lamenti erano ben chiari nel lungo corridoio del centro commerciale, e subito dopo percepimmo la pistola di Bepi e il mitragliatore di Adelino crepitare a più non posso, conditi da parecchie bestemmie molto colorite.

Pesto e sanguinante, con un terribile dolore alla gamba ferita, tentai l’ultima sortita, afferrando la mia lottatrice per le tette enormi e strizzandole, provocando un bel gridolino di dolore.

La scaraventai a terra e la tenni bloccata, con tutto il mio peso.

Francesca cercava di divincolarsi e in quel momento mi accorsi che la situazione poteva sembrare alquanto ambigua, ma fummo entrambi distratte dalle urla di Bepi e Adelino.

Ci guardammo negli occhi e ci alzammo in piedi entrambi, Francesca mi aiutò con un gesto burbero, ma che apprezzai moltissimo.

Lo spettacolo che si palesò davanti ai nostri occhi fu di una gigantesca orda di zombie che travolse Bepi e Adelino, vedemmo le loro braccia e gambe strappate a forza e quelle che dovevano essere le loro viscere finirono mangiate dalle affamate creature.

Francesca distolse lo sguardo e anch’io lo ammetto dovetti fare sforzi tremendi per non vomitare, ma non volevo darle la soddisfazione.

La strinsi tra le braccia, in quel momento mi resi conto che eravamo entrambi fottuti.

E tutto perchè volevano fottermi la roba e uccidermi. Che stronzata.

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