DIARIO DI GUERRA NR 11

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30 gennaio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Nicola Furia]

No.

Non sono il Colonnello Nicola Furia.

Il Colonnello Furia è morto.

Chi vi scrive è il Capitano Salvo Nero, responsabile della sicurezza interna ed esterna dell’OASI.

Dopo il decesso del Comandante, ho appreso dalla moglie che il Colonnello era in contatto con altri sopravvissuti, e teneva un suo diario che pubblicava in un blog.

Ed eccomi qui a darvi il triste annuncio.

Ho letto i suoi precedenti Diari e ho ritenuto giusto informarvi.

Sono certo che lui lo avrebbe voluto.

Ho sempre stimato quell’uomo, e l’ho seguito in ogni momento… anche quando i suoi ordini divennero “estremi” ed impietosi.

Sono moralmente responsabile delle atrocità che ha commesso. Premevo il grilletto quando lui lo ordinava.

L’ho fatto perché ero, e sono tuttora, consapevole che non c’era alternativa. La strategia del Colonnello Furia era l’unica strada per la salvezza, non solo nostra, ma dei cittadini di Rieti.

Se dovete condannarlo, condannate anche me.

Se ritenete che era un pazzo, io ero folle quanto lui, e facevo parte di quella banda di psicotici bastardi che l’ha seguito fino alla fine.

Gli ho voluto un bene dell’anima, e soffro maledettamente per la sua perdita.


Il suo funerale è stato celebrato in pompa magna.

Vi hanno parteciparono tutti i sopravvissuti.
…ma pochi hanno pianto (e se avete letto i suoi resoconti ne capirete facilmente i motivi).

Lo so, vi starete chiedendo come è morto il Comandante.

Sarò sincero e brutale, come lui lo è stato con voi:

Nicola Furia si è suicidato.

Si. Si è sparato un colpo in testa.

Non starò qui ad analizzare motivi che lo hanno indotto a prendere questa decisione.

Voglio, però, assicurarvi che tutto si può dire del nostro Colonnello, ma non che sia mai stato un vigliacco.

Non è per codardia che Furia ha messo fine alla sua vita.

E’ vero, negli ultimi giorni era caduto in depressione… ma chi avrebbe resistito al peso dei rimorsi, dopo essersi reso responsabile di quelle azioni tremende?

Pensatela come volete.

Nicola Furia non c’è più.

E se il mondo riuscirà a sopravvivere a questo abominio, saranno gli storici a emettere il verdetto sulla sua vita.

Ho visionato il suo PC, e ho trovato un file word.

Un documento che Furia aveva scritto poco prima di spararsi.

Non so se aveva intenzione di pubblicarlo sul vostro blog… non penso.

Sono comunque le sue ultime parole, e ho deciso di renderle note.

Non vi troverete spiegazioni palesi al suo insano gesto, ma, forse, potrete capire il suo profondo dolore e la sua sconfinata solitudine.

Nessuno dovrebbe affrontare l’inferno che stiamo vivendo, neanche il peggior criminale.

Lui l’ha fatto, senza paura, senza tentennamenti.

E’ sceso nei baratri infernali, ha affrontato Satana in persona, lo ha sfidato … e ne ha pagato le conseguenze.



ULTIMO DIARIO DEL TENENTE COLONNELLO DEI CARABINIERI

NICOLA FURIA


E’ incredibile,

guardo mia moglie che cuoce la carne alla brace in riva al fiume e penso che questo è proprio il tipo di vita che sognavo prima dell’apocalisse.

Contavo i mesi che mancavano per andare in pensione, e mi immaginavo di trascorrere la vecchiaia nella mia casa in campagna, in totale serenità, impegnato a coltivare l’orto e ad allevare gli animali.

E alla fine mi trovo proprio qui.

Certo, non è la mia casa questa…la mia casa è a Frosinone, e chissà se qualcuno la sta usando come rifugio…o se all’interno vagano senza sosta i morti viventi.

E poi nelle mie fantasie sognavo di pescare trote in riva al fiume.

Quando mi sono sistemato in questa casa ho anche provato a pescare.
Ma un giorno dal fiume è emerso un morto vivente.
Mentre si arrampicava sull’argine per uscire dalle acque, mi guardava fisso negli occhi.
L’ho visto anche sorridermi beffardo (ma forse l’ho solo immaginato).
Sembrava volermi dire: “No. Non è questo che immaginavi. Non è questa la realtà che volevi. Tutto è cambiato e anche tu sei cambiato. Ti sei arreso!”.

Erano ormai mesi che non vedevo uno zombi.
Superata la sorpresa, gli ho piantato un calibro 9 in fronte.

Chissà quanti zombi cammineranno per l’eternità sui fondali dei fiumi, dei laghi, del mare.

Da quel giorno ho fatto transennare la riva del fiume e ho capito che non avrei mai più potuto pescare.
E il non poter pescare si va a sommare alle tante, innumerevoli, cose che non potrò fare più, e che i nostri figli non potranno fare più, e i figli dei nostri figli.

Non potrò più viaggiare, non potrò più andare al cinema, non potrò più chattare, non potrò più…sorridere.

Ogni tanto mi guardo allo specchio e cerco di sorridere.
Ma la smorfia che faccio è oscena, innaturale…quasi mostruosa.
E allora ci rinuncio.

E come potrei nuovamente sorridere dopo le atrocità che ho commesso?

Osservo lo sguardo che la gente mi rivolge quando gli passo vicino.
E’ uno sguardo ambiguo, strano, un’ amalgama innaturale di odio e rispetto.
Li capisco.
So cosa provano.
E’ la stessa cosa che provo io guardandomi.

E poi c’è lo sguardo triste di mia moglie.

So cosa prova anche lei, anche se tenta di dissimularlo. Mi addebita la colpa dir non aver fatto nulla per salvare nostra figlia.

Mia figlia…anche il suo sguardo mi perseguita.

La sogno ogni notte. Faccio irruzione in una squallida stanza vuota. E lei è lì, rannicchiata, sporca, tremante.

Mi vede, le si illuminano gli occhi e mi sorride piena di speranza.

  • Papà! Lo sapevo che saresti arrivato!”

Mi corre incontro e mi abbraccia forte…forte…

Io la stringo al mio petto e dentro il mio cuore divampa un incendio di passione, di amore, di gioia, ed è in quel momento che… mi sveglio.

E mi ritrovo ad abbracciare il nulla a stringere il niente tra le mie braccia.

E piango.


Come sono riuscito a fare quello che ho fatto?
Come ho potuto uccidermi in questa maniera?

E qual è stato lo scopo?

Alcune notti riesco anche a dormire. E mi sveglio riposato.
Esco di casa e vado in paese, nell’OASI, all’interno delle mura.
Guardo i bambini giocare per le strade, gli uomini intenti a coltivare i campi, gli alberi pieni di frutta, e le donne incinta …e respiro la vita.
In quei rari momenti mi sento orgoglioso.
Questa gente vive grazie a me.
Li ho portati fuori dall’incubo.
Ho fermato la morte che cammina.

Dura pochi istanti.
Immediatamente ritornano i miei fantasmi.

E rivedo inesorabilmente gli occhi increduli della gente che muore attaccata alle sbarre della caserma il giorno in cui iniziò l’apocalisse.

Cercavano di entrare, imploravano di essere salvati…e io li ho fatti ammazzare.
Si accalcavano uno su l’altro, con le braccia protese attraverso le sbarre, ignorando l’ordine di allontanarsi, di tornare subito a casa e di barricarvisi dentro.
Tra di loro alcuni mostravano evidenti segni di morsi, e qualcuno, già con gli occhi sbarrati e vitrei, era colto da convulsioni.

Ricordo la prima volta che ordinai di sparare sulle persone inermi che cercavano protezione.
I militari erano perplessi, non riuscivano a tirare il grilletto.
Fu a quel punto che estrassi la cal 9, mi avviai all’ingresso e sparai per primo.
E il primo che uccisi fu…un bambino.
Gli sparai dritto al cuore…e lo vidi stramazzare a terra.
La madre non fece in tempo a capire cosa era successo che ammazzai anche lei.

Il messaggio ai miei uomini a quel punto fu chiaro: non dovevamo avere pietà per nessuno.
La pietà ci avrebbe sconfitti.

Uccidine uno per salvarne cento.
…facile a dirsi…inumano riuscirci.
Ma io ci riuscii.

E le condanne a morte?
Anche lì fui io a comandare il primo plotone di esecuzione.
Un giovane carabiniere che aveva fatto entrare di nascosto la sua ragazza in caserma.
Piangeva come un bambino.
E di fronte a lui erano schierati i suoi colleghi, con le carabine puntate e le lacrime agli occhi.
E io in maniera glaciale diedi l’ordine:“Puntare, mirare…fuoco”.
E affinché il messaggio fosse chiaro per tutti, mi avvicinai al corpo crivellato di colpi e gli sparai a bruciapelo, facendogli schizzare il cervello…nella stessa maniera con cui sparavo agli zombi.

La sua ragazza oggi fa parte della comunità.
Ogni tanto la incontro.
Ma non riesco a guardarla negli occhi.

Condannavamo a morte le persone che mostravano umanità.
Era un modo per condannare a morte la pietà, la solidarietà, l’amicizia… l’amore.

Come puoi sorridere dopo aver commesso a sangue freddo tali nefandezze?

La gratitudine dei sopravvissuti che salvavamo non poteva mai colmare il vuoto dentro di noi.

Per vincere gli zombi dovevamo diventare come loro.

Ci siamo riusciti, ma solo in parte. Siamo diventati come gli zombi, ma non li abbiamo sconfitti.
Dovrei essere orgoglioso di me stesso. Sono riuscito, oltre le mie aspettative, ad annichilire i sentimenti e le speranze nei cuori di tutti i sopravvissuti.

Oggi, oltre la recinzione, il mondo continua a morire, ma i cittadini dell’OASI non lo vogliono sapere. Negano la realtà, la nascondono a loro stessi.

La loro vita, finisce qua dentro. Non c’è alcun mondo oltre le mura. Il confine delimita il loro universo: i vivi da una parte, i morti dall’altra.

Ma da quale parte delle mura stanno i veri morti?

No. Non era questo quello che volevo. Non ho fatto tutto quello che ho fatto per ottenere ciò.

Ma mi sono arreso. Mi sono arreso volontariamente. E questo è il rimorso maggiore, che non mi dà tregua, che mi divora l’anima.

I rimorsi ed i rimpianti sono un prezzo che sto pagando inutilmente.

Le atrocità che ho commesso sono state inutili.

Tutto è stato inutile.

La mia vita è inutile. L’inutilità dilaga dentro di me, riempie la mia esistenza e la rende vuota.

Chi mi assolverà mai dai miei inutili peccati?…Dio?

Si può perdonare il peccato, ma non l’inutilità della sua commissione.

Ma sono pronto ad incontrare Dio.

Non ho paura di lui…perché lo so… alla fine l’ho capito!
…se Dio ha permesso un orrore del genere vuol dire solo una cosa:
anche lui… anche Dio… è diventato un fottuto zombie del cazzo!

E quando starò di fronte a lui…

gli pianterò un cal.9, dritto, in mezzo agli occhi!”

FINE?

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