Letali non-morti

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21 gennaio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Walter Cesarini]

Riprendo dopo la brusca interruzione.

Era passato troppo tempo. Erano volati via per sempre quasi 2 mesi. Il mio cellulare segnava la data dell’ 8 Marzo. La cantina di casa, miniera inesauribile in tempi di banale normalità, andava diminuendo di giorno in giorno. Era finita pure la pasta.

I miei amici come stavano? La via in che condizioni era? Lo scooter, era sempre parcheggiato sotto casa? La macchina? Cazzo ho appena rifatto l’impianto stereo: subwoofer amplificato che occupa mezzo bagagliaio.

Devo darmi da fare: Mamma, Papà !!!
Seduti sul divano, scrutavano disinteressati lo schermo grigio della televisione, spenta. Per quanto urlassi, loro erano troppo distanti. Il loro sguardo puntava a qualcosa oltre le mie spalle. Mi girai di scatto. Nulla. Continuavano a guardare in quel nulla.
Forse, era arrivato il momento di restituire i favori avuti da quando avevo visto la luce su questo pianeta, per la prima volta, forse, spettava me prendere le redini della mia vita, e anche della loro.

Non potevo agire d’impulso. Non mi era concesso di fallire. One shot. In primis stilai un inventario di cosa mi fosse rimasto, quantificai il tempo in relazione alle rimanenze. Notai con grande interesse che i generi alimentari basilari tendevano allo zero. Pullulavano invece le futilità grasse, ipercaloriche, quelle che un tempo venivano definite golosità, ora sinonimo di sopravvivenza: cioccolate, caramelle, patatine, arachidi e altri loro colleghi di colesterolo.

Non mancavano gli alcolici, più che la dispensa di una famiglia sarebbe sembrata la cantina di una distilleria: Vov, Jack Daniel’s, Limoncello (bottiglia da 3 litri), Zedda Piras, Vodka Fragola Kglevich, Amaro Lucano (sapore vero), Rum (nero), Vermouth bianco, Gin, Chardonnay, Barbera, Bonarda, Bourobn Four Roses, Maltus Faber Ambrata, Glenfiddich.
Sinceramente me ne facevo poco o nulla, o meglio volevo farmene poco o nulla. I demoni della letteratura mi assalivano, pesanti, per dirmi che quella era la salvezza, quella la felicità di cui avevo la chiave: mi sentivo sussurrare alle spalle da un Winston Smith che mi offriva del buon Gin della Vittoria, mi prometteva che me ne avrebbe offerto dell’altro se mi fossi recato al bar ‘dei redenti’.
La mia testa (o forse ‘l’allenamento’ dopo quel coma….) replicava con …, ma alla fine inciampava in: <<Qui si beve solo whisky. Liscio. Senza sporcarlo con l’acqua. >>.
Ma l’incoerenza che tutti governa fece anche di me una sua pedina, e io, alfiere bianco, decisi di tenere anche la sorella italiana, affine di gusto, la grappa. E dei restanti alcoolici? Sapevo che ci sarebbe stato tempo di pensare anche a loro. Tra una cosa e l’altra i calcoli erano presto fatti qualche giorno e sarei stato a secco.

Red Bull, stappata.
Maledetto a me, nuovo messaggio di testo, pagina bianca, le dita pigiano da sole: <<Ma cosa è successo? Come state? >>.
Invia, invio multiplo, baffo su tutte le persone della rubrica.
Alla 160sima persona si blocca il cellulare.
E ora?
Incredibile in 6 anni di Nokia 3510 non mi ricordavo si fosse mai bloccato.
Chiudo la pagina d’invio.
1 Nuovo messaggio.
Visualizza.
+404.
Già vi odiavo prima ma ora porterò con me l’odio verso di voi fino nella tomba. Ade crederà che in confronto Ercole, alla fine, sia stato un bravo cristo.

VODAFONE:

“Siamo spiacenti ma il suo traffico non è sufficiente per accedere a questo servizio.
Per accedere al servizio SOS ricarica chiami il 190 o acceda su vodafone.it.
Per tenere sotto controllo il tuo traffico registrati su vodafone.it”

Mmh, Bene. Ora mi sarebbe servita pure una ricarica. Oppure che i sopravvissuti fossero stati tutti vodafone. A volte c’è dell’ironia pure nella morte, mi sibilava l’anima.
Mentre lascio il cellulare (e l’attesa) a fare il loro lavoro, li dimentico definitivamente nella ricerca spasmodica di uno zaino, è d’obbligo utilizzare quello da escursione: 25 litri di capienza. Un po’ ingombrante. Ma con cosa riempirlo? Non ha importanza. Sarà sicuramente utile, se non altro alla mia morte.
Mi devo cambiare questi vestiti, puzzano di morto, io puzzo di morto. I non morti puzzano di morto. Che paradosso. Doccia con soda caustica e mi scrollo di dosso gran parte delle tensioni. Scarpe: Vans-off-the-Wall o scarponi Apache? E’ cent’anni che leggo di eroi in converse, santi scalzi, Divinità volanti e io dovrei pure rischiarmi il tutto per tutto con degli antiestetici scarponi?!?!
Jeans VS Jeans: scelgo dei comodissimi pantaloni della tuta dell’Adidas. Non chiedo di più, di più underground, di più mainstream, di più costoso.
Maglione e Giacca: apro l’armadio del papi e quei suoi orridi maglioni mi fissano, finalmente ho l’occasione di sporcarli e non vederli mai più. Scelgo voi. Sulla giacca non ho dubbi, se nella realtà-before-2012 era considerata il modo per farti ritenere il più folle del mattatoio, ora, finalmente mi maschera da grand’uomo dei film. Dal gigante spacatuto! Eccomi vestuto con l’impermeabile. Metafora di rifiuto della vita precedente? Ai posteri, se ce ne saranno, l’ardua sentenza.

Mi pare ovvio che con questi semplici addobbi da umano sarei stato ancora troppo me stesso. Così finalmente, il sentirsi grande che si realizza: mi ricordavo dove l’avevo nascosto, lo prendo.
E’ lui, bello, puzzolente.
Un sigaro cubano.

Volevo tenerlo per quando avrei fatto i 21 anni, ma è noto che si bruciano le tappe nella vita.
Live fast, Die young.
Distratto dalla frenesia del fare tutto, male, apro la porta come se stessi uscendo per fare serata nei locali in. Mi scordo lo zaino, mi scordo il cellulare, mi scordo di essere nell’anno dell’Apocalisse. Apro la porta senza neanche guardare. E lì, nel ballatoio, come la morte è ad aspettarmi placida, così una vita spezzata è in agguato, ancora affamata. Affamata di vita, perché gli è stata recisa troppo presto. Mi vede da lontano e mi salta addosso. Grazie a d.., grazie al caso non avevo ancora chiuso le porta.
Faccio per rientrare, mi è sopra. Siamo io, dentro casa, la porta, nel mezzo, e lui con le testa dentro e il resto fuori. Spingo la porta, per chiudere fuori quest’incubo. Spingo, spingo ancora, si spezza la testa che si scompone, tocchettando, in mille frammenti che mi incrosteranno per sempre la memoria. E’ impressionante il sentire il qualcosa che racchiudeva un solido cervello che si spezza. Mi sale l’ansia disperata di non poter più tornare indietro da quel gesto. Come quando facevo saltare le budella dei girini con le dita.
Il sangue, liquido, imbratta i miei vestiti, la tappezzeria bianca, la porta marrone, l’attaccapanni grigio, l’ombrello nero, il pavimento piastrellato. Cola tra le scanalature delle piastrelle che diventano canali di scolo.
Si vede che casa mia è un po’ in pendenza perché mi ero imbrattato tutti i pantaloni.
Nello spingere la porta dovevo essere scivolato perché mi sono svegliato solamente 3 giorni dopo con la testa come una medusa di croste di sangue .

“La terra vista dalla NASA: un grumo croccante di sangue misto a feci. Emette miasmi di smog e radiazioni. Abitanti nocivi? Letali non-morti.”

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