Two suns in the sunset

Lascia un commento

18 gennaio 2013 di thesurvivaldiaries

Mentre scavalcavo i miseri resti di Bub, al suo polso notai una targhetta simile a quelle che avevano i suoi compari che stavano nello stanzone/obitorio in cui eravamo passati poco prima. Mi chinai a leggerla. Diceva: Sogg.N. 469. Dec. 17/04/12.

Ma come! Era morto da parecchi mesi e sembrava fresco di una settimana, forse due! Allora pensai a quelli dello stanzone, attaccati com’erano a quei tubi che pompavano nel loro collo un liquido, quasi li stessero riempiendo come si fa con i cadaveri prima del funerale per renderli presentabili all’ultimo saluto dei parenti. E allora compresi. Quegli apprendisti stregoni erano riusciti a trovare il modo di rendere gli zombi “a lunga conservazione”, ritardandone la decomposizione.

Sono convinto che quello non fosse altro che il primo step di un obiettivo più definitivo: riuscire a “freezare” la carne dei morti nel momento del trapasso.

Comunque fosse, in quel momento dovevo concentrarmi sulla mia situazione.

Se ai morti facevano il trattamento anti-aging che qualsiasi donna avrebbe desiderato (e chissà a quali altre pratiche alchemiche si erano dedicati gli Uomini topo), a me cosa avevano fatto iniettandomi la “trekking-light”?

Con questi pensieri entrai, finalmente, nel deposito che Bub aveva aperto prima di (ri)morire. Solo allora mi accorsi che lì dentro c’era la luce normale e non quell’opprimente luce rossa alla quale mi ero, ormai, abituato. L’impressione fu proprio quella di un caveau che custodiva il tesoro degli Uomini topo, benché il posto non fosse grande come ci si poteva immaginare da fuori. In fondo al magazzino vidi una saracinesca, azionabile solo dall’interno. C’erano anche una piccola scrivania ed un paio di armadietti metallici. Li aprii: uno era vuoto, ma l’altro conteneva una tuta NBC, completa di stivali, nella quale mi infilai subito, visto che ancora indossavo la camiciola da ospedale. Oltre alla tuta, trovai un pacchetto di MS morbide (evviva i gusti di merda degli Uomini topo) ed una bustina di fiammiferi di carta pressata. Sulla scrivania, invece, oltre a registri di carico e scarico, e registri per annotare chi accedeva al magazzino, vidi anche un’altra cosa che, sembrandomi importante, mi affrettai a raccogliere. Questa finì insieme alle sigarette in uno zainetto che raccolsi dal fondo dell’armadio.

All’interno del magazzino, ordinatamente impilate c’erano alcune piccole casse con il simbolo del pericolo biologico e contrassegnate con una sigla che all’epoca non mi diceva nulla: D20 (ancora non avevo letto di Venezia, degli Untori e di tutto il resto). Ne controllai velocemente una fiala e, constatando che non era verde fluorescente, ritenni che non fosse quello che mi avevano iniettato.

Oltre alle casse di D20, nel deposito vi erano anche dei fusti trasparenti, tipo dei kegs di birra ma in plexiglass, che avevano una valvola con un beccuccio. Anch’essi erano muniti del loro bel simbolo Bio-Hazard, e contenevano un liquido giallo dal nome indicativo: IALUFIX-Z 3.0 . Pensai che fossero stati bravi: con solo tre release erano arrivati alla versione stabile del moderno acido ialuronico per medicina estetica zombi. “La morte ti fa bella” sarebbe stato un ottimo slogan pubblicitario per la clinica in cui mi trovavo.

Infine, vidi altri materiali chimici dalle più varie sigle. Mi guardai intorno, e decisi che ero rimasto là dentro pure troppo a lungo.

Andai alla saracinesca e la avviai. In quel momento si accesero dei lampeggianti gialli ed una voce femminile, calma e rassicurante, scaturì da altoparlanti che non vedevo: “SISTEMA DI CONTENIMENTO VIOLATO. APERTURA NON AUTORIZZATA. AVVIATA PROCEDURA DI ISOLAMENTO IN 5-4-3…ATTENZIONE, MALFUNZIONAMENTO. ISOLAMENTO IMPOSSIBILE. AVVIATA ROUTINE DI EMERGENZA. INVIATO ALLARME A UTENTE REMOTO. AVVIATA PROCEDURA DI DISTRUZIONE DA REMOTO. INIZIATO CONTO ALLA ROVESCIA. QUESTO IMPIANTO SI DISTRUGGERA’ TRA…5 MINUTI. ABBANDONARE LA STRUTTURA”.

Quando la saracinesca terminò di aprirsi, mi ritrovai di fronte ad un piazzale in cui erano parcheggiati mezzi di ogni tipo, immersi nella luce del sole che mi abbagliò per qualche istante, nonostante fosse già basso all’orizzonte.

In fondo al piazzale scorsi un piccolo pick-up dai colori mimetici e con dei grossi fari montati sul tettuccio, che istintivamente venne designato “il mezzo di fuga”.

La signora dagli altoparlanti mi comunicava gentilmente che mancavano sempre meno minuti alla distruzione e mi invitava a recarmi all’uscita.

Mi stavo dirigendo all’esterno verso l’automobile, quando con la coda dell’occhio percepii un movimento in alto a destra. Mi voltai e vidi una telecamera che mi fissava perniciosa. Un led verde era acceso sotto l’obiettivo. Mi mossi verso il furgone e l’apparecchio mi seguì. Allora feci qualche passo indietro e mi piazzai sotto l’occhio elettronico. Quiindi, sfoderando il mio miglior sorriso, sparai un dito medio dritto in faccia all’”Utente Remoto” che mi stava guardando e che aveva innescato l’autodistruzione su suggerimento della signora che adesso mi ricordava che restavano solo tre minuti.

Salii sul furgone dopo aver liberato il posto dell’autista da un cadavere riverso sul volante. Le chiavi erano inserite e partii a tutta birra, cercando l’uscita del piazzale. Girai intorno all’edificio e giunsi di fronte all’entrata principale.

Mi allontanai il più in fretta possibile, verso i campi che circondavano il laboratorio.

Poco dopo accadde. Il crollo dell’edificio fu preceduto da quattro micro esplosioni in rapida successione, dopo di che la struttura si accartocciò su se stessa in una nuvola di polvere densa. L’ultima cosa che vidi fu la grande insegna ”FIDIA” che si inclinava e si tuffava nella nube di calce che si stava sollevando. Poi venne l’esplosione vera. Una palla di fuoco si sprigionò dal centro delle macerie sollevandosi nell’aria e spazzando via la caligine. Il pick-up fu investito dall’onda d’urto facendolo sbandare, ma per fortuna non uscii di strada.

Continuai a guidare e, mentre nel retrovisore si specchiava un tramonto rosso sangue con due soli all’orizzonte, pensai di nuovo a Bub e a come mi aveva teso la mano prima che operassi su di lui la mia compassionevole eutanasia. Soprattutto, pensai a come mi aveva guardato, al dolore che percepii nel suo sguardo che supplicava aiuto.

 

http://youtu.be/zOJHz6Przdw

“In my rear view mirror the sun is going down
sinking behind bridges in the road
and i think of all the good things
that we have left undone
and i suffer premonitions
confirm suspicions
of the holocaust to come
the rusty wire that holds the cork
that keeps the anger in
gives way
and suddenly it’s day again
the sun is in the east
even though the day is done
two suns in the sunset
hmmmmmmmmm
could be the human race is run (…)”

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

eBook – Stagione 1

Promo

BlogItalia - La directory italiana dei blog
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: