BUB

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15 gennaio 2013 di thesurvivaldiaries

Con la mano libera mi affrettai a sciogliere la testa, l’altra mano ed i piedi, sempre guardando, sgomento ed incredulo, il mio salvatore immobile ai piedi del letto. Lui stava lì, fermo, le braccia lungo i fianchi, a fissarmi con quel suo sguardo apparentemente vuoto. Da una tasca del camice faceva capolino una grossa mano.

Caddi dal lettino, le gambe intorpidite, trascinando con me un groviglio di cavi e tubicini che, fuoriuscendo dalla parete dietro di me, stavano attaccati alla mia testa ed al mio braccio sinistro. Vedendoli, fu un piccolo conforto capire che non erano sonde anali quelle che avevo intravisto nel mio dormiveglia. Gli aghi delle flebo mi si strapparono dolorosamente dal braccio, fortunatamente senza conseguenze per le vene. Tuttavia, dovetti rimanere a terra per qualche minuto, prima di riprendere la motilità agli arti inferiori. In quel breve tempo, tenni sempre d’occhio la porta ed il Dottor Z, il cui unico movimento fu un’increspatura della bocca quando piombai al suolo: sono sicuro che quella fosse la versione zombesca di un sorriso.

Finalmente fui pronto per alzarmi, ma quando lo feci, forse un po’ troppo in fretta, ebbi un giramento di testa e mi dovetti appoggiare al letto. Inoltre, quella maledetta sirena proseguiva ad urlare il suo lamento che mi entrava nel cervello, rimanendoci, inestirpabile, come la spada nella roccia. Istintivamente urlai e mi portai le mani alle orecchie.

Il Dottor Z fece altrettanto.

Restai interdetto. Abbassai le mani, e Z ripetè il movimento. Spostai la testa di lato, e lui anche. Alzai una gamba e Z ci provò senza, però, riuscirvi: i suoi muscoli erano più atrofizzati dei miei… Era come quando i bambini fanno quel gioco di copiare le tue mosse sperando che tu non li sorprenda a farlo. Solo che Z era esplicito, voleva che io capissi che lui mi capiva. A qualche livello percettivo, ma mi capiva.

Quella situazione mi fece venire in mente un film (avrete ormai capito che ho questo brutto vizio delle citazioni, vero?) e un nome: Bub.

Mi avvicinai a lui, cauto. Più che spaventato, a quel punto ero incuriosito. Pensai che, tanto, se non mi avesse sbranato Bub, ci avrebbero pensato i suoi amici fuori dalla porta.

Quando fui vicino, potei vederlo bene: come mi era apparso poco prima, Bub non era in avanzato stato di decomposizione. Per quel poco che, mio malgrado, avevo imparato, nei mesi precedenti, sugli stadi della putrefazione di un cadavere, valutai che Bub non fosse morto da più di una settimana. La pelle era un po’ raggrinzita, gli zigomi iniziavano ad evidenziarsi, le orbite a scavarsi, ma tutto sommato poteva sembrare uno di quei signori ultracentenari che abitavano certe zone del Tibet o dell’entroterra sardo: esseri avvizziti nei cui occhi si può cogliere l’eternità.

Senza alcun motivo, vincendo il mio ribrezzo, lo accarezzai sul volto. Di rimando, Bub fece lo stesso, passandomi i suoi polpastrelli rugosi su una guancia. Riuscii a sentirne la ruvidezza anche attraverso la lunga barba che ormai mi era cresciuta. Fui percorso da un brivido.

Stavamo così, in piedi uno di fronte all’altro, immersi in quella luce cremisi. Muti: io per l’incredulità, lui per altri evidenti motivi, un filo di bava densa e collosa che gli scendeva dall’angolo della bocca contratta.

Poi Bub si incamminò lentamente verso l’uscita della camera, testa bassa e spalle incurvate, trascinando mestamente i piedi, come un’anima dantesca rassegnata ad espiare lunghi anni di Purgatorio.

Percorrendo i corridoi illuminati di rosso, pervasi da una pessima, fastidiosa e monotona filodiffusione (haaanggg…haaanggg…), lungo i quali Bub mi faceva da dolente cicerone, capii che quelli che avevo immaginato come Uomini topo, in realtà erano scienziati che indossavano semplici tute NBC in plastica bianca o rossa, abbinate a moderne maschere antigas. I cadaveri di alcuni di loro giacevano, smembrati o eviscerati, come marionette a cui fossero stati improvvisamente recisi i fili, facendole così accasciare dove si trovavano. Uno di essi, aveva una grossa siringa infilata in un’orbita oculare: augurai a me stesso che fosse quello che mi aveva fatto una pera di trekking-light, e a lui di finire nel buco del culo di Satana dopo una scorpacciata di chili piccantissimo.

Vidi molti morti stecchiti e molti morti che se ne cibavano. Quando vi passavo accanto, essi si limitavano ad alzare lo sguardo verso di me, per poi tornare subito a concentrarsi sul loro pasto.

E io sentivo le loro voci, profonde e lamentose, rincorrersi e rimbalzare nei corridoi.

Vidi camere come la mia: in alcune, il paziente legato al lettino era stato oggetto di approfonditi assaggi da parte degli altri “ospiti”. Vidi anche laboratori zeppi di provette, monitor, apparecchiature tecnologiche misteriose e gabbie occupate da cavie animali e non-morte.

Da una specie di sedia da barbiere, sulla quale stava legata, una scimmia (zombi?) col cervello esposto mi ringhiò contro mostrandomi la sua potente dentatura da primate. Mi sembrò di sentire il suo dolore, scagliato contro di me come una palla da bowling.

Bub mi fece transitare anche in un lungo e freddo stanzone, una specie di obitorio, in cui su entrambi i lati stavano allineati, a decine, dei letti metallici. Molti erano vuoti, ma sopra ad alcuni erano saldamente legati corpi, nudi o vestiti, che si dimenavano ringhiando. Dalle pareti uscivano tubi attraverso i quali scorreva un liquido incolore, e che si infilavano nei loro colli. Mi avvicinai ad uno di essi, il quale smise di ringhiare non appena fui accanto al lettino. Notai che anche questo soggetto non sembrava morto da troppo tempo, così come Bub e gli altri che potevo vedere lì intorno. Al suo polso c’era una targhetta ma, prima che potessi leggerla, vidi che Bub si era fermato e mi aspettava, la testa girata verso di me, come farebbe un cane che si ferma ad aspettare il padrone.

Lo raggiunsi e proseguimmo fino lungo un ampio corridoio che terminava, dopo aver fatto un angolo retto a sinistra, davanti ad una grande porta di acciaio. Non c’era nessuna maniglia sulla superficie liscia e lucida, solo un cartello che recitava a caratteri cubitali: “BIO-HAZARD. DEPOSITO EU-DISTR.01T. ACCESSO RISTRETTO.”

Era, di fatto, una grossa cassaforte, il cui accesso era bloccato da un sistema di sicurezza ad impronta digitale. Guardai Bub, il quale afferrò il moncone di mano che aveva in tasca e ne posò il dito indice sul dispositivo di riconoscimento. Il meccanismo di sicurezza si azionò con un suono sibilante di aria compressa e pistoni, e la porta iniziò ad aprirsi, scivolando silenziosamente sui cardini, verso l’interno.

Fu in quel momento che, alle nostre spalle, un Uomo topo sopraggiungesse da dietro l’angolo. Urlava e camminava nella nostra direzione, incespicando nei propri intestini. In una mano teneva una mitraglietta M12, nell’altra una piccola granata che scagliò, con poca forza, verso di noi, mentre tirava le cuoia cadendo, bocconi, in avanti.

L’ordigno rotolò sul pavimento, perdendo gradualmente velocità, finchè si fermò a poca distanza dai piedi di Bub. Prima ancora che la bomba si fermasse, io avevo già oltrepassato la robusta porta di acciaio del deposito ed avevo trovato un riparo dietro di essa. In quel momento, accovacciato a terra con la testa infilata tra le ginocchia, mi sentii un vigliacco per aver lasciato Bub là fuori.

Poi ci fu il fragore dell’esplosione. Fumo e polvere entrarono nel deposito. La porta, seppur squassata, aveva resistito al contraccolpo e non mi era caduta addosso.

Uscii e vidi ciò che rimaneva di Bub: un tronco le cui gambe erano sparpagliate sulle pareti e sul pavimento. Un liquido che non era sangue si spargeva da sotto di lui.

Bub, che ovviamente era ancora “vivo”, mi guardò con gli occhi liquidi e mi tese la mano. Fu come guardare negli occhi neri e profondi di un cervo morente, abbattuto da una fucilata, che sembra domandarti “perchè?”.

Allora capii. Mi resi conto che anche quelli che chiamiamo teste-marce, zulu, putridi, zombi, non-morti, fottuti (così è contento anche Il Cinico) figli di puttana, sono rimasti fregati come noi nel più grande RPG della storia dell’Umanità, messo in piedi da non so quale sceneggiatore umano o soprannaturale.

Tuttavia, non capivo ancora perché mi avessero risparmiato.

In seguito ci avrei pensato molte volte, ma quella rimase una domanda alla quale non ho ancora trovato una risposta, e che giace nel cassetto delle tante domande irrisolte su questo olocausto che stiamo vivendo.

Mi alzai e mi diressi dall’Uomo topo che era crepato lanciandoci la granata. Mi impossessai della mitraglietta e tornai da Bub. Restando in piedi sopra di lui, lo guardai e lui guardò me, dentro di me. Fece un lieve cenno di assenso con la testa.

Quando esplosi il colpo, Bub sorrideva nella sua maniera zombesca, e mi sembrò Umano.

Molto più umano di certi umani che si aggirano oggigiorno in quello che resta della nostra disintegrata civiltà.

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