Diario di guerra n.9

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11 gennaio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Nicola Furia]

“Comandante, l’onorevole Rusitani desidera conferire con lei” – annunciò l’appuntato Tancredi dopo aver bussato alla porta del mio ufficio.

Superato lo stupore iniziale, fu l’ira a prendere immediatamente il sopravvento.

“Tancrè, ma quale cazzo di “onorevole”! – dissi stizzito – “Gli onorevoli non esistono più! E non se ne sente la mancanza. Rusitani è solo un cittadino dell’Oasi, né più, né meno”.

Prima dell’apocalisse Rusitani era un anziano senatore. Il classico politico navigato da seconda repubblica. E di “navigazioni” ne aveva fatte a iosa, approdando di volta in volta in porti differenti. Era infatti transitato disinvoltamente da un partito all’altro, riuscendo, così, sempre a tenersi a galla. Ex Democristiano, ex Socialista, ex Forza Italia, ex PDL per approdare, infine, in Futuro e Libertà (ma si vociferava che, in previsione della disfatta a cui il partito andava incontro nelle prossime elezioni, stava per passare all’UDC). Insomma, era già abituato alla sopravvivenza…quella politica.

Fu uno dei primi ad essere salvato, ma solo perché aveva avuto un culo spudorato.

Come ho esposto nei resoconti precedenti, le prime operazioni di salvataggio furono indirizzate verso la periferia del centro abitato, nelle aree rurali abitate dai contadini. Era di persone con i calli alle mani che avevamo bisogno, persone che sapessero coltivare la terra ed allevare gli animali, e non certo di inutili politici.

Quando si scatenò l’inferno, quello sculato di Rusitani si stava abboffando come un porco proprio in una di quelle case di campagna, pregiato e riverito ospite di un’umile famiglia del posto, alla quale, da anni, aveva promesso un posto di lavoro per il figlio disoccupato. Il posto di lavoro non si era mai visto, ma nel frattempo l’onorevole, periodicamente, trangugiava i prodotti genuini della natura.

Quando me lo portarono in ufficio la prima volta, dopo il salvataggio, era spaventato e disorientato. Con un atto di vile servilismo cercò, addirittura, di baciarmi le mani. Non c’era più traccia in lui dell’arroganza che mostrava quando lo incontravo per le vie del centro, sempre alla testa del classico codazzo di leccaculi e portaborse.

Come avrei potuto utilizzarlo nella collettività? Non sapeva fare nulla di utile. Inizialmente lo feci lavorare nella mensa, a pulire i piatti, successivamente, su sua richiesta, lo utilizzai come autista del veterinario. Accompagnava settimanalmente il medico nelle 3 basi, per controllare lo stato di salute di ovini, suini e bovini. Dopo aver passato la vita precedente a farsi comodamente scarrozzare dall’autista, adesso era Rusitani a chiedere di fare l’autista di qualcun altro. “Contento lui, contenti tutti” – pensai inavvertitamente.

“Comandante, mi scusi, è la forza dell’abitudine” – si giustificò l’Appuntato Tancredi – “che faccio? Lo faccio entrare?”.

Feci un cenno di assenso e Rusitani fece il suo ingresso trionfale in ufficio, accompagnato da due sopravvissuti addetti alla mensa. Il suo sguardo sornione non mi piacque e istintivamente portai la mano alla fondina. Anche i suoi due accompagnatori erano per me dei “pesi morti”: un ex avvocato e un ex giornalista.

“Colonnello, lei ha svolto un egregio lavoro” – esordì Rusitani. Alla mente mi ritornò la sgradevole immagine del Generale Pisano, del Comando Generale di Roma, quando mi comunicò il trasferimento a Rieti.

“Rusitani, il lavoro lo stiamo ancora svolgendo e non ho tempo da perdere” – risposi ruvidamente.

Uno dei suoi accompagnatori, l’ex avvocato, intervenne immediatamente: – “E’ proprio del futuro che ci attende che l’onorevole voleva parlarle, Comandante”.

“Qui non c’è nessun onorevole” – puntualizzai stizzito.

“Ha ragione, ha ragione” – intervenne subito Rusitani facendo cenno al suo accompagnatore di tacere – “Lo perdoni, Comandante. Mi conosce da anni e mi ha chiamato sempre con quel termine. Lo so, oggi è un appellativo che non ha più significato”.

“Ne aveva poco anche prima” – affermai spavaldamente.

“E’ vero, è vero. Ma alle abitudini si fa fatica a rinunciare. D’altronde anche lei, in segno di rispetto, viene chiamato con l’appellativo di “Comandante”- affermò furbamente l’”onorevole”.

“Rusitani, veniamo al sodo, per quale motivo voleva parlarmi?” – chiesi, tentando di chiudere rapidamente quel fastidioso incontro.

“Volevo presentarle ufficialmente un’istanza del Movimento ARCOBALENO DELLE LIBERTA’” – dichiarò solennemente Rusitani porgendomi un consistente plico.

“Arcobaleno delle libertà?…e che cazzo è?” – chiesi io ignorando il dossier nelle mani di Rusitani.

“Comandante, grazie a lei ci siamo riappropriati della nostra dignità di uomini” – cominciò a declamare Rusitani, poggiando delicatamente l’incartamento sulla mia scrivania – “Lei è il nostro salvatore. Lei è il nostro eroe. Lei ed i suoi uomini siete riusciti a far rinascere la società. Sieti riusciti ad evitare che finissimo tutti in un era di barbarie. Oggi, grazie al vostro sacrificio, al vostro coraggio, alla vostra determinazione, siamo nuovamente una collettività. Ma, come disse Cavour, se abbiamo fatto l’Italia, adesso dobbiamo fare gli Italiani. Dobbiamo darci delle regole, dei principi, dei valori che guidino il nostro cammino di rinascita”.

Rusitani era un fiume in piena e, mentre dava sfoggio della sua arte oratoria, i due accompagnatori, da brevettati yes-men, approvavano ogni singola parola con palesi gesti di assenso.

Rusitani proseguì il suo proclama:

– “Oggi finalmente ci sentiamo nuovamente Uomini. Ma l’uomo è un essere socievole, che ha necessità di aggregarsi. Serve un progetto di vita, Comandante. Ho così dato avvio al movimento A.D.L., Arcobaleno delle libertà, allo scopo di indicare un ideale, di ridare una speranza nel futuro di queste persone. E, come può vedere, al movimento hanno finora aderito 5.200 persone” – e nel dire ciò, riprese in mano il dossier e mi mostrò le numerose pagine contenenti le generalità e le firme dei sopravvissuti cooptati.

A quel punto presi il plico e scorsi rapidamente la lista dei firmatari. Rusitani non stava mentendo. 5.200 sopravvissuti, sull’intera collettività dell’OASI che contava 8.120 persone, erano con lui.

“ E quale sarebbe il programma di questo movimento?” – chiesi assumendo un atteggiamento ironico e sprezzante.

Rusitani, da politico esperto, ignorò il mio atteggiamento provocatorio e, sempre affabilmente, continuò la sua esposizione:

“L’arcobaleno delle libertà non è altro che il naturale proseguimento del suo grande progetto, Comandante. Il movimento si pone due grandi obiettivi: PACE e DEMOCRAZIA. Si propone di pacificare la nostra collettività e di ricreare una struttura democratica che regoli le nostre attività” – concluse Rusitani.

Addio sogni di gloria.

Con il suo linguaggio politichese forbito, l’onorevole mi stava dicendo che la guerra era finita e che anche la mia “dittatura militare” era al capolinea. E bravo Rusitani!

Ma come aveva fatto in così breve tempo a portare al suo ovile tutte quelle pecorelle smarrite?

Ma certo! Quello stronzo aveva approfittato dei viaggi settimanali che faceva con il veterinario per prendere contatti con i sopravvissuti presenti nelle 3 basi. Ora, che tutta la collettività si era riunita all’interno dell’OASI, non aveva fatto altro che compattarli dando avvio al movimento politico.

Avete capito?

Mentre io ed i miei uomini rischiavamo il culo e buttavamo il sangue, l’onorevole, zitto, zitto, faceva la sua campagna acquisti. Mentre noi morivamo, lui tesseva i suoi piani. E adesso mi presentava il conto.

“Rusitani, forse non si è reso conto che siamo ancora in guerra. E che la guerra è appena iniziata.” – gli dissi guardandolo fisso negli occhi – “L’intero mondo è in mano agli zombi! Se l’è scordato? E’ nostro dovere proseguire le manovre belliche e conquistare gli altri territori invasi”.

“Ma noi abbiamo fatto tutto il possibile, Comandante.” – affermò Rusitani.

“Noi?” – chiesi beffardamente, interrompendolo.

“Ha ragione. Lei ha fatto tutto il possibile. Ma ora, grazie a lei, abbiamo la nostra porzione di territorio libera e sicura. E qui dobbiamo far rinascere la vita. La nostra vita. Questo è il nostro dovere. Ora dobbiamo fermarci. Non è giusto far rischiare ancora la vita ai nostri concittadini. E’ tempo di pace, Comandante. Fermiamoci, rinforziamoci, organizziamoci e poi… quando saremo pronti, potremo proseguire le ostilità. Saranno i cittadini, tramite i loro rappresentanti, a deliberalo”.

“Di quali cazzo di rappresentanti sta parlando?” – chiesi, già conoscendo la risposta.

“Ma è ovvio. Non può gravare tutto sulle sue spalle, Comandante. Lei ha già fatto tanto. Lei è riuscito a portare a termine un’impresa immane. Non è giusto che continui da solo a portare questo fardello di responsabilità”.

“E questo fardello lo vorrebbe lei, giusto?”.

“Ci saranno delle libere elezioni!” – intervenne infervorato l’ex giornalista che accompagnava l’onorevole– “Basta con la dittatura militare! Basta con la legge marziale! Basta con questo stato di polizia! Basta…”

L’ex giornalista non finì mai la frase.

Estrassi rapidamente la pistola e gli sparai in mezzo agli occhi.

L’appuntato Tancredi fece immediatamente irruzione imbracciando l’M12. Rusitani si mise in ginocchio, con le mani alzate, e iniziò a piangere. L’ex avvocato rimase basito, in trance, non riuscendo a realizzare cosa stava accadendo.

In quel momento la radio portatile, che tenevo sulla scrivania, si mise in funzione.

“Comandante Furia dal Capitano Nero. Mi riceve?”

Riposi la pistola in fondina e afferrai la portatile.

“Avanti Capitano. Furia in ascolto”.

“Comandante, sta succedendo qualcosa di strano. Un centinaio di cittadini si sono radunati sotto gli uffici della caserma.” – mi comunicò allarmato il Capitano.

Ordinai al Capitano di raggiungermi in ufficio e, dopo aver fatto portare Rusitani ed il suo accompagnatore superstite nelle camere di sicurezza, facemmo il punto della situazione.

“Comandante, ci troviamo in una situazione di merda” – sintetizzò il Capitano Nero dopo che lo ragguagliai sugli avvenimenti – “Rischiamo la guerra civile. Non so quanti dei cinquemila e passa, che hanno firmato il documento di Rusitani, sarebbero disposti a farsi sparare addosso, ma so con certezza che la gente è stanca. Non ce la fa più. Non vogliono proseguire le ostilità. Non ne capiscono il motivo. Ormai si sentono al sicuro e non hanno alcuna voglia di uscire dalle mura dell’OASI. Non so neanche quanti dei sopravvissuti che non hanno firmato si schiererebbero con noi. Noi siamo rimasti in 10, Comandante. Io metterei la mano sul fuoco solo su di loro. La situazione ci è sfuggita di mano. Lei lo sa, io sono con lei fino alla fine, ma se adesso ci spariamo tra di noi, a che è servito fare tutto quello che abbiamo fatto?”.

Ho chiesto di rimanere solo per prendere una decisione.

E adesso sto qui, solo e confuso, a scrivere su questo cazzo di blog.

I sogni muoiono all’alba. E io ho come la sensazione di svegliarmi solo ora da un delirio folle durato per un anno intero.

Una doccia fredda, improvvisa, ha gelato il mio cuore.

Mi sento svuotato, stanco, disorientato.

Ma che cazzo mi ero messo in testa di fare?

Di salvare il genere umano?

Quale assurda follia si era impossessata di me?

E ora… cosa deciderò di fare?

Non lo so.

Non so più nulla.

…E, per la prima volta da quando tutto questo è iniziato, ho paura.

…Ho paura di me stesso… e di quello che ancora sarei capace di fare.

…segue…

6 thoughts on “Diario di guerra n.9

  1. Ivan zamorano scrive:

    Fantastico!! Visto comandante, il pericolo dell’uomo è l’uomo stesso!! Ingrati di merda, dai loro “panem et circenses” e visto che ci sei si clemente e fucila quel politicante…

    • Nicola Furia scrive:

      Grazie Ivan
      sarei tentato di fucilarlo…ma temo di farne un martire.
      E poi non è lui il problema, ma la massa di vigliacchi pecoroni che si sono subito messe sotto la sua “ala protettrice”.
      …il male è nel dna del genere umano.
      Ma vale veramente la pena continuare a combattere per salvare l’uomo?

  2. Ivan zamorano scrive:

    Ma che martire!! Mi verrebbe da dirti fallo uscire con te in azione…. e sto pensando alla punizione da reparto mobile contro i capi squadra stro……zi!! Sarà lui un eroe e tu ti liberi di un cancro. Penso che vale sempre la pena salvare l’uomo, nonostante tutto sono convinto che c’è ancora tanto bene in noi, che vale la pena salvare!!

    • Nicola Furia scrive:

      bell’idea!
      Due piccioni con una fava: diventa un eroe e nel contempo muore,
      “promoveatur ut amoveatur”…promuovilo e toglitelo dalle palle…(questa tecnica la conosco benissimo… per averla subita).
      Non lo so…valuterò.
      Ti sembrerà assurdo, ma so essere spietato e cinico ma non riesco a fare mie queste viscide tecniche politichesi.
      Sono più capace a diventare come gli zombi, piuttosto che diventare come questa sottospecie di umani dominanti.

    • Nicola Furia scrive:

      bell’idea…
      due piccioni con una fava: diventa un martire e nel contempo muore.
      “promoveatur ut amoveatur” …promuovilo e toglitelo dalle palle (la conosco questa tattica…l’ho sperimentata personalmente).
      Mhà…sono indeciso.
      Ti parrà strano … riesco ad essere spietato e freddo come gli zombi, ma non riesco ad essere viscido come certi uomini.

  3. Ivan zamorano scrive:

    A chi lo dici…. Proprio in questo momento lo sto vivendo io….. Solo che a me non possono promuovermi….. Ahahahah

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