Nowhere to run babe, nowhere to hide

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10 gennaio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Cristina Cecchini]

Sono una persona mite ma ogni tanto scoatto un pò.

Come nell’ultimo post in cui ho dichiarato al mio personal untore dove stavo, pensavo che in fondo non gli interessasse… più che coraggio era bassa autostima.

O forse ottimismo, che è come l’erba cattiva, non muore mai…o forse voglia di rissa, avevo bevuto.

E’ sorprendente come sia facile trovare droga e alcool durante l’apocalisse!!(attualmente ho bevuto una nastro azzurro, l’ho trovata, la mia preferita)

Ma comunque sia, uno dei lati positivi di tutta sta storia è che non c’è bisogno di elaborare le emozioni continuamente e crescere ed evolversi. Sti gran cazzi perché l’ho scritto, fatto sta che è arrivato, anzi sono arrivati prima di subito.

La situazione a Roma è la seguente:

I Bastardoni probabili amichetti di Area hanno il loro quartier generale in quel di Castel Romano, una porzione di territorio tra Pontina e Colombo costellata di capannoni industriali, che ho riconosciuto al volo perché, prima che la camorra ci facesse l’Outlet, nei capannoni vuoti ci facevano le feste illegali, io c’andavo praticamente sempre. Tra l’altro a due passi da dove stavo …Vabbè.

Non mi ricordo bene le cose che mi sono successe, non so se per le droghe somministratemi da loro o per le droghe che mi somministro io di tanto in tanto.

Hanno fatto irruzione nel castello dove mi ero barricata in piena notte, io ero sveglia e mi hanno catturato in un modo che definire perverso è poco: mi hanno diretto verso un camioncino tipo blindato aizzandomi contro alcuni zombi incatenati, cioè in pratica sono entrata nel camioncino correndo, e la cosa peggiore è che in quei 30 secondi ho quasi provato empatia per gli zombi che mi fomentavano contro, voglio dire, mi sono sentita più vicino a loro che…a chi? E comunque bastava puntarmi una pistola, tranquilli.

Ho letto quello che succede da voi, credo di poter dire che anche qui avviene lo stesso, o non lo so: so solo che quello che mi è successo era organizzato, preciso, spietato, disumano.

Ogni volta che provo a ricordare bene quello che mi è successo mi prende una nausea incontrollabile, e vomito violentemente.

Ma qualcosa è emerso:

dopo la cattura, siamo appunto arrivati a Castel Romano che come dicevo ho riconosciuto al volo, d’altro canto non ero né legata né bendata, vedevo tutto.

Quelli (regà ma quanto cazzo so alti questi???) che mi hanno preso erano tre, tra cui il dottorino che però mi è sembrato quasi rassicurante in quel frangente. Poi il buio totale, mi si è fatta notte, mi sono risvegliata dentro quella che doveva essere una piccola porzione di capannone delimitata da mura fittizie, in pratica una gabbia murata senza finestre, piccola. piccolissima….e al di là delle mura c’erano altri nella mia stessa condizione….

Le urla che ho sentito durante la mia permanenza sono quelle urla: le urla di persone straziate vive.

A volte ho sentito degli spari, non so come funzioni il mio cervello ma mi sembrava di stare nel film “la notte delle matite spezzate”.

Senza sapere se da un momento all’altro sarebbe toccato anche a me.

Ma a me, almeno coscientemente, non è successo niente, se escludiamo una gradevole sonda infilata alla base del collo.

Non potevo muovermi più di tanto, solo sdraiarmi, sedermi e fare due tre passi pe’ puzza in ogni direzione. E’ stato così per giorni e giorni; tra la claustrofobia (che già avevo di mio pre apocalisse) e le urla atroci che irrompevano nel silenzio totale terrorizzandomi non sentivo il bisogno di svolgere le basilari attività fisiologiche, escludendo il pensare.

Ogni tanto però le urla erano diverse, venivano forse da fuori, erano di tante persone insieme e sembravano quasi…urla da stadio. E’ assurdo ma è così.

Dopo questa situazione che sembrava infinita, mi hanno portato al cospetto di lui. Dico cospetto in senso ironico perché sto super umano de merda si è acchittato tipo una sala reale, ha anche un trono e uno scettro, e come ciliegina sulla merda, da vero burinone si adorna di un manto leopardato che probabilmente avrà trovato all’outlet, perché andava una cifra quest’anno.

Adesso ne parlo così ma lì per lì ho provato un terrore addirittura superiore alla vista dei Puzzoni, quantomeno gli zombi sono ex umani ma questi? Lui è enorme, ha mani porcine pur essendo molto magro, occhi nerissimi e bocca rossissima, viscido. Mi ha parlato brevemente e mi ha portato a visitare il suo orribile regno, il capannone A. Più che altro mi osservava, sembrava scocciato addirittura, lo seguivo scortata da due scagnozzi di cui uno impressionante, con il volto completamente ustionato. L’altro sembrava umano, aveva una lacrima tatuata sotto l’occhio destro.

Il capannone nella parte più alta è contornato da una specie di balconata, cosicchè si può dominare con la vista l’intero capannone; una parte è murata anche sopra, probabilmente dove stavo io. Alla balconata si accede dalla stanza del Re, che mi sembra di avere capito sporge dal capannone, tipico dell’architettura industriale anni 80. C’erano dei finestroni un po’ più alti di me ma ho potuto scorgere un po’ del fuori, ho visto poco ma mi è bastato: camionette con uomini armati, altri capannoni, fumo. E altri uomini giganti, a giostrare tutta la situazione.

E dentro, nella parte non occupata dalle celle, quello che doveva essere lo svago del re Merda, che non riesco neanche a raccontarvi. Ho potuto solo rendermi conto che in quel capannone si stavano torturando delle persone, ma non gridavano. Erano sottoposti a un martirio tale che avevano perso ogni reazione al dolore.

Quando ho capito quello che avevo visto sono svenuta, anche adesso che lo sto scrivendo mi sono dovuta fermare un attimo per la vertigine che mi ha colto…le ho spesso ultimamente, d’altro canto mi hanno sondato il cervelletto per settimane…e insomma mi sono risvegliata in un’altra cella, un po’ più grande, senza porte, sempre con sonda annessa.

Stavolta però avevo compagnia: lo scagnozzo umano con la lacrima tatuata, che mi guardava fisso.

E’ stato lui che mi ha fatto uscire, un notte, mi ha tolto la sonda (io non ci ero mai riuscita) e ha aperto una porta invisibile con un gesto della mano. Mi sono ritrovata fuori, con lui, mi ha guidato verso un camioncino e mi ha detto: “vattene, per un po’ non ti cercheranno”, la seconda frase da quando l’ho visto per la prima volta. A questo punto è ovvio che la mia fuga non è stata fortuna, fa parte del “trattamento”. Perché sono stata trattata, in qualche modo, ma non so a che scopo. E gli altri nelle celle? Anche loro hanno subito il trattamento? Esperimenti falliti dati in pasto al popolo? Non lo so, non so più niente.

Mi sposto spesso ma so che se vogliono possono trovarmi, lo so, l’angoscia perenne è uno dei regalini che mi ha lasciato questa esperienza. Avevo appena superato l’orrore costante dato dall’esistenza di cadaveri assassini che ti mangiano viva, adesso c’è un terrore ignoto che ci minaccerà tutti, prima o poi. E lo farà con estrema facilità. E oltretutto utilizzando l’orrore precedente. Molto bene.

Il tizio con la lacrima.

E’ chiaro che in cella l’ho tempestato di domande, ma lui non parlava. Quando gli ho chiesto della lacrima però ha pronunciato la sua prima frase, mi ha detto: “ce l’hai anche tu”.

Nowhere to run, babe, nowhere to hide.

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