La missione 5 :il molo di ponente

Lascia un commento

8 gennaio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Licia De Carp]

 Quella notte non riuscivo a dormire.

Avete mai provato un’angoscia profonda che risale dalla bocca dello stomaco e vi stringe la gola?

Sapete cosa significa sentire la vostra mente risucchiata in un vortice nero fino a perdere completamente il controllo del vostro corpo e delle vostre reazioni?

Io si: li chiamano ATTACCHI DI PANICO.

E non è che hai paura di qualcosa: la reazione cosa spaventosa – paura è normale.

L’attacco di panico no, perché in effetti non c’è un cazzo di cui avere paura.

Come faccio a spiegare?

La paura di fronte ad un pericolo reale è una reazione vitale: spara l’adrenalina al cervello e ti fa reagire. E’ puro e sano istinto di conservazione.

L’attacco di panico no. Quella paura ti paralizza.

C’ero passata: quasi 2 anni di calvario. Fischi nelle orecchie, senso di soffocamento .

Non hai paura di tutto, ma hai paura dell’unica cosa che ti appartiene veramente: te stesso!

Chi ti sta vicino non capisce, ti guarda come se fossi un deficiente e comincia a blaterare frasi senza senso del tipo “ non ti preoccupare”…. “ stai calma, non è niente”….

Non si può capire cosa significa cercare di tenere sotto controllo il proprio corpo e non riuscirci.

Essere dissociati completamente da se stessi.

In quei momenti non hai più nulla, in effetti sei come uno zombi.

L’unica differenza è che ne sei cosciente e non hai nemmeno fame!

Come si arriva in quel punto di non ritorno? Non lo so.

Una notte mi alzai dal divano e caddi a terra stecchita, quando riaprii gli occhi battevo i denti, tremavo come una foglia e non riuscivo a riprendere pienamente coscienza di me.

In ospedale mi fecero l’elettrocardiogramma e poi, con aria da buon padre di famiglia del cazzo e con voce sarcastica piena di rimprovero, il dottore mi chiese cosa mi fossi fumata!

“Ma vai a prendere per il culo tua madre” – avrei voluto dirgli – per sua fortuna non ce la faci a parlare.

Tornai a casa, ma da quel momento nulla fu più come prima.

Presa di coscienza – accettazione della realtà: da quel punto si poteva risalire.

Ma mi trovavo nelle fogne della mia anima, immersa nella mia stessa merda!

“ Quale allegria!” … hai ragione vecchio Lucio, non c’era proprio niente di cui essere allegri.

Ma perché vi sto raccontando i cazzi miei ?

Ah, si, perché quella notte non riuscivo a dormire.

Comunque forse ad un certo punto mi addormentai perché sentii Lello che posandomi una mano sulla spalla mi diceva “ Licia, siamo quasi pronti…datti una mossa!”.

Me la diedi.

Dovevamo fare rifornimento di viveri, era già previsto che saremo scesi a valle.

Lì non c’era la puzza di zolfo a mimetizzare il nostro odore per il fiuto eccellente di quei dannati famelici. Perciò Elena aveva avuto l’idea di preparare una specie di unguento nauseabondo miscelando le pietre di zolfo con un’altra crema gelatinosa: il fetore era assicurato, l’effetto l’avremmo verificato presto.

“Ma lo sai che sei davvero irresistibile?” disse Lello passandomi il braccio intorno alla vita e guardandomi con uno sguardo da latin lover stile telefoni bianchi. “ Anche a me il tuo odore di maschio in calore mi fa impazzire!” risposi. Ridemmo di cuore, ci facevamo coraggio, ne avevamo bisogno.

Destinazione : il molo di ponente.

Lì erano attraccati tanti yatch di ricconi della zona. L’idea era quella di rovistare nelle stive sperando di trovare qualcosa di commestibile e di utile. Quella gente lasciava spesso provviste nella cambusa, per essere sempre pronti a prendere il largo quando avevano bisogno di relax. Si, perché essere ricchi è un tale stress, che proprio non lo si può nemmeno immaginare!

Nessuno di noi, infatti, ne aveva la più pallida idea.

Personalmente non sapevo nemmeno cosa significava salire su uno di quei giganti del mare!

Ero nervosa e avevo una dannata voglia di fumare. Non so che cosa avrei dato per una cicca!

L’ultima me l’ero fatta la sera prima.

La strada davanti a noi sembrava tranquilla e deserta. Il vento forte agitava il mare e le onde si infrangevano rumorose sulla banchina. Il tintinnio dei tiranti delle barche aveva il suono sinistro del canto delle sirene, ma ci sarebbe tornato utile per nascondere il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Prima di iniziare la strada in discesa che ci conduceva sul molo ci fermammo a guardarci negli occhi.

Anzi, per la precisione tutti guardammo Elena scrutandola attentamente. Era seria, tesa, ma nessuna visione le agitava la mente.

Buon segno, o almeno noi lo interpretammo così.

“Avanziamo stando vicini – disse Francesco – e cerchiamo di non avere le spalle scoperte. Ok?” . Domanda pleonastica, certo che eravamo d’accordo!

“Se qualcosa va storto, vale sempre la stessa regola: pensiamo a salvare il nostro culo se quello del compagno è fottuto. OK?” disse Lello scuotendo la sua criniera grigia, faceva sempre così quando era nervoso.

“ Okkei! “ rispondemmo quasi in coro io ed Elena, con tono un po’ seccato.

Mi giravano le palle : avevo sete, non avevo dormito e non avevo una cazzo di sigaretta!

Ogni volta a ripetere quelle frasi come una specie di mantra.

I maschi in certe circostanze sono stupidamente noiosi e noi donne, comprensive e rassegnate, ce ne stavamo in silenzio.

Ma loro no, sembrava avessero bisogno di marcare il territorio per confermare il loro ruolo dominante.

Mancavano Lucio e Roby.

Era certa che anche loro avrebbero tirato fuori una frase di circostanza.

Ed infatti: “ Il computer e gli elaborati sono nella mia borsa. Lello, in ogni caso cerca di recuperarla!”. Lello annuì serio.

Fu poi la volta di Siddarta.

Allargò le braccia per raccogliere l’energia del sole, chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. Feci anch’io la stessa cosa. Respirai profondamente e strinsi il pugno intorno al mio piede di porco, ma senza chiudere gli occhi, fissando intensamente l’orizzonte.

“ L’energia non ci abbandonerà- disse Roby ( alias Siddarta), in ogni caso, fratelli, vi chiedo di non modificare in alcun modo il mio carma! “.

Si, lui credeva nella reincarnazione e nella ciclicità delle esistenze.

Ci aveva fatto promettere che, se fosse stato contaminato dagli zombi, lo avremo abbandonato al suo destino e non ci saremo preoccupati di ammazzarlo veramente, perché il suo carma doveva compiersi.

Forse aveva ragione lui. Chissà.

“ Guagliù, jamm bell, vuttamme ‘e mane! ( traduzione: Ragazzi, diamoci una mossa!)” dissi spazientita.

Mi diedero ascolto senza obiettare. Con la “dolcezza” si ottiene tutto!

Riprendemmo a camminare, rapidi e silenziosi, serrati in formazione “ pentagono”.

Arrivammo al molo, la prima barca sembrava già aver avuto visite.

Optammo per la seconda. Due dentro, gli altri fuori.

Niente.

Proseguimmo. Nave da crociera con un nome improbabile ,provenienza Istanbul: incrociammo le dita.

Salimmo dal ponte che conduce ai garage. L’odore di morte era nauseabondo. Perfino le mie narici bruciate dalla nicotina e stordite dall’unguento alla zolfo ebbero uno shock.

Gli spazi erano grandi e la visibilità scarsa, dovevamo fare attenzione: i famelici potevano attaccarci da qualsiasi direzione. Roby, che ci precedeva, fece segno di scendere al I livello: le cucine in genere erano posizionate lì. Prima di darsi alla vita ascetica era stato imbarcato come mozzo su navi come quelle, un’esperienza normale per chi, come lui, è originario di Torre del Greco.

Un rumore alle nostre spalle ci fece trasalire. Era uno di “loro” che ci inseguiva.

Con la sua andatura claudicante non riusciva a scendere le scale, erano troppo ripide, alla fine perse l’equilibrio e rotolò giù. Mi scansai per agevolarne la caduta e non trovarmelo addosso. A fine corsa c’era Francesco con la sua mazza: zack, colpo netto, kaput!

“Ce ne saranno sicuramente altri” disse Lucio sotto voce.

Ed infatti.

L’odore della carne andata in decomposizione nelle cucine ne aveva attirati a decine! Perché cazzo non l’avevamo pensato? Non potevamo farcela. Richiudemmo con delicatezza la porta, per fortuna quelle merdacce erano intente a mangiare e non si accorsero di noi.

Ritornammo sui nostri passi.

Decidemmo di frugare nelle auto. Era più sicuro.

Io trovai una busta di tabacco, delle cartine ed un accendino. Eureka! Merendine, pacchi di biscotti, qualche indumento pulito. Una fune elastica da traino, poteva servire, un basco tipo militare ( “figo!” pensai come una deficiente!) ed un giubbotto di pelle nera, imbottito, che indossai subito. Cominciava a fare freddo!

Anche agli altri andò bene.

Ora avevamo in dotazione perfino una pistola lanciarazzi (!) e molte cose commestibili. Comunque non potevamo caricarci troppo. Riempiti gli zaini, non avevamo la possibilità di portare altro con noi.

Lello, pragmatico come sempre, disse : “ Prendiamo in prestito questa macchina – era una Land Rover verde metallizzata (bellissima!) – e cerchiamo di recuperare altri viveri” .

Così dicendo diede un calcio deciso al cadavere ormai decomposto che era ancora seduto alla guida facendolo rotolare fuori dall’abitacolo e prese il suo posto.

Gli demmo retta arraffando alla rinfusa tutto ciò che trovammo sotto mano.

Salimmo a bordo, la chiave girò nel motorino di accensione e dopo qualche tentativo partì.

Anche questa volta la dea bendata ci aveva assistito.

Ora però avremmo percorso strade transitabili, i rischi aumentavano, ma la nostra destinazione era lontana e dovevamo fare in modo di arrivarci prima che fosse troppo tardi.

Chiusi gli occhi, mi sentivo stanca, personalmente, dopo mesi di quella vita ero cambiata anch’io, ma mica tanto.

Folle, lo ero già prima.

Strana, lo ero sempre stata.

Schizzata e meteoropatica, pure.

Avevo dentro di me una grande energia, quando tutto sembrava finito…rinascevo dalle mie stesse ceneri, come la fenice. Ma quando l’angelo sterminatore prendeva posto nella mia anima, diventavo pericolosa per me e per gli altri. Bisognava solo aspettare che passasse!

La macchina filava via veloce, qualche zombi che ci capitava davanti lo avevamo buttato a gambe all’aria, come un birillo. Le loro carcasse erano tanto fradice e svuotate che non facevano nemmeno tanto rumore quando ricadevano a terra.

Ogni zombi valeva 3 punti. Lucio portava il conto: un gioco macabro, ma ci tenne occupati.

Lello sembrava di buon umore, guidava tranquillo e canticchiava un vecchio pezzo dei Pink Floyd, wish you were hire…. Vorrei che tu fossi qui… aveva una bella voce.

Madonna quanti ricordi!

Una chitarra, gli amici, una birra, qualche canna, serate intere passate così, accarezzando i sogni di un futuro che eravamo certi sarebbe stato nostro.

Era andato tutto a puttane. Almeno per me.

Direte voi: ma che te ne fotte? Tanto ormai!

Ed invece no, a me me ne fotteva ancora e nemmeno l’epidemia zombie poteva modificare la mia lucida follia.

I miei sogni me li ero sempre tenuta stretti, ed ora più che mai mi chiamavano.

Sentivo che il tempo era scaduto e l’appuntamento con il mio destino non l’avrei rinviato ancora.

Mentre ero immersa in questi pensieri, ebbi una specie di visione e si aprì uno squarcio nella memoria. D’un tratto ricordai il sogno, quello che ogni mattina la mia mente sistematicamente cancellava.

Camminavo nel buio, calpestando insetti e serpenti di ogni foggia e colore. Potevo sentire i loro corpi sotto i miei piedi ed il rumore che facevano schiacciati dalla pressione del peso del mio corpo.

Una sensazione schifosa e disgustosa.

Continuavo a camminare. Questa specie di cunicolo cavernoso finiva su una roccia a strapiombo: sopra c’era il cielo, nuvoloso e scuro, sotto un mare nero e melmoso, poi un raggio di sole si faceva largo tra le tenebre e mi illuminava. A quel punto sorridevo, allargavo le braccia e come Icaro mi lanciavo nel vuoto…Ma a differenza di Icaro non avevo nemmeno le ali di cera.

Come Paolo, sulla via di Damasco, l’illuminazione era arrivata ma qual era il messaggio che il mio subconscio voleva darmi? Forse era un avvertimento per impedire che il processo di zombizzazione divenisse irreversibile.

Dovevo volare via.

Quello che potevo l’avevo fatto. Tutto il resto per me non aveva più senso e ora più che mai contava solo quello che IO pensavo di ME.

D’altro canto non me n’era mai fottuto una stramaledetta minchia del giudizio della gente. Figuriamoci adesso.

Dovevo ricaricarmi, avevo bisogno di energia, di linfa vitale e conoscevo solo un modo per farlo.

Questa volta solo io avrei deciso per il mio futuro. Niente e nessuno, nemmeno l’apocalisse poteva fermarmi.

L’angelo sterminatore non si poteva arrestare.

E i miei compagni ?

Se la sarebbero cavata anche senza di me, in fondo nessuno è indispensabile.

La missione poteva proseguire, comunque. Mi dispiaceva lasciarli, ma nemmeno loro potevano risanare la mia follia, colmare il mio vuoto.

Procedevamo spediti.

Ormai mancava poco. Ero stranamente felice ed eccitata.

Mi voltai, Elena mi guardava. Mi abbracciò. Sapeva cosa mi passava per la testa. Lo sentiva. Era stata proprio lei a vedere per la prima volta il mio angelo. La strinsi anch’io. Era una persona meravigliosa. Fu quello il nostro addio. Fu quello l’ultimo vero pensiero che ci scambiammo.

Calò la notte.

Ma erano appena le 5 del pomeriggio. Consumammo in macchina un pasto veloce. Scesi a fumarmi una sigaretta. Gli altri erano tutti “casti”. Fui soddisfatta nel verificare che mi ricordavo ancora come si faceva a rullare una canna: bei tempi andati!

“Ci siamo quasi – disse Lello- ci conviene ripartire se vogliamo essere lì in un orario accettabile. Non vorrei rischiare che quel pazzo ci lasci fuori dal fortino in preda agli zombi ! Per quello che so ne sarebbe capacissimo! “ .

Come al solito il Grillo parlante aveva ragione.

“ Guido io” dissi con tono perentorio, di quelli che non accettano repliche.

Ripartimmo.

Quella giornata era ancora lunga ma, almeno per me, la svolta, la fine dell’ incubo era vicina.

Avevo aperto leggermente il finestrino e potevo sentire l’aria fresca corrermi tra i capelli, come una delicata carezza. Mi piaceva guidare e correre veloce. “ Non esagerare! ” – disse Francesco con voce pacata – “Se vai troppo forte puoi perdere il controllo e non hai nemmeno il tempo di vedere se quelli che ti si parano davanti sono vivi o morti! “.

“ E quindi? “ replicai guardandolo con quella faccia di cazzo che sfoderavo sempre quando qualcuno mi rompeva i coglioni.

Francesco resse il mio sguardo e non rispose.

Sapevo bene cosa gli frullava per la testa.

Aveva deciso di non cedere alla mia provocazione. I terapisti sono così: non possono cadere nelle trappole mentali che loro stessi cercano di disinnescare! “La rabbia reattiva è un sentimento negativo e va tenuto sotto controllo”… quante volte me l’aveva ripetuto!

Che stronzo! Pensai.

Per fargli dispetto accallerai ancora di più, proprio mentre stavo imboccando una curva a gomito. Quella strada era pessima, piena di buche e, soprattutto, buia. Così quando mi trovai davanti la sagoma di un uomo appena illuminata dai fari dell’auto, non ebbi il tempo di pensare ed istintivamente frenai cercando di evitare l’ostacolo.

Le ruote slittarono stridendo sull’asfalto umido, la macchina andò in testacoda e finì fuori strada schiantandosi contro un albero.

Frazione di secondi… poi tutto divenne buio davanti ai miei occhi.

  • Continua –

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

eBook – Stagione 1

http://www.booxfactor.com/prodotto/the-survival-diaries-prima-stagione/

Promo

I più letti

BlogItalia - La directory italiana dei blog
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: