Un Eroe

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7 gennaio 2013 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Claudia Frizzarin]

In queste ultime settimane, ho sentito pochissimo la mia famiglia, non hanno ancora trovato un posto dove andare, dove trasferirsi. A me è tornato un virus intestinale, sto male, ma non importa.

Da qualche giorno mi balena in mente un idea.. Ho deciso, mi riprenderò casa mia e la mia famiglia mi raggiungerà, almeno passeremo questa festa consumistica assieme, come una famiglia, o quel che ne rimane.

Nella nostra ultima conversazione ho accennato loro, cosa volessi fare, non ne erano entusiasti, pensavano fosse troppo pericoloso, in effetti non avevo un piano, avrei improvvisato, come ho improvvisato gli ultimi mesi della mia vita.

Senza nessuno, impari a cavartela da solo, a contare su te stesso, e questo è il lato positivo dell’apocalisse..

Ora sta nevicando, scende copiosa, il silenzio che c’è mentre nevica è surreale, è quel silenzio che ci accompagna quando siamo in una situazione magica, da cui non vorremo mai e poi mai allontarci. Io questo silenzio non lo sento da tanto tempo, forse troppo… Ogni volta che penso a quelle situazioni mi pervade un’energia che mi fa fare qualsiasi cosa.

Devo assolutamente trovare un piano, delle armi e un modo per scacciare quei pulciosi “cosi” fuori da casa mia..

Dopo aver dormito circa 7ore mi sono preparata al grande giorno, avevo una sparachiodi e dei chiodi che ho trovato nello sgabuzzino della casa di Gianma, una pistola e dei coltelli, mi ero anche presa uno zaino con altri “ferri del mestiere” in caso fossi arrivata sana e salva alla mia meta, un’altro zaino ero pieno di cibarie che era stato gentilmente offerto da Gianma’s market ;)

Casa mia dista circa 700 metri in linea d’aria, ma è coperta da palazzi, per cui non osavo immaginare cosa potessi trovare.

Attraversai i palazzi che dividevano i due appartmenti e rividi i palazzi bianco (sporco) e giallo a me tanto cari e familiari. In tutto sono 7 palazzi divisi in due blocchi, uno da 3 e uno da 4, io ovvimanete abitavo nell’ultimo condominio del blocco da 4…………….

Mi avvicinai, sembrava tutto tranquillo, fino a quando, a pochi metri dal mio portoncino, c’era un gruppetto di giovani zombie impegnati a dividersi un braccio o una gamba, non sono stata molto attenta ai dettagli.

Ho preso la mia sparachiodi e ho assestato i miei colpi in modo impeccabile, cazzo se stare da soli ti dà una grinta in più, ti dà i controcoglioni!

Gasata al massimo, con uno scatto di rotelle corro fino al portone, me lo richiudo alle spalle, alla velocità di Flash Gordon, entro in ascensore e mi dirigo verso casa mia. Prima di entrare ho avuto un colpo al cuore, stavo per entrare in quel luogo a me tanto caro e odiato allo stesso tempo, pieno di ricordi, belli e dolorosi, pieno delle urla e dei festeggiamenti fatti nel corso degli anni.

Avevo una tale eccitazione addosso che fremevo dalla voglia di entrare, è strano, PRIMA, prima dell’apocalisse odiavo quella casa, non era ciò che mi serviva, mi sentivo bloccata, isolata, morta dentro. Adesso invece non vedevo l’ora di entrare, di sistemarla, ma più di tutto volevo VIVERLA assieme alla mia famiglia.

Mille pensieri mi scorrevano nella mente fino a quando un insulso zulù, mi afferra da dietro e cerca di mordermi, io gli pianto un chiodo in testa e guadagno qualche secondo, giusto il tempo di realizzare che ero nel guano più totale, davanti a me circa 4 o 5 zombie pronti a sprofondare i loro denti nella mia carne… Ho poco tempo per reagire e se non lo faccio subito, divento una di loro e non posso, non ancora, non devo mollare, devo rivedere i miei fratelli almeno un’ultima volta.

Così come un leone comincio a sparare chiodi all’impazzata, colpisco qualche zulu, ma sono troppi per me, non ce la faccio, stavolta è la fine.

Dalla parte opposta vedo un ragazzo, un uomo a dire la verità che comincia ad ucciderne un po’, decido di dargli una mano e coltello alla mano, comincio ad infilizarli come fossero wurstel, non è così difficile i loro corpi sono deboli e spappolati. L’uomo, il mio salvatore, mi urla di entrare in casa e di sbarrarmi dentro, non devo uscire per nessuna ragione, mi dice. Cerco di oppormi ma senza grossi risultati, così corro a ripararmi dentro casa, ma la curiosità è grande e guardo dallo spioncino.

L’uomo, che poi ho riconosciuto essere QUELLO DEL TERZO PIANO (non ho mai saputo il suo nome, l’ho sempre chiamato così, QUELLO DEL TERZO PIANO), si batte come un cavaliere d’altri tempi, fiero infilza e uccide più zombie che può (nel frattempo i “fratelli” di quei cosi volevano far parte di quella festa..), ma un colpo assassino gli proviene da uno zombie che gli fa un agguato da dietro, non posso stare a guardare lui che muore, così prendo la mia pistola, apro all’improvviso la porta e comincio a sparare all’impazzata. Ne colpisco un bel po’ e gli altri scappano, forse vanno a riordinare le truppe…

Mi avvicino al mio nuovo eroe, ma ormai è troppo tardi, è stato morso. Mi afferra per una mano, mi chiede di ucciderlo, non posso, non posso continuo a ripetere, e lui mi ordina di farlo dicendo che piuttosto che diventare uno di loro voleva morire così, con un colpo in testa sferrato, dalla sua vicina rotellante..

Credo di doverglielo, in fondo mi ha salvato la vita. Mi porge un biglietto c’è scritto TI AMO, STELLA MIA… che tenero, era per la sua fidanzata, chissà dov’è ora, me lo consenga come se fosse il suo bene più prezioso, mi chiede di consegnarlo a LEI, faccio un cenno di sì con la testa, punto la pistola, dall’altra parte stringo il suo foglietto, e sparo. Un colpo, secco e lui non c’è più….

Rientro in casa, ancora scossa e tremante come una foglia.

Stringo ancora quel pezzo di carta nella mia mano. Quelle poche parole mi fanno scoppiare in un pianto a dirotto pensando che anche a me manca LUI, dannatamente, ma che adesso sarà morto, disperso da qualche parte se non peggio.. Non posso mollare adesso, non ora. QUELLO DEL TERZO PIANO, sa che non consegnerò il biglietto alla sua bella, perché non so nemmeno chi sia, ma ha voluto darmelo lo stesso perché era suo dovere tentare fino alla fine di raggiungere il suo scopo.

Chiamo i miei fratelli, mi scolo una bottiglia di aperol, queste poche ore sono state massacranti. Piango e vomito, cerco di non pensare a LUI, ma è più forte di me. Continuo a piangere e mi accoccolo sul peluche di quando ero bambina, un orso giallo con il cuore che si illumina. Prima di addormentarmi guardo fuori dalla finestra, ha ripreso a nevicare, di nuovo quel silenzio surreale mi avvolge.

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