Ipermercato di sangue al sabato sera

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20 dicembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Fabrizio Astrofilosofo Melodia]

 Le mani mi tremavano, senza soluzione di finire.

Erano quattro giorni di permanenza nel mio bagno, con mia suocera a grattare e battere pugni sulla pesante porta di legno, in attesa di abbatterla, ed altri rumori di piedi e lamenti gutturali appena fuori a quella che era stata la mia abitazione.

Per fortuna, l’acqua non mi mancava, avevo avuto davvero un’idea geniale a rinchiudermi in bagno per sfuggire alle fauci della mia amata suocera zombie, l’unico vero inconveniente era il cibo.

Anche razionando accuratamente tutto quello che mi ero portato dietro dopo la mia incursione in cucina, mentre mia moglie e mio suocero venivano sbranati senza pietà, non avrei potuto usufruirne se non per un mese intero o poco più. E pensare che in soffitta, proprio sopra alla mia testa, si trovava una dispensa faticosamente raccolta da noi, che poteva permettermi di tirare avanti per un paio d’anni, come minimo, anche di più, razionando adeguatamente tutte le cibarie non deperibili.

E non avevo attrezzi per praticare un cazzo di buco, magari lentamente, come quel beccamorto dell’abate Farìa, piano e con tutto il mio ordine avrei potuto praticare il foro, magari disponendo di una buona mazza da muratore o di un trapano con punta a percussione.

Ora rimanevo per la maggior parte del tempo al buio, per non consumare inutilmente le candele che avevo preso sempre dalla cucina, mi ascoltavo con parsimonia il mio I-Pod, sempre ricaricandolo con accuratezza alla presa di corrente, fino a quando le vicissitudini dell’infezione non avesse preso anche tutti gli addetti all’ ENEL, rendendo inservibili le centrali elettriche.

Che bello, niente più bollette da pagare, una vera liberazione. Ma che cazzo stai dicendo, Fabrizio?! Hai pannelli solari fotovoltaici sul tetto, la casa è alimentata da quelli non te lo ricordi più? Tuo suocero ti ha fatto una testa grande come un grattacielo per spiegarti che era stufo di pagare l’ENEL e ha reso indipendente la casa, con le batterie al sale ricaricabili e compatte, in quello scomparto in soffitta, assolutamente non ingombranti.

Che cazzo dici, allora, coglionazzo di un Fabrizio? Stai proprio dando i numeri al lotto, come le tue mani, d’altronde. Non te la farai mica sotto per una manica di zombie affamati della tua carne? Tanto loro sono fuori e tu sei dentro, al sicuro, niente ti può fare del male, a parte la tua idiozia.

Dovevo calmarmi, assolutamente.

Non potevo dare di matto ora, il trauma e il vomito per la perdita dei miei cari non poteva assolutamente impedirmi di pensare lucidamente e di mantenermi in forma, non potevo precludermi la sopravvivenza, per nessuna ragione. Mia moglie mi aveva sempre insegnato a seguire con costanza e grinta i miei obiettivi primari, ora dovevo vivere, a qualunque costo.

Avevo bisogno di pianificare, organizzare e attuare.

Primo punto, non sarei sopravvissuto per molto tempo, in quel luogo. Sarei morto di fame, anche nutrendomi di sola acqua e niente mi garantiva che l’infezione non si sarebbe propagata anche negli acquedotti, non si avevano prove certe che il virus non infettasse anche cosi.

Inoltre, a giudicare dai passi e dai lamenti fuori, altri zombie si erano avvicinati alla casa, in cerca di cibo o solo per ritrovarsi, richiamati dall’odore della morte e della putrefazione.

Uscire era rischioso, ma avevo pur sempre la possibilità di scappare, di sgattaiolare silenziosamente alle spalle di quei maledetti cannibali idioti. Erano lenti, lo avevo sperimentato quando avevo lanciato addosso il tavolo a mia suocera.

I riflessi e la loro velocità erano estremamente ridotti, ma non la loro forza. Dovevo tenermi pronto alla lotta corpo a corpo, se necessario, ma in cuor mio speravo di non dover mai ingaggiar battaglia.

Un errore e sarei stato cibo fresco per le loro fauci.

Nella mia mente si fece strada un pensiero, un barlume di piano. Dovevo attuarlo senza stare a pensarci troppo o non lo avrei mai fatto.

Ero consapevole che l’improvvisazione in quel dato frangente era a dir poco un’azione da stupidi suicidi, ma sapevo anche che il terrore mi avrebbe paralizzato ancora per molto tempo, e non ne avevo più molto da sprecare.

Il magazzino con le biciclette distava una cinquantina di metri dalla finestra del bagno, avevo sempre avuto un buon scatto e una discreta resistenza nella corsa, dovevo sfruttare questa caratteristiche a mio vantaggio, assolutamente.

Dopo aver recuperato la bici e qualche attrezzo dentro al magazzino, soprattutto per ripararla in caso di rottura, mi sarei diretto a perdifiato, passando per i campi, verso la zona degli Ipermercati, avrei trovato il Decathlon specializzato in materiale sportivo, il Panorama e l’ In’S per gli alimentari, il Leroy Merlin specializzato in bricolage, più una tavola calda self service e l’Ipermercato SME, specializzato in elettronica ed elettrodomestici. E se non mi ricordavo male, avrei trovato pure un’autoofficina e un concessionario di mezzi per il trasporto come camion di piccola dimensione e anche di barche da diporto. Ero completamente ignorante su come si facesse a governare una barca a vela ma quelle a motore potevano fare al caso mio.

Potevo arrivare in una isoletta veneziana molto ma molto isolata e stabilire in quel luogo il mio rifugio di sopravvivenza all’olocausto zombie.

Venezia, con la sua natura insulare, sarebbe stata ancora una volta la salvezza per i suoi abitanti, questa considerazione, pur nella sua assoluta vacuità e inconsistenza, prese a calmarmi e a rendermi chiare le cose da fare e totalmente determinato.

Accesi una candela, la luce aranciata in un primo momento mi fece male agli occhi, poi lentamente mi abituai. Ecco un altro motivo per cui stavo dando di matto, vivevo sempre al buio, era proprio giunto il momento di rivedere la luce.

Grazie alla fiamma della candela, riempii il piccolo zainetto che mi ero portato appresso quattro giorni prima con tutte le cibarie di cui potevo disporre, non rimase fuori praticamente nulla.

Mangiai delle barrette energetiche e una scatoletta di tonno, poi lavai la posata e la riposi nella tasca esterna dello zaino.

Preparai il mio I-Pod, anche se sapevo che senza un sistema di ricarica non sarebbe durato molto, mi misi gli auricolari alle orecchie ma non lo accesi.

Dovevo sentire tutto ma almeno mi dava una certa sicurezza e non me lo sarei lasciato scappare per nulla al mondo, neanche per sogno.

Aprii i vetri della grande finestra, ci sarebbe dovuta essere una fresca aria estiva, avevo tenuto i conti dei giorni che erano trascorsi, eravamo di Sabato, ottima giornata per andare a fare spese, non c’era altro da dire.

Scostai il gancio degli scuri, aprii quel tanto che bastava a vedere all’esterno, non vidi nulla, nemmeno l’ombra di uno zombie, forse ero solo stato accecato dalla paura folle, che mi aveva fatto avere in questi giorni delle allucinazioni vivissime.

La luce del sole splendeva radiosa, incurante delle sofferenze degli umani. Ero felice, sarei arrivato in zona ipermercati prima di sera, mi sarei intrufolato in qualche modo e avrei avuto un po’ di tempo per organizzarmi adeguatamente.

Aprii completamente il balcone, misi la testa fuori, vidi delle figure macilente che strascicavano i piedi lentamente, non vidi mia suocera, doveva essere ancora in casa, dovevo fare tutto senza il minimo rumore, la temperature era perfetta ma appena possibile dovevo trovare degli abiti di ricambio per l’inverno, o perlomeno per la mia permanenza in mare.

Tutto a tempo debito, non appena sarò a destinazione, mi ripetevo come un mantra.

Presi un paio di respiri profondi, abituandomi all’aria aperta, poi mi arrampicai sulla balconata e in un lampo mi ritrovai sul prato, fuori dal mio rifugio.

Avevo tutto con me, quindi, dopo un rapido sguardo intorno, persuaso che non mi avessero sentito, m’incamminai piano verso il magazzino.

Lo vidi dove era sempre stato, ben chiuso da una pesante maniglia e da quel maledetto e fottuto lucchetto che mio suocero aveva voluto mettere a tutti i costi.

Merda!

Come fare? Le tronchesi per ferro le teneva nel magazzino dietro, cimelio ancora di quando avevamo realizzato la colata di cemento per il basamento della casa, erano servite a tagliare i tondini di ferro, mi avrebbero aperto quel lucchetto in un battito di ciglia.

Mi guardai intorno, i movimenti erano tutti dentro la casa, era sicuramente il momento buono, non dovevo perdere tempo.

Lasciai lo zainetto sulla porta del magazzino e corsi a perdifiato verso la rimessa di legno, costruita per poggiarvi tutti gli attrezzi utili.

Vidi con la coda dell’occhio alcuni zombie che passeggiavano in quello che era stato il nostro orto, ormai completamente calpestato e distrutto da loro, sicuramente senza che se ne rendessero minimamente consapevoli.

Ma l’ardore mi fece sbagliare e non li vidi, erano dentro alla rimessa, stavano rimestando, rimasti incastrati tra mille utensili e macchinari agricoli, lasciati ormai a loro stessi.

Non fui abbastanza pronto e un uomo, in cui riconobbi le fattezze del mio odiato vicino mi afferrò debitamente per un braccio, attirandomi a se in una morsa tremenda. Vidi le sue fauci aprirsi con lentezza, pregustandosi sicuramente il boccone succulento.

La mia mano disperata incontrò qualcosa che riconobbi essere la mannaia con cui mio suocero taglia sterpi e legna, lo ringraziai di cuore e menai un fendente, emettendo un urlo gutturale.

La lama trapassò il collo, la forza della disperazione mi fece tagliare le deboli vertebre cervicali come fossero state di burro, la testa dello zombie rotolò lontano, rimbalzando sulla parete, ancora viva e vogliosa di morsicare.

Quella che era stata sua moglie non trovò niente di meglio da fare che balzarmi addosso, la scansai di lato, mentre atterrava di bocca come un sacco di patate.

Indietreggiai strisciando, la mia schiena incontrò il muro e qualcosa di freddo e duro. Mi voltai e vidi le tronchesi, bellissime, solide e con i manici arancione.

Vidi anche un’altra cosa interessante, ecco dove era finita, l’avevamo cercata nei giorni precedenti, una bellissima mazza da muratore, pronta all’uso.

La donna, con la bocca ricolma di sangue, mi venne nuovamente a cercare, sapevo di essere irresistibile e prelibato, non persi tempo in convenevoli e vibrai con un grido il grosso e pesante martello sulla testa, spaccandolo come un’anguria.

Il corpo ormai privo del poco cervello rimase inerte, mentre la mia mazza assassina si accaniva sulla testa mozzata del defunto e zombesco marito, maciullandola all’impazzata.

Purtroppo, da bravo furbo quale ero, non mi ero reso conto che gli zombie, per cacciare, usano udito e olfatto, l’odore dell’adrenalina e del sangue erano sicuramente arrivati alle loro narici trasportati dalla brezza, come pure il suono alto e chiaro del mio urlo liberatorio di battaglia.

Erano davanti a me, in avvicinamento da ogni parte mi voltassi.

Ora dovevo giocare il tutto per tutto, non potevo fallire, avevo appena fatto i miei primi due non morti, ne ero fiero e galvanizzato.

Presi le tronchesi, poi un martello da carpentiere e un piede di porco, e la mannaia. Presi la cintura degli attrezzi, sempre appartenuta a mio suocero, di certo non potevo lamentarmi dell’eredità, non si parlava di certo di calzini vecchi, non vi pare?

Vi agganciai il martello, la mannaia e il piede di porco, la mazza da muratore era troppo pesante e non potevo portarmela dietro, in nessun modo.

Agganciai le tronchesi dietro la schiena con una cinta di sicurezza, poi nella mia testa balenò l’idea più geniale della mia esistenza di assassino di non morti.

Mi passai la lingua sulle labbra, un brivido mi percorse la schiena, avevo la soluzione alla mia libertà, dovevo solo prendere il coraggio a due mani.

Lo sfalciaerba a mano era ancora li, il serbatoio era pieno fino all’orlo, la lama a quattro tagli era pronta e operativa.

Afferrai la mia nuova ancora di salvezza, mi allacciai a tracolla tutto l’armamentario estremamente leggero e armeggiai con l’accensione a strappo per attivarlo.

La prima volta il colpo andò a vuoto, mentre i miei affamati persecutori si avvicinavano sempre di più, il secondo produsse lo sbuffare sommesso del motorino e poi più nulla.

Imprecando in chioggiotto, diedi un altro tiro potente, il motore diede un lieve segno di vita per poi perderlo subito dopo, rimanendo inerte.

Imprecando in cinese, ormai con il fiato sul collo dei miei cari e amichevoli commensali zombie, mi accorsi di una possibile soluzione, aprii la levetta dell’aria completamente e poi diedi nuovamente uno strattone per accenderlo.

Il motore sbuffò, poi prese a girare d’impeto, sempre più forte, la sua melodia era musica sinfonica per le mie orecchie, proprio nel momento in cui i miei adorati non morti si precipitarono verso di me, con sguardi omicidi e famelici.

La lama tranciò il collo ai primi due, lasciando i corpi a ricoprire una rotta solitaria dove prima mi ero trovato impaurito e spaesato. Poi mossi l’asta in circolo, spaccando la testa ad una zombie che aveva tutta l’aria di essere la mia vicina.

Poi vidi mia suocera avventarsi di potenza, non potei fare nulla se non calare la lama, che le tranciò la testa di netto, senza replica.

Un urlo di vittoria salì dal mio petto, mentre nella mia mente si faceva strada l’idea che le teste mozzate fossero ancora ben vive e in grado di mordere, quando la testa di mia suocera si agganciò con i denti ai miei pantaloni, facendomi urlare più di sorpresa che di dolore.

Con la lama, le maciullai quello che era rimasto, ricoprendomi di schizzi di sangue e materia grigia ormai definitivamente inservibile.

Testarda fino all’ultimo, maledetta non morta.

Controllai, ma non mi sembrò che avesse trapassato la stoffa, ne vidi segni di morsi. Non ebbi il tempo di fare nulla, quando un altro beccamorto mi venne addosso, incontrando la resistenza della mia lama rotante, che gli trapassò lo sterno da parte a parte.

Roteai facendo perno sui piedi e lanciai il trapassato addosso agli altri, come avevo visto fare in un filmaccio d’azione americano di serie Z.

Rovinarono come dei birilli, mi feci avanti, ma il motore sbuffò ancora, tossì violentemente e si fermò, completamente privo di benzina.

Imprecando in francese, corsi a perdifiato verso il magazzino, trovai il mio zainetto dove l’avevo lasciato, ora più che mai dovevo fare rapidamente.

Il lucchetto saltò via come fosse fatto di burro, aprii la porta e la mia mountain bike in titanio rinforzato e le sue belle ruote gonfie mi fecero venire un tuffo al cuore per la felicità.

Vidi un’altra cosa meravigliosa, il piccolo pannello fotovoltaico pieghevole e leggerissimo che mio suocero aveva acquistato per la pompa elettrica dell’orto. Pesava pochi grammi e poteva fornire fino a 220W di elettricità continua, esposto correttamente al sole. Lo legai al mio zaino, non si sa mai, al limite avrei caricato il mio I-Pod, mi sarei sentito meno solo.

Inforcai rapidamente il mio destriero a dure ruote, feci un cenno di saluto ai miei cari amici commensali, poi diedi un’energica pedalata che mi portò distante da loro, sulla strada per la libertà.

In pochi minuti arrivai alla strada principale, diretto verso la zona degli Ipermercati, distante una quindicina di chilometri.

Vidi altri zombie muoversi lungo di essa, nelle case intorno ne avevo visti altrettanto, segno che il morbo si era diffuso proprio per bene.

Ormai il paese di Mira, perla della Riviera del Brenta, era stato spazzato via dall’olocausto zombie, nessuno poteva ancora spiegarne le ragioni, ma la momento non mi sembrava rilevante.

Mi diressi verso la strada che dava nella frazione di Borbiago, prima di arrivare all’incrocio di via Giovanni XXIII tagliai per una scorciatoia in mezzo ai campi.

Dovevo evitare il più possibile i centri urbani, dove si sarebbero potuti trovare con maggiore probabilità statistica i maledetti non morti.

Non c’era nessun vivo per le strade, pensai al fatto che era sabato e che presto sarebbe calata la notte e non volevo assolutamente fare la strada con il buio.

Chissà se avrei trovato traffico e poi coda alle casse, dissi tra me e me.

Misi gli auricolari del mio I-Pod, selezionai musica heavy metal e il suono meraviglioso della voce di Marylin Manson si fece strada nelle mie orecchie, mentre la mia mountain bike divorava rapidamente la strada di campagna, portandomi più vicino all’apparente salvezza.

“Sweet dreams are made of this/no matter to disagree…”.

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