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19 dicembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Dunya]

La cosa triste dell’apocalisse zombie è che non sapremo mai se John Snow sia morto veramente. Chi cavalcherà i draghi al fianco di Daenerys Targaryen? Cosa si cela dietro l’orda di non morti che scollina la barriera? La cosa triste dell’apocalisse zombie è che qualsiasi pensiero estemporaneo o ragionamento logico riporta sempre alle creature. Chiamiamole zulu, zombie, non morti, azzannatori … sono il nostro unico argomento di conversazione. Il virus non è quello che avvelena il sangue. Il vero virus avvelena le menti. L’altro giorno, facendo zapping al pc, ho trovato una web radio ancora attiva, un gruppo di ragazzi cantava: “tutti i zombini fanno ooorgh”.

Mentre la cover girava, mi sono ritrovata a riflettere sul mio mancato adattamento al mondo che è cambiato. L’immagine del figlio morto ma non morto del tabaccaio non mi si levava dalla mente, come la sensazione di paralisi totale che provata trovandomelo innanzi. Mi fossi trovata nuovamente là fuori, non sarei sopravvissuta dieci minuti. Salvo allenare corpo e cervello. Uscire dal letargo e affrontare la realtà. Il primo passo sarebbe stato recuperare un po’ di muscoli. Iniziando da una sana ginnastica. Da qualche parte dovevo avere una videocassetta contenente alcune lezioni di aerobica tenute da Jane Fonda. Residuo di quegli anni ’80 in cui, ancora bambina, osservavo mia madre in body e scaldamuscoli che occasionalmente cercava di mantenersi in forma. Cercando il video e qualcosa di comodo da indossare, ho realizzato, non senza un moto di civetteria, come la dieta apocalittica abbia allargato sensibilmente le mie tute. Impossibile indossarle senza bretelle. Spulciando nell’armadio di mio marito ho però trovato la valigia di Pamela. Colma di microscopici triangolini di stoffa e pantaloncini stretch. Con poca convinzione ho provato a infilarne un paio, i meno appariscenti, scoprendo che: barava! Altro che taglia 38! Quella era una 42 piena! Beh… se se li metteva lei, potevo indossarli anch’io e… anche un triangolino… Agghindata di tutto punto, scaldamuscoli, pantasiringa, body e fascetta in testa ho rinunciato alla videocassetta e iniziato un po’ di riscaldamento cantando Physical e sentendomi immediatamente meglio preparata al mondo circostante. La prima regola che si apprende dai film sugli zombie è che i cicciottelli fanno una brutta fine.

Let’s get into physical / Let me hear your body talk, your body talk

Assorta nel mio saltellare senza ritmo, la canzone in loop continuo, non mi ero resa conto che a pochi passi dalla porta d’ingresso Andrei mi osserva divertito. Da quanto era lì? Per mia fortuna non c’è stato il tempo di aggrapparmi a qualche scusa. A coprire il rossore che mi tingeva le guance è scesa la notte. Dentro e fuori i palazzi. È saltata la luce. Sicuramente in tutto il quartiere. Forse nell’intera città. E assieme al buio è sceso il silenzio. Non che prima si sentissero molti rumori ma d’un tratto quei pochi sono venuti a mancare. Lasciando spazio a un silenzio denso di tensione. Nessuno ha avuto il coraggio di accendere una candela. Alzare o abbassare una tapparella. Cosa ne sarebbe stato di noi? Un buio così non l’avevo mai visto. L’iniziale smarrimento è stato in breve sostituito da preoccupazioni pratiche: sbarrare la porta d’ingresso; spostare sul balcone il freezer; recuperare da sotto il letto coperte in più. Il black out doveva avere mandato in blocco la caldaia, perché i termosifoni iniziavano lentamente a intiepidirsi. La prima notte è passata tranquilla. La seconda pure. Le giornate impegnate a fare il punto della situazione e capire come procurarsi una vecchia stufetta a gas. L’inverno gelava Verona. Nevicava e di notte la temperatura sfiorava i meno cinque. La sera del secondo giorno ci siamo azzardati ad accendere qualche candela. Come bambini che trasgrediscono il coprifuoco indetto dai genitori, più che impauriti ci siamo sentiti birichini. Ancora vestita da pornodiva in tenuta ginnica, non mi capacitavo del perché stavo tremando. Andrei canticchiava Olivia Newton John tra i denti. Siamo scoppiati a ridere. La candela si è spenta e il buio ha smesso di intimidire. Il cielo, tornato sereno, ci regalava una stellata senza pari. Nemmeno nel deserto egiziano avevo potuto ammirarne con tanta limpidezza le costellazioni. Avvolta in quattro coperte, mi sono addormentata sul balcone. La voce cristallina di Mina, nella mia testa, intonava:

Io vedo il cielo sopra noi / che restiamo qui / abbandonati come se / non ci fosse più / niente più niente al mondo

Il primo sonno senza incubi. Respiro lento. Battito regolare. Lento. Regolare. Leggere accelerazione. Brevi apnee, intervallate dalla necessità di ossigeno. Gli occhi chiusi, non dormivo più. Ruvidi tentacoli strisciavano sulla pelle. Frugavano come zampette di topo in cerca di formaggio. Graffiavano la schiena. Circumnavigavano l’ombelico. Ispezionavano più e più volte la cicatrice sulla pancia. Scendevano. Scendevano e poi salivano. Afferravano un capezzolo. Lo lasciavano andare. Giocavano. Come Morfeo col mio sonno. Imprigionandomi in un limbo cui non appartenevo totalmente ma dentro il quale non riuscivo a rientrare. Tentacoli come dita. Quelle pallide e soffici di Pamela. Fianco a clessidra. Efelidi sulle guance. Labbra porpora solleticavano ogni singolo poro. La notte non era più fredda. Triangoli di stoffa svelavano labbra ancor più soffici. Spalle e bacino fluttuavano al cospetto della dea. Infine l’ellisse si è fatta retta. L’arco freccia. Ponchielli si è tramutato Rossini. La danza delle ore si è ritirata di fronte alla suite di Figaro.
Ho riaperto gli occhi in tarda mattinata. Rigirandomi tra i lembi del piumone umido ho intravisto il sole filtrare attraverso le tapparelle. Sul comodino tre doni natalizi: l’abat-jour accesa, un piccolo mitra e un biglietto rosso: «Impara a tenerlo in mano. Da domani vieni con me. Andrei» .

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