La missione 4 – Spes, ultima dea

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14 dicembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Licia]

Tutte le sere, nei momenti di pausa, erano lì, Lucio e Lello, ad elaborare dati e a confrontare i risultati delle loro ricerche con quelli degli altri. Certo se non c’era stato il sole, dovevano rinunciare perché il computer si scaricava velocemente. Alcune volte la discussione era accesa. Si accapigliavano, discutevano animatamente e quasi sempre finiva che si mandavano a fare in culo reciprocamente.

Erano capaci di stare giorni senza rivolgersi la parola.

Altre volte li vedevo gasati, tutti galvanizzati e felici, battersi il cinque e darsi pacche sulla spalla.

Che ne dici ? forse siamo sulla strada giusta?” diceva Lucio.

Pare di si… ma è ancora presto per poterlo affermare con certezza! “, rispondeva cauto Lello.

E noi ci guardavamo speranzosi.

Ognuno reagiva con gli strumenti che aveva. I nostri due infaticabili compagni portavano avanti da un po’ una ricerca comparata con altri chimici, biologi, matematici sparsi per il mondo, ancora vivi. S’inviavano dati, risultati, via internet. Il loro scopo? Trovare una soluzione per sconfiggere almeno il contagio, un antidoto, un vaccino per arginare quella terribile epidemia che stava distruggendo tutto il nostro mondo.

Ci credevano o almeno ci volevano credere.

Se non  fossero riusciti nel loro intento che cazzo di speranze avevamo ? Quale prospettiva di vita c’era innanzi a noi? Combattere, ammazzare, resistere, difenderci, ammazzare, fuggire, nasconderci, ammazzare.

Quei cazzo di zombi spuntavano come funghi nella brughiera a novembre. Ne facevi fuori 10. Ne ritrovavi 100. E come i funghi bagnati avevano l’odore della muffa putrefatta e appestavano il mondo con le loro spore malefiche.

Eravamo diventati sorprendentemente bravi: un colpo ben assestato nel mezzo della fronte e via, cadevano stecchiti! Dopo vari mesi non ci faceva nemmeno più tanta impressione ammazzarli. Io quando ne facevo fuori uno mi sentivo interiormente esultante, provavo la medesima soddisfazione di quando, nella mia vita normale, schiacciavo una zanzara tigre e ne vedevo il sangue spiaccicato sulla parete. “ Fottiti! “ pensavo gongolante… Lo so, non era proprio normale, anche perché avevano un aspetto decisamente diverso da quello delle zanzare… però come quelle piccole bestiole erano famelici e sanguinari…per giunta erano letali, perciò: schiattate !!!

E d’altro canto tutti i precedenti parametri erano saltati… compreso quello di normalità. Perciò!

Ognuno di noi aveva con se una specie di piede di porco, appuntito su un lato. Durante i momenti di quiete, era divenuto un rito da tribù primitiva metterci in cerchio davanti al fuoco ad affilare la parte acuminata della mazza: doveva essere sempre tagliente per riuscire a penetrare senza troppo sforzo in quei crani puzzolenti, quasi decomposti.

Pistole ne avevamo poche. Camminando per i boschi non era nemmeno facile procurarsi le munizioni. Anzi.

Era da un po’ che urgeva un rifornimento.

Avevamo tamponato l’emergenza con proiettili e qualche altra pistola recuperata da malcapitati che non erano riusciti a sopravvivere agli attacchi degli zombi incontrati sul loro cammino. Ci eravamo impossessati di tutto ciò che avevano e che ci poteva esserci utile, come dei veri e propri sciacalli … tanto a loro non serviva più nulla!

Ma ormai anche il bottino recuperato fortunosamente era agli sgoccioli.

Domani di nuovo in viaggio alle prime luci dell’alba. Avremmo tentato un’incursione a valle. Eravamo vicini a molti centri abitati, dovevamo provarci … anche se ogni volta il rischio diventava sempre più elevato.

Già, perché ormai non c’era più da stare attenti solo a quei mostri morti!

C’erano i vivi : mostri ancora più pericolosi ed orribili di quelli morti!

Almeno quelli erano spinti solo dal loro istinto di divorare carne fresca!  Questa nuova genia di umani vivi era invece terrificante. L’orrore aveva avuto su di loro un effetto devastante. Tutti i freni inibitori erano stati spazzati via e si erano trasformati in bestie, ma che dico bestie: le bestie non uccidono per il gusto di uccidere, non seviziano, non violentano per il piacere di farlo.

Gli animali hanno un codice di vita rispettabile, gli uomini no!

Per molti di loro non esistevano più regole, non esistevano principi morali….non esisteva più nulla, solo il loro piacere ed il proprio personale tornaconto.

 Qualcuno potrebbe obiettare: ma è sempre stato così! Si, ma adesso era peggio , molto peggio!

Avevo visto tradire un amico fraterno, solo per potersi impossessare di un’arma.  

Si, era davvero accaduto.

Quando eravamo usciti dal vagone del treno, liberandoci finalmente da quell’incubo di sangue, corpi fatti a brandelli, fetore di merda e urina, avevamo corso e camminato per ore. Poi una ambulanza che girava a sirene spiegate, come impazzita nella città impazzita, ci aveva raccolto e portati all’ospedale Cotugno, quello in cui si curavano le malattie infettive. Con noi, nel furgone, c’era altra gente, terrorizzata, ferita. Il piantone del drappello di polizia ci fece mettere in fila per registrarci. Davanti a me  c’era un uomo piccolo, esile, tremolante. Ogni tanto si girava e mi chiedeva “ ma che sta succedendo??” io alzavo le spalle e cercavo di rassicurarlo. Sembrava una pecorella smarrita.

Il poliziotto lo conosceva e non appena lo vide gli andò in contro, allargando le braccia ( noi partenopei siamo così… abbiamo bisogno del contatto fisico!) .  Lo strinse forte “ Ciruzz, stai ccà… tutt’a posto!?  Comm’ so cuntento e te vedè! “ e quella pecorella smarrita sapete cosa fece? Si trasformò in lupo: s’impossesso della pistola dell’amico, gli sparò un colpo in faccia e poi rivolto a noi urlò “ levatevi dal cazzo e fatemi passare, pezzi di merda!” .

Hai capito la pecorella? Senza parole…

Questo fu solo il primo di una serie di episodi che mi diedero la prova provata di come per l’umanità quell’epidemia fosse letale, devastante. Avrebbe prodotto una vera e propria mutazione, se qualcuno o qualcosa non fosse intervenuto a modificare il corso degli eventi, a bloccare quella reazione a catena.

Ma nulla accade per caso, e nel corso dei mesi mi sarei sempre più convinta che la causalità non esisteva. Fu infatti proprio quell’episodio, quello che nel nostro codice avremmo definito “ fattore lupus” ad indicarci la strada da seguire, la missione da compiere!

Comunque quella volta, approfittando della situazione e della confusione,  io e i miei ce la demmo a gambe. Dice il saggio “ meglio sule che male accompagnati!” … e mai come stavolta la saggezza popolare aveva ragione!

Da quel momento in poi evitammo accuratamente di interagire con il resto dei sopravvissuti, a meno che non fosse indispensabile per la nostra missione.

Questa decisione ci salvò la vita e salvò la vita di molti altri.

I piani di azione erano molteplici: la missione, irrinunciabile, a cui tutti davamo il nostro contributo, ognuno con le proprie prerogative e capacità, poi c’era l’azione per la sopravvivenza spicciola, ed infine la cosa più importante, quella che avrebbe potuto dare la svolta decisiva: la ricerca di Lucio e Lello.

Quella che chiamavamo la “ soluzione finale “.

L’obiettivo era arduo, forse impossibile, ma senza speranza come può esserci futuro?

Spes, ultima dea nel vaso di Pandora!

Senza quella speranza tutto acquistava un sapore amaro, disgustosamente amaro, la puzza, quella puzza … diventava insopportabile …

Ed anche questa mattina avevo i conati di vomito!

Era una reazione neurovegetativa. Così mi aveva spiegato il medico. Tutto era iniziato quando avevo scoperto che mio padre aveva il cancro.

Già…ora c’era l’apocalissi zombi, ma il cancro ne aveva fatto e ne faceva fuori a migliaia e nessuno riusciva a trovare una soluzione! Forse perché le case farmaceutiche guadagnavano più con le cure “palliativo” che con una cura veramente efficace!

Era stato doloroso separarmi da lui. Vederlo ridursi una larva. Non riuscire più a parlare. Il mio Papà, l’uomo migliore del mondo, sempre pronto a sacrificarsi per gli altri. Se ne era andato così, dopo averci ringraziato per tutto quello che avevamo fatto per lui! Noi? Perderlo così, all’improvviso, mi aveva fatto pensare che la vita è davvero una presa per il culo.

Il mio obiettivo era diventato : voglio vivere ed essere felice, perché forse domani schiatto!|

Proposito facile, banale, in fondo, apparentemente scontato. Pare facile, ma non lo è.

In ogni caso da allora il mio stomaco era diventato sensibile…bastava poco per andare in tilt, e quello che stavo vivendo certamente non lo si poteva definire poco.

Poco era il litigio con la mia ex migliore amica… la mandata a fare in culo con i miei ex colleghi di lavoro…la fine del mio grande amore…No, questo no, non era stato poco per me, mi aveva devastato. Non riuscivo nemmeno più a provare desiderio fisico, tutto in me si era congelato, pietrificato, zombizzato….tutto per me aveva perso senso.

L’emergenza sopravvivenza aveva sopito il mio dolore…ma presto, molto presto avrei compreso che il mio destino era segnato ed avrei scelto io questa volta!

Spes, ultima dea, era già andata via da un pezzo.

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