Diario di guerra N.7

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10 dicembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Nicola Furia]

RELAZIONE del Tenente Colonnello dei Carabinieri Nicola Furia del Comando Provinciale di Rieti (Lazio).

Dicembre 2012

 

Io so di essere considerato pazzo e amorale.

Un pazzo violento e sanguinario che comanda un esercito di belve pazze e sanguinarie.

E sono perfettamente consapevole della mia follia, una lucida follia che si è impossessata di me nel momento stesso in cui il mondo è collassato.

Una follia contagiosa, che ha infettato le persone che mi seguono.

Come sono diventato quello che sono?

Quali tragiche e dolorose esperienze mi hanno segnato nei giorni in cui la morte che cammina invadeva il pianeta?

Nessuna!

Nessun cazzo di motivo scatenante mi ha privato delle emozioni.

E’ successo e basta!

Nella vita precedente saltuariamente collaboravo con la facoltà di Psicopatologia Forense e tenevo dei master di criminologia.

Una delle domande ricorrenti dei corsisti era finalizzata a comprendere le origini del male. “Come si diventa assassini?”.

E io cercavo di fargli comprendere la banalità del male, un male insito in ognuno di noi.

Nessuna sorellina mangiata viva come per Hannibal Lecter, nessuna mamma fatta a pezzi davanti agli occhi del figlio, come in Dexter.

Non c’è un inizio e non c’è una fine, c’è solo l’occasione giusta.

La mia “occasione giusta” è stata l’apocalisse.

Il destino, il fato, Dio (o quello che cazzo è) in un attimo ci ha privato di tutto, dei nostri sogni, dei nostri progetti, dei nostri affetti.

E io ho deciso di non subire passivamente tutto ciò, io ho deciso di reagire a quell’offensiva apocalittica contrattaccando.

Non avrei subito le trame del destino, ma, al contrario, le avrei contrastate e coattivamente modificate.

E’ in quel preciso momento che è nato il “Comandante Furia”.

All’improvviso.

Ero lì in quel momento. Tutto lì.

E poi non è vero che non provo più emozioni. Sono solo diventato più forte di loro e gli impedisco di sopraffarmi.

…Mia moglie ormai non piange più.

Non si è rassegnata, non si rassegnerà mai, ma non piange più.

I primi giorni dell’apocalisse era disperata.

Nostra figlia, quando il virus dilagò,  non stava con noi a Rieti. Si trovava a Roma, studentessa universitaria alla Sapienza, e viveva in un’abitazione presa in affitto dalle parti dell’EUR.

–     “Devi salvarla!”- mi implorava mia moglie disperata.

Forse avrei potuto farlo, o almeno provarci.

Avrei potuto riunire una squadra di Carabinieri, selezionandoli tra quelli che a Roma avevano delle persone care disperse, e con loro tentare l’impossibile.

Certo, sarebbe stata una missione suicida e probabilmente non saremmo riusciti neanche ad imboccare la Salaria, ma avrei fatto il mio dovere di padre.

Io invece rimasi lì e dichiarai GUERRA agli zombi.

E adesso io sono un dio della guerra!

E come un dio ricreerò il mondo a mia immagine e somiglianza.

Da qualche parte dentro di me sento le urla strazianti di mia figlia che chiede il mio aiuto e spera di vedermi arrivare, con la pistola in pugno, per salvarla da orde di zombi che la circondano.

Ma io non verrò mai….e gli zombi la divoreranno.

Io rimango qui, con la mia missione da compiere.

Io rimango qui per scrivere la storia.

Io rimango qui per creare un mondo nuovo …qui, divorato dalla mia follia!

… Vaffanculo!

RESOCONTO DELLE ATTIVITA’ PREDISPOSTE AL DIFFONDERSI DEL CONTAGIO

Settembre 2012

Il carcere, dopo esser stato conquistato e messo in sicurezza, ospitava 3.000 sopravvissuti, che si sommavano ai 1.000 presenti in caserma.

La DIASPORA proseguì con la bonifica e l’acquisizione dell’OSPEDALE PROVINCIALE, sito a metà strada tra la Caserma ed il Carcere.

L’operazione richiese un altro mese di guerriglia e la perdita di molte vite umane.

Si procedette successivamente  a soccorrere e trasportare altri sopravvissuti nella 3° Base Sicura. L’ospedale era capace di ospitare almeno 5.000 persone.

Purtroppo non riuscimmo a riempire tutti i posti… trovare sopravvissuti vivi barricati in casa era sempre più difficile.

Frequentemente entravamo nelle case, dove alle finestre sventolava il lenzuolo della speranza, con le indicazioni del numero dei sopravvissuti barricati dentro; ma o ci imbattevamo in un covo di zombi o trovavamo gli inquilini morti per la fame.

Spesso rinvenivamo cadaveri di persone suicidatesi.

Quelli che avevano capito che si risorge anche dopo una morte non causata dai morsi degli zombi, si erano uccisi colpendosi alla testa (quelli in possesso di una pistola si erano sparati nelle tempie, quelli in possesso di un fucile da caccia si erano fatti esplodere la faccia, quelli non in possesso di armi da fuoco si erano lanciati a testa in giù nel vuoto).

Alcuni, invece, questa lezione di morte non l’avevano capita e allora si erano impiccati. In quei casi li trovavamo risorti, appesi per il collo, intenti ad agitarsi in un interminabile ballo macabro.

Avevamo 3 basi sicure poste in un’area di circa 2 kmq.
Tracciando sulla carta geografica un ampio cerchio attorno alle tre basi, che comprendesse l’area boschiva, denominata “la Foresta”, i campi, e una porzione di terra dove scorre il fiume Velino, circoscrivemmo un’area di circa 5 kmq (la superficie di tutto l’abitato di Rieti è di 206,52 Kmq).

In quell’area decisi di far rinascere la vita.

Era un progetto ambizioso, difficile da realizzare, ma non impossibile.

Il progetto consisteva nell’alzare un MURO che circondasse l’intera area…una DIGA PER L’INFERNO.

Gli ingegneri, i geometri e i direttori dei lavori fecero e rifecero il progetto.
Le attrezzature necessarie furono prelevate dalle varie ditte edili e portate nell’ampio parcheggio dell’ospedale.

La corrente elettrica era ormai un ricordo del passato, ma eravamo in possesso di pannelli solari e di molti generatori di corrente alimentati a benzina (con tutte le macchine abbandonate, il rifornimento di benzina non era ancora un problema).

Il piano prevedeva un preventivo allontanamento degli zombi dall’area dove si avviavano i lavori (l’ormai collaudata compilation dei Clash li attirava in zone distanti dal cantiere, ove erano attesi dai plotoni di esecuzione che procedevano al loro sistematico abbattimento) e una cintura di protezione della zona dove i lavori erano in corso.

Gli zombi non finivano mai.
Più ne abbattevamo e più se ne presentavano.

Ritenni che arrivassero dai comuni limitrofi dove ormai le loro prede scarseggiavano.
Ma non ci arrendemmo e continuammo ostinatamente a tirare su il muro, metro per metro.

Vivere il resto delle nostre vite all’interno della basi sicure, non era vita, e neanche sopravvivenza…era solo un modo diverso e più lento di aspettare la morte.

Credemmo in quel progetto.

Ci credemmo perché si muore non solo quando uno zombie ti lacera le carni…ma anche quando non hai più speranza.

Ma io avevo grandi speranze e fantastici progetti!

….continua…

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2 thoughts on “Diario di guerra N.7

  1. Ivan zamorano ha detto:

    Comandante ognuno gioca la partita con le carte che ha in mano! Lei ha scelto una strategia aggressiva che può essere pericolosa. Non si carichi tutto l’onere del comando sulle spalle, dia anche agli altri la responsabilità, altrimenti il sogno finirà con lei, e gli altri ai suoi ordini attenderanno, invano, un padre che debba andare a salvarli. Li faccia camminare con le loro gambe, sotto la Vostra guida, ovviamente….

    • Nicola Furia ha detto:

      hai ragione Ivan
      …e senza gli uomini del Reparto il progetto di rinascita non sarebbe mai iniziato.
      Ma arroccarsi in difesa non è la soluzione. Ma solo l’inizio della riscossa.
      Serve un condottiero folle che non miri alla mera sopravvivenza, ma a qualcosa di più…grandioso.

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