Oltre il confine

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7 dicembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Clara Tadini]

Sono un po’ troppo poetica, lo so. Il Cinico non me ne voglia se mi soffermo su alcuni particolari, ma quando si è completamente soli prima o poi si ha bisogno di parlare un po’ con qualcuno, e quel qualcuno siete voi, ora che ho perso anche l’ultima fettina di me, quel pezzetto del mio animo che sopravviveva in mio fratello. In un certo senso sono contenta, forse così non lo vedrò mutarsi in una di quelle cose, e lui non vedrà me fare lo stesso. Non mi dovrà spaccare la testa per rimanere in vita, né io dovrò barricarmi in uno sgabuzzino per evitare di farmi sbranare.

Questo potrebbe essere il mio ultimo post, quindi scriverò fin quando avrò batteria. Se mai dovessi sopravvivere, potrei tornare a farmi viva. Tanto sono sola, non ho niente da perdere, potrei dirvi dove sono e farla finita, aspettare il mio untore o Area (anche se non ho visto il video ma sembrava entusiasmante)

Pedalo da quattro giorni senza fermarmi. Mi concedo un riposo estemporaneo, una o due ore. Non ho cibo ma la bici è carica di acqua pulita e bustine di zucchero infilate in ogni dove; indosso il mio giaccone confezionato apposta e devo dire che funziona. L’ho imbottito di lana, cotone, giornali, carta igienica, lasciando due tasche capienti per due bottiglie d’acqua e zucchero che mi forniscono nutrimento mentre pedalo. Non posso fermarmi, devo continuare a pedalare finché ho energia. I primi due giorni sono stati un inferno, ero ancora riposata le prime ore e ho fatto diversi chilometri in salita con un carico di adrenalina spaventoso. Quando mi sono fermata per dormire, rialzandomi ho iniziato a sentire la spossatezza. Ho bevuto un po’, ho ingoiato una gomma e ho ricominciato. Le ore seguenti sono state una specie di epopea fisico-mentale, ho attinto a tutte le mie energie per poter continuare, comandando alle mie gambe di non cedere, di farmi fare ancora qualche decina di metri, alle mie mani di stringere i manici e alle mie poche energie di aiutarmi. Però in otto ore, sonno escluso, devo aver fatto un buon tratto perché ero all’uscita di Sasso Marconi e il cartello di Porretta Terme mi ha salutato a metà strada. Quando ancora studiavo, a luglio Bologna diventava presto invivibile; appena finivo gli esami saltavamo in vespa, io e il mio ragazzo, e con tutto il necessario ci sparavamo sei ore filate in moto fino a Livorno, passando per l’Abetone. In quei momenti seduta sul sellino dietro ed ascoltando solo il ronzio, giustamente essendo Vespa, della nostra cavalcatura, ero felice. E lo sono stata anche quando sono passata da quella superstrada in parte invasa di auto, nelle gallerie con la dinamo al massimo, aggrappata al manubrio e alla vita, imbottita di capelli di bambole sacrificali. La salita è stata difficoltosa, non credevo di poter fare così tanti chilometri con una bici scassata e le mie sole gambe a spingere i miei cinquanta scarsi e relativo carico d’acqua e provvigioni, almeno altri sei o sette chili. Il silenzio è impressionante, pare che queste zone siano state svuotate alla velocità della luce.
Sono riuscita a fermarmi per qualche pausa ed ora sono ad un bivio. Da qui è tutta discesa, ma l’ultima cosa che farò sarà scendere. Continuerò a salire finché non mi si spezzeranno le gambe per il dolore. L’aria fredda e semi-rarefatta mi arrossa le mani e mi infiamma i polmoni. Stupidamente non ho pensato ad un cappello e dei guanti e devo fare più tappe per scaldarmi le mani congelate e riattivare la circolazione.

Il terzo giorno ho preso la pioggia, o perlomeno una parte. Sono rimasta ferma per ore e non finiva mai, l’umidità mi ha impregnato le ossa e ho dovuto, per forza di cose, accendere un fuocherello per scaldarmi prima di ripartire. C’è di buono che ho potuto riposare un po’ quando il mio minuscolo falò fatto con paglia delle sedie, cartacce e posate di legno, è diventato un piccolo braciere che mi ha continuato a scaldare per il tempo del mio sonno (2 ore). Alla partenza ero più o meno rifocillata, ho trovato delle zucchine sott’olio in un barattolo sotto il banco del bar dove mi sono rifugiata, e ho potuto recuperare il tempo perduto, si fa per dire, perché ho dovuto deviare bruscamente quando uno zombie sulla mia strada ha preso a corrermi dietro, sentendo il rumore del mio avanzare. Non era velocissimo ma l’intrico di strade del paesino che avevo raggiunto mi ha rallentata e l’ho avuto alle calcagna per un’oretta buona. Mi sono anche fatta pipì nelle mutande, un po’ per il freddo e un po’ per la paura, e mi sono ritrovata a dover pedalare, con i pantaloni fradici e ghiacciati appiccicati alle gambe; è buffo come la sensazione di essere fradicia di pipì fosse peggiore di una cosa affamata che mi rincorreva.
Ne ho visti altri ma sempre in lontananza, fermi in mezzo ai prati, intrappolati nei cortili o negli androni degli edifici pubblici; andando abbastanza veloce riesco a superarli senza dar loro tempo di agguantarmi, anche se con uno ho rischiato. Ha allungato il braccio putrescente e per poco non mi agganciava, sono stata fortunata. Ho capito perché non ci sono molti cosi in giro: ci sono tantissimi ponti e rive scoscese, ho potuto denotare la presenza di cadaveri spiattellati a mucchi giù dai burroni. E’ evidente che non sono in grado di scendere dai pendii, oltre che non poter fare le scale, salite troppo ripide e ovviamente arrampicate. La loro capacità motoria è limitata, anche quando sono freschi, possono afferrare, mordere e spingere con una forza inusitata, ma ovviamente non hanno molta coordinazione e spesso se cadono non riescono a rialzarsi.
Ho oltrepassato il confine della mia resistenza fisica proprio stamattina, dopo tutta la notte in sella. Mi fanno malissimo il sedere, il collo e la schiena, a forza di stringere quel dannato manubrio ho le vesciche sui palmi delle mani, e a breve scoppieranno lasciandomi la carne viva scoperta, fortuna ho un po’ di bende ricavate dai grembiulini rosazzurri. Ho trovato l’ennesimo riparo in un capanno degli attrezzi in un campo. Sapete, quegli orticelli tutti vicini ognuno con il suo casotto con attrezzi vari. Ho sgomberato un po’, sbarrato la porta e coperto la bici, divelta al suolo, con un cellophane che svolazzava attaccato ad una rete. Dentro è pieno di ogni ben di dio, utilissimi attrezzi per stringere bulloni e viti della bici e una bella scorta di coltelli e cose a punta. Per interminabile tempo mi sono soffermata su tutte quelle armi di fortuna, indecisa su quale scegliere. Beh, di certo un machete non me lo faccio mancare, ho recuperato delle cesoie da potatura, filo di ferro e mastice. Il nostro giardiniere mi ha anche lasciato un fantastico cappello da pesca, guanti da lavoro ed un’impermeabile. Purtroppo zappe, vanghe, scuri e picconi sono troppo pesanti per portarmeli dietro, e anche il machete è al limite del peso sopportabile, devo maneggiarlo con due mani per poter assestare un colpo efficace; sarà la prima cosa che abbandonerò se dovessi essere troppo pesante.

Ho sognato di sognare. E’ stato un brevissimo trip, di quelli che ti svegli e ti senti come se ti fossi impasticcato per bene; mi sono sognata in fuga, come sono ora, ma a bordo della mia vespina, ho sognato di fermarmi sulla riva di un fiume e di bere l’acqua. Improvvisamente dall’acqua spuntano loro, decine e decine di teste marce, gonfie di liquido e mangiate dai pesci. Occhi bianchi sul pianeta terra, ho pensato nel sogno, e ho fatto uno di quei salti che ti senti Dio quando ti capitano nei sogni, oltrepassando il fiume con un balzo e lasciandomeli alle spalle. D’un tratto, correndo velocissima nella boscaglia e graffiandomi il viso, le mani, le gambe, mi impiglio ad un ramo e mi accorgo di avere i capelli fatti di lana rossa, che mi impediscono di andare avanti; con il machete che ho addosso li taglio e continuo fino ad un casotto di legno e lamiere, dove mi nascondo e mi addormento. E sogno di svegliarmi dove sono ora a causa di un rumore fortissimo, tipo uno sparo, la Me che sogna percepisce fuori i lamenti degli zombi.

Mi sveglio di colpo e ci sono davvero, sento passi claudicanti, grugniti, strascichi e mi chiudo a riccio, vanno tutti verso sud, in discesa. E’ stato questa notte, ho pregato che non mi annusassero, che non sentissero il mio cuore a mille, che non iniziassero a grattare di nuovo sulle pareti e sulla porta, difesa da un misero catenaccio con un lucchetto smangiato. Ho sentito i loro grugniti, i loro falsi respiri gorgoglianti, i loro passi strascicati e mi sono isolata cercando di coprirli con una melodia che ho cantato come un mantra nel mio cervello per non so quante ore.
Stamattina non c’erano più, e il cielo era molto terso. Ho acceso una fiammella, ci ho scaldato il mastice seccato nel tubetto e ho incollato ulteriormente le scarpe, il manico del machete e la toppa messa in precedenza nella mia camera d’aria di scorta; quando ero a casa vedevo spesso l’ultimo sopravvissuto con quel demente inglese patito di proteine, ma morire che trovassi un dannato insetto o dei vermi. Ci è voluto del tempo per sistemarmi e ripartire e credo di aver fatto un grosso sbaglio a tenere la giacca addosso, perché ci ho sudato dentro e le successive ore di pedalata si sono rivelate le più bagnate della mia vita; cavallo dei pantaloni, piedi, collo, schiena, pancia…ho dovuto fermarmi quando i tremiti mi hanno impedito di continuare ed ho proseguito a piedi, spingendo il mio stanco mezzo di trasporto sperando che la temperatura tornasse al suo livello normale. Ho visto i soliti zombi solitari fermi in mezzo ai prati, sulle scoscese rive degli appennini, e li ho oltrepassati cercando di essere più silenziosa possibile. Non so che ore sono né che giorno è, ma sicuro siamo a Novembre e il freddo è più pungente. Per fortuna ho trovato un edificio, un vecchio casale adattato a fienile con un bel po’ di paglia asciutta dentro e mi ci sono accoccolata, al calduccio, avvolta da tutta la mia roba. Non sono riuscita a dormire, ma le forze sono tornate ed ho potuto mettere ad asciugare il mio equipaggiamento puzzolente.

Fa davvero freddo.

Le mani mi si ghiacciano dopo dieci, quindici minuti che pedalo e la faccia perde la sensibilità; mi sono coperta alla meglio il viso e ho avvolto le mani nelle bende, dato che come previsto sono scoppiate le vesciche e fanno un male bestia. Sembro una mummia con addosso la giacca dell’omino Michelin e l’impermeabile verde del giardiniere Willie.

Non so più se fermarmi o continuare. Qui pare tutto deserto.

Addio gente della rete, addio Area, addio chiunque stia leggendo, addio agli eroi e a chi ha avuto culo. Io mi eclisso, non vorrei mai diventare salsiccia e sfortunatamente per chi ha la sadica pretesa di assicurarsi fedeli con una bella grigliata, non digerisco la carne da un bel pezzo, crocchette escluse.

Saluti.

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