Vagabondo

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3 dicembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special guest: Alfredo Crispo]

Cammino tra l’erba alta stringendo nella mano sinistra la mia balestra, osservo il paesaggio che mi circonda, sono in cima a una collina, il sole è alto nel cielo, ma nonostante questo il freddo è pungente.
Tiro su il cappuccio della felpa, cosa che evito di fare solitamente, in quanto riduce di molto il mio campo visivo e tiro su la cerniera della giacca di pelle che indosso.
Cerco con lo sguardo il mio prossimo obbiettivo, ho già razziato un bel po’ di case, è grazie a quelle villette isolate che riesco ad andare avanti e darmi una pulita di tanto in tanto.
Evito i palazzi, restare intrappolato al quarto piano, in un appartamento, con un gruppo di infetti che cercano di entrare non mi sembra il massimo.
Evitare le città non è un problema, in questa zona della Campania, tra un centro abitato e l’altro ci sono chilometri di strade deserte, lotti di terra e vegetazione fitta.
I centri abitati ormai sono troppo pericolosi, gli infetti sono in ogni abitazione e seppur lenti, sanno essere letali in gruppo, per questo vado alla ricerca di cibo in villette isolate, se rimani intrappolato in una stanza con un gruppo di quei cosi che cerca di entrare, puoi sempre scappare dalla finestra.
Ho trovato il mio prossimo obbiettivo, una casetta immersa nel verde, mi avvio verso l’ingresso tenendo la mia balestra sollevata, con la mano libera afferro una torcia elettrica, nonostante la luce del giorno l’interno della casa sarà sicuramente buio.
Punto il fascio di luce in ogni angolo buio dell’ingresso, niente, mi avvio lungo il corridoio e arrivo la soggiorno, ben arredato non c’è che dire.
Vado alla finestra, lentamente, faccio sempre molta attenzione quando entro in una nuova casa, scosto le tende con un solo colpo e apro le tapparelle per far entrare un po’ di luce solare.
Mi volto di nuovo verso la stanza vuota ormai invasa dalla luce, c’è qualcosa di nuovo che mi ringhia contro, sulla soglia della stanza un’ infetto digrigna i denti.
Barcollando mi si avvicina, è lento, deve essere stato infettato da molto, io non esito, alzo la balestra e sparo.
Il dardo gli si conficca sul lato sinistro della fronte, lui fa ancora un passo incerto prima di accasciarsi, lentamente mi avvio verso di lui, non prima di aver caricato un altro dardo, non si sa mai.
Lo giro sulla schiena, è un uomo di mezza età, stempiato e col viso scarno, forse è stato infettato quando tutto è iniziato.
Mi inginocchio accanto al cadavere e afferro il dardo conficcatogli nella fronte, per poi estrarlo con un solo gesto, non posso lasciare munizioni preziose.
Vado verso la porta e la chiudo, devo sedermi un po’, ho bisogno di riposo, dopo esplorerò il resto della casa.
Mi accomodo sul divano di pelle nera al centro della stanza, è davvero comodo non c’è che dire, e come sempre inizio a pensare e a pensare.
Penso alla mia famiglia, ai miei cari che non rivedrò mai più e a come tutto questo è iniziato.

Quel giorno stavo tornando dal lavoro, lavoravo in un ristorante come cameriere e avevo solo in turno del pranzo, quindi riuscì ad andarmene a casa abbastanza presto.
Arrivato alla piazza del mio paese trovai una schiera di soldati e poliziotti, l’area era transennata, nessuno poteva passare.
Scesi dalla moto e mi avviai verso un’agente intenzionato a chiedere informazioni, ma non appena fui a solo un paio di passi da lui sentì una serie di urla agghiaccianti, mi voltai verso il punto dal quale era arrivato quel suono e vidi una scena che mai dimenticherò.
Una folla di persone correva verso di noi, erano tutte sporche di sangue e con ferite di ogni genere, nel vederle i militari alzarono i fucili e iniziarono a sparare, <<NOOOO, che cazzo fate?>>, gli urlai correndo verso di loro.
L’agente al quale volevo chiedere delle informazioni mi afferrò per la vita nel tentativo di trattenermi, io cercai di liberarmi ma lui con una mossa mi gettò lungo disteso sull’ asfalto, <<scappa, corri via>> mi urlò, vidi il panico sul suo volto era terrorizzato.
Mi voltai di nuovo verso i militari, abbattevano persone senza esitazioni, ma la cosa peggiore era che nessuno indietreggiava di fronte al fuoco dei soldati.
Vidi qualche civile attaccare dei soldati, sembravano animali feroci, mordevano e graffiavano come bestie, forse fu quella scena a farmi alzare per correre verso la mia moto, o forse fu il volto di quel giovane agente che nonostante la paura andò a contrastare quell’esercito infernale.
Salì in sella e misi in moto, nello stesso istante un paio di quei folli saltò il posto di blocco, erano diretti verso di me.
Partì a tutta velocità, sentì il pugno di una di loro sibilare a pochi centimetri dalla mia nuca.
Corsi più veloce che potevo, non avevo neppure messo il casco, se fossi caduto probabilmente avrei sbattuto la testa e sarei morto.
Dopo molti chilometri mi fermai su una strada deserta, respiravo a fatica, ero nel panico, istintivamente presi il cellulare per chiamare i miei, ma constatai che le linee erano tutte intasate, telefonare era impossibile.
Mi strinsi il cellulare al petto e mi sedetti sull’asfalto freddo, con lo sguardo perso nel vuoto, non sapevo cosa fare, almeno per quel momento.
Successivamente mi fu chiaro che i centri abitati erano troppo pericolosi e che fermarsi nello stesso posto per troppo tempo era anche più rischioso.

È per questo che adesso vago senza meta tra una casa e l’altra, come un vagabondo, è così che mi procuro cibo ed elettricità per caricare il net-book sul quale sto scrivendo e il cellulare che utilizzo per connettermi a internet.
Mi alzò dal divano e scrollando la testa scaccio via quei ricordi, sento i capelli ormai troppo lunghi ondeggiare e mi scappa una risatina, sono in una condizione pietosa.
Apro la porta del soggiorno, ma questa volta mi armo del grosso coltello che porto alla cintola, ispeziono tutte le stanze, in cucina trovo una vecchietta infetta che mi si avvicina lentamente e con le braccia tese, la atterro con un calcio e le pianto il coltello in un occhio, ormai non ho più pietà per loro.
La casa e sgombra, posso rilassarmi per un po’, vado alla dispensa e trovo il mio tesoro, scatolette, riempio lo zaino, ne prendo una di tonno per poi sedermi al tavolo della cucina a mangiare.
Collego il net-book, la batteria era quasi a terra, fortuna che ho questo computer, mi sento meno solo, so che in giro c’è altra gente in una situazione forse peggiore della mia.
Vi saluto, sperando di non trovare una fina orrenda in una delle prossime case che ripulirò.

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