Diario di guerra N. 6

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29 novembre 2012 di thesurvivaldiaries

[Special Guest: Nicola Furia]

RELAZIONE del Tenente Colonnello dei Carabinieri Nicola Furia del Comando Provinciale di Rieti (Lazio)

Dicembre 2012

La pietà è il nostro peggior nemico.
E’ un lusso che solo voi, sopravvissuti all’olocausto, barricati nelle vostre tane, potete permettervi.
Noi no! Noi non siamo sopravvissuti. Noi siamo un esercito in guerra.
Per noi i “sopravvissuti” sono quei cazzo di zombi a cui ancora non abbiamo fatto schizzare il cervello.
Noi non siamo le prede, noi siamo i predatori.
“Comandante” – mi disse tempo fa, con il suo tipico accento campano, il Brigadiere Marano – “capisco la nostra missione, e la responsabilità che grava sulle sue spalle, e noi siamo con lei, e lo saremo fino alla fine… ma non perda del tutto la pietà, altrimenti diventiamo come loro”.
Marano è sempre stato una brava persona. Possedeva il tipico carattere cordiale, allegro, aperto e scanzonato dei partenopei. Era il classico poliziotto buono e la gente lo adorava. Aveva sempre una parola di conforto per tutti, anche per gli arrestati. Quando, nell’altra vita, interrogavamo un indagato io facevo la parte dello sbirro cattivo e lui quella dello sbirro buono. Era un gioco di squadra perfetto, recitare la nostra parte ci veniva naturale, e riuscivamo quasi sempre a far confessare gli indagati.
Fu il primo dei miei soldati che ebbe il coraggio di affrontarmi. Riteneva che mi stessi spingendo troppo oltre, e che stessi per superare il punto di non ritorno.
Marano aveva ragione, ma solo in parte.
Io quel punto non lo stavo per superare, lo avevo già oltrepassato ed ero avanti anni luce, proiettato verso una nuova dimensione, spaziavo in un universo dove era bandita qualunque forma di pietà.
“Noi non dobbiamo essere come loro”- risposi freddamente al brigadiere – “Noi dobbiamo essere peggio di loro”.
Dopo quella risposta Marano non mi disse più nulla. Assunse, però, un espressione triste e continuò a fare silenziosamente il suo dovere. Quell’espressione gli rimase permanentemente sul volto per tutti i giorni che continuò a combattere con me. Sapeva che avevo ragione, ma, probabilmente, si chiedeva se valesse la pena continuare a vivere in quel modo, e che senso avesse combattere per far vincere un uomo che di uomo non aveva più nulla.
Non potermi più confrontare con lui mi fece sentire ancora più solo… solo e freddo… come questo diario.

RESOCONTO DELLE ATTIVITA’ PREDISPOSTE AL DIFFONDERSI DEL CONTAGIO
Agosto 2012

Non si poteva più rinviare… si doveva dare avvio all’OPERAZIONE DIASPORA.

In caserma eravamo arrivati a contare 1.300 presenze, ed i problemi di convivenza forzata cominciarono a diventare incontrollabili.

Ogni operazione interna (dalla ispezione medica mattutina, alla consumazione dei pasti) diventava lunga e complessa.

Le liti erano sempre più frequenti… provocando inevitabilmente un aumento esponenziale delle condanne a morte (che ironia per i sopravvissuti!… essere sfuggiti agli zombi per poi finire davanti ad un plotone di esecuzione).

L’obiettivo lo avevamo da tempo individuato e studiato:
IL CARCERE DI MASSIMA SICUREZZA.

Era un carcere di recente costruzione, sito alla periferia del centro abitato, in Viale Maestri del Lavoro, ad una distanza di circa 5 km dalla Caserma, in grado di ospitare almeno 3.000 persone.

Inoltre era un carcere sperimentale, che prevedeva l’impiego dei detenuti nella coltivazione. A tale scopo, a ridosso della struttura carceraria, protetti dalle transenne che la circondavano, c’erano estesi campi arati nei quali si coltivava l’uva.
Le vigne potevano facilmente essere convertite in campi per la coltivazione di frutta e verdura ed in quell’area si potevano altresì costruire delle stalle per gli animali (allo stato la produzione del vino non era una priorità, ed inoltre…il vino prodotto nella provincia Reatina faceva veramente schifo!).

L’operazione era stata studiata e ristudiata più volte… era il momento di agire.

Le nostre file originarie si erano assottigliate.
Quando iniziammo la guerra eravamo 92 militari.
Dopo 6 mesi eravamo rimasti in 50.
Ma alle squadra operative si erano aggiunti, dopo un breve ma intenso addestramento, numerosi sopravvissuti (per fortuna a Rieti c’erano molti cacciatori abili nell’uso delle armi).

Il nostro armiere, poi, tramite dei materiali prelevati da un ferramenta, era riuscito a costruire dei silenziatori (che purtroppo, non essendo di libera vendita, non si trovano nelle armerie).

L’uso dei silenziatori nei fucili di precisione si rivelò fondamentale per evitare di attirare nelle aree degli scontri a fuoco altri morti viventi.

Per fortuna a Rieti non esisteva il problema del sovraffollamento delle carceri, e, quindi, all’interno delle mura carcerarie, non avremmo dovuto incontrare masse consistenti di morti viventi.

Il D Day iniziò l’operazione.
Non dovemmo usare l’esplosivo… durante la fuga le porte del carcere erano rimaste aperte.

Un plotone si pose a copertura davanti all’ingresso, appostato dietro riparo degli automezzi, con il compito di abbattere gli zombi che avrebbero cominciato ad avvicinarsi.

Un altro plotone fece l’irruzione, bonificando corridoio per corridoio, stanza per stanza, cella per cella.

La tecnica era sempre la stessa: non dovevamo essere noi a cercare gli zombi, ma dovevano essere gli zombi a cercare noi.
Sarebbe stato da idioti inoltrarsi nei corridoi bui dei vari bracci carcerari per stanare i morti viventi uno per uno.
Così facendo avremmo fatto il loro gioco.
Viceversa, appena ci inoltravano in un braccio del carcere, un militare, percuotendo un tamburo, attirava gli zombi presenti nelle varie stanze e nei corridoi.
Appena i morti viventi si avvicinavano alla fonte del rumore uscendo dai vari cunicoli bui, venivano abbattuti dai nostri cecchini.
Bonificata un’area, si passava all’altra.
Appena la situazione si faceva critica, ci si ritirava immediatamente in una posizione retrostante, precedentemente individuata.
La ritirata era coperta da una squadra di riserva che rallentava l’avanzata degli zombi.
Alternanza fuoco-movimento : tu spari e io mi ritiro, dopodiché io sparo e tu ti ritiri.

Fu un’operazione lunga, e spesso fummo costretti a retrocedere e, addirittura, a tornarcene in caserma a “leccarci le ferite”.

Inoltre facemmo un’amara scoperta: gli “appostati”!

Chiamammo con il termine “appostati” quei cazzo di zombi che, a differenza degli altri, non vengono attirati dal rumore.
Questi bastardi si appostano per l’eternità in angoli bui, in attesa che prima o poi passi una preda.

Sono i più insidiosi…e persi molti uomini per colpa loro.
Fu a causa di un “appostato” che il Brigadiere Marano venne morso al polpaccio nel mentre svoltava in un corridoio buio.
“Lo faccia, Comandante”- mi chiese Marano guardandomi fisso negli occhi – “lo faccia come solo lei sa farlo….senza pietà!”.
In quel momento perse quell’espressione triste che ormai l’accompagnava perennemente e mi rivolse, dopo mesi dalla nostra discussione, un sorriso sincero.
…E io lo feci. Gli ricambiai il sorriso, estrassi la pistola e gli sparai in fronte.

Dopo una settimana di guerriglia, alla fine il carcere fu bonificato.
Tutti i cadaveri furono bruciati e la struttura venne messa in sicurezza, pronta ad ospitare altri 3.000 sopravvissuti.

L’operazione DISPORA ci costò la vita di 50 uomini (di cui altri 10 Carabinieri del Reparto originario).

Cominciammo a trasferire nella struttura i sopravvissuti in eccesso presenti in caserma e nel contempo riavviammo le operazioni di salvataggio.

Nominai il mio vice, il Capitano Salvo Nero, quale capo della nuova Base e lasciai a lui il compito di dirigerla e attrezzarla.
Il Capitano Nero, anche prima che scoppiasse l’olocausto, era il mio braccio destro. Con lui al mio fianco avevo condotto le operazioni di polizia più qualificate nella provincia Reatina. Era uno sbirro tenace e determinato ma nel contempo dotato di una profonda umanità. Sapeva parlare con la gente, aveva carisma, trasmetteva fiducia e sicurezza. E poi stravedeva per me. Si fidava ciecamente e obbediva senza discutere.
Fu per questi ultimi motivi che lo scelsi per dirigere la base e non per le sue doti umane.

La DIASPORA era avvenuta.

Ora esistevano due Basi Sicure in mezzo all’inferno.

Era il momento di cominciare a pianificare l’ultima parte della nostra missione: LA DIGA.

…continua…

 

10 thoughts on “Diario di guerra N. 6

  1. psyco oplontis scrive:

    si…a mio modestissimo parere il più bello di quelli che hai scritto fino ad ora e poi, la trovata degli “appostati” è grande!

  2. Nicola Furia scrive:

    dedicato a Ivan zamorano… lui sa perchè ;)

  3. psyco oplontis scrive:

    grazie a te! una curiosità, la dedica ad ivan a a che fare con il commento fatto al capitolo precedente? ;-)

  4. Ivan zamorano scrive:

    :-) grazie della dedica. Ma rimango dell’idea che noi dobbiamo essere peggio di loro solo nelle azioni, e solo nei confronti di loro!! Verso i nostri simili, credo, dobbiamo essere duri, a volte crudeli, ma anche “misericordiosi”!! Togli ad un uomo la speranza, e questi sarà il tuo peggiore incubo.

    • Nicola Furia scrive:

      Ma tu hai perfettamente ragione. Ma Furia è un personaggio controverso…e sta andando fuori di testa. Ha anche lui “speranza” nel futuro…ma il suo concetto di “speranza”, come si vedrà, è folle…lucidamente folle

      • psyco oplontis scrive:

        … questa anticipazione mi incuriosisce non poco…. sono certa che non deluderai le aspettative….

  5. Ivan zamorano scrive:

    Caro Nicola, ora fuori dai personaggi, i miei commenti non erano critiche o appunti sulla tua storia o al tuo personaggio comandante, e se ti ho dato questa impressione ti chiedo scusa, non era mia intenzione, anche perchè i vostri post sono moooolto meglio dei miei, io sto tentando di imparare. I miei commenti erano e sono, commenti e riflessioni che si fanno a “fine turno” tra colleghi, tra lo sbirro Ivan e il carabiniere Nicola.

    • Nicola Furia scrive:

      Ivan, tuoi commenti non li ho mai presi come “critiche” (e anche le critiche sono ben accette), ma come considerazioni molto interessanti, tanto che mi sono servite come spunto per scrivere il capitolo successivo.
      Anche i tuoi post sono molto interessanti (l’omicidio del figlio era tristissimo ma sublime).
      Sono da sempre un appassionato del genere ZOMBI, e sull’argomento ho letto e visto di tutto (anche l’illeggibile e l’inguardabile) e mi sono sempre chiesto come uno che fa il nostro lavoro avrebbe reagito ad una catastrofe del genere.
      A presto…prima o poi ci si incontra on the road

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